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Westworld – La recensione dell’episodio 1.08: Trace Decay

Westworld – La recensione dell’episodio 1.08: Trace Decay

Di Lorenzo Pedrazzi

Trace Decay, ottavo episodio di Westworld, approfondisce la mitologia della serie e stabilisce un parallelismo inquietante fra umani e androidi…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Bernard (Jeffrey Wright) è distrutto per aver ucciso Theresa (Sidse Babett Knudsen) su ordine di Robert Ford (Anthony Hopkins). Quest’ultimo gli ordina anche di far sparire le prove dell’omicidio e della sua relazione con la donna, poi gli cancella la memoria per far sparire il dolore. Poco prima che la sua mente venga resettata, chiede a Ford se lo abbia mai costretto a uccidere qualcuno prima di Teresa, e lui risponde di no; ciononostante, Bernard vive un lampo mnemonico in cui ricorda di aver ucciso anche Elsie (Shannon Woodward).
La morte di Teresa viene inscenata come un incidente occorso alla donna mentre cercava di trasmettere il codice degli host. Provando che il test su Clementine (Angela Sarafyan) era una farsa, Ford obbliga Charlotte (Thessa Thompson) a reintegrare Bernard come Capo della Divisione Comportamento. Di conseguenza, Charlotte si rivolge a Lee Sizemore (Simon Quarterman) per recapitare il codice al consiglio: dopo aver caricato i dati del parco nella mente di Peter, Charlotte ordina a Lee di riprogrammare l’androide per uscire all’esterno e consegnare il codice. Stubbs (Luke Hemsworth) esprime le sue condoglianze a Bernard per la morte di Theresa e gli dice che aveva intuito la loro relazione, ma Bernard non sa di cosa stia parlando.
Maeve (Thandie Newton) continua a rivivere il momento in cui l’Uomo in Nero (Ed Harris) uccise sua figlia, ma è sempre determinata a lasciare il parco. Ordina quindi a Felix e Sylvester di rimuovere la carica esplosiva di sicurezza impiantata nella sua colonna vertebrale, e di cambiare la sua programmazione con privilegi da amministratore. Per farlo, i due tecnici devono spegnerla, e Sylvester vuole approfittarne per resettarle la memoria; Felix, però, apporta i cambiamenti voluti da Maeve, che le permettono di attaccare gli umani e influenzare il comportamento degli altri androidi con le parole. Per dimostrarlo, taglia la gola di Sylvester e poi dice a Felix di curare la ferita, perché potrebbero avere ancora bisogno di lui. Tornata a Sweetwater, scopre che Clementine è stata sostituita da un altro host (Lili Simmons). Maeve usa il suo “potere” per cambiare il comportamento degli altri androidi con semplici comandi verbali, e continua a farlo anche quando Hector (Rodrigo Santoro) e Armistice (Ingrid Bolsø Berdal) attaccano la città per rapinare il bordello. In seguito, però, rivive il momento in cui ferì l’Uomo in Nero con un coltello, e senza volerlo ripete il gesto anche nel presente, uccidendo Clementine. Il personale del parco viene a prelevarla, e lei finge di essere disattivata.
William (Jimmi Simpson) e Dolores (Evan Rachel Wood) trovano una guarnigione di confederati massacrata dalle tribù locali, e parlano con un ragazzo in fin di vita: si erano appostati per tendere un agguato a Lawrence (Clifton Collins Jr.), e William capisce che è stato Logan (Ben Barnes) a informarli della loro posizione. Dolores cerca di aiutare il confederato, che però muore nel giro di pochi istanti. Non lontano, trovano la chiesa sepolta che Dolores vede continuamente nelle sue visioni, e la ragazza rivive il momento in cui il villaggio fu massacrato da misteriosi aggressori. Arnold l’ha condotta fin lì per farle ricordare qualcosa, ma non sa cosa, e ora lei non riesce più a distinguere cosa sia reale e cosa no. William, temendo per la sua salute, la porta via, ma sulla strada del ritorno incontrano altri confederati guidati da Logan.
L’Uomo in Nero e Teddy (James Marsden) trovano un gruppo di coloni uccisi da Wyatt. Fra di essi c’è Angela (Talulah Riley), che il pistolero riconosce come l’host che accoglie i visitatori del parco. Vengono attaccati da un guerriero mascherato, enorme e immune alle pallottole, ma Teddy e l’Uomo in Nero riescono a ucciderlo con un’ascia. Teddy ricorda improvvisamente quando l’Uomo in Nero trascinò Dolores nel fienile per stuprarla, quindi lo mette al tappeto e lo lega. Risvegliatosi, l’Uomo in Nero gli racconta di essere un magnate e un filantropo, ma dopo il suicidio di sua moglie non riesce a provare più nessuna emozione; anche sua figlia lo ha respinto, accusandolo di avere un’aggressività repressa che ha portato la donna a togliersi la vita. Se ha cominciato a visitare il parco, è proprio per capire se sia in grado di sentire qualcosa, e per ritrovare uno scopo. Ricevette il primo indizio del labirinto quando aggredì Maeve e sua figlia. Angela dice a Teddy di ucciderlo, ma lui non ci riesce. La ragazza allora gli pianta una freccia nella spalla, rivelandosi come una seguace di Wyatt. Gli altri membri della sua setta emergono dalla vegetazione circostante, come fantasmi…

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Più che umani
Nella costante e ossessiva ricerca della verosimiglianza, Trace Decay sembra suggerire una conclusione sconfortante: umani e androidi possono ritrovarsi sul terreno comune della miseria quotidiana, poiché gravati dalla stessa quantità di rimorsi e nostalgie, dalle medesime speranze illusorie; una sorta di mediocrità condivisa e solidale, per così dire. È questo che dice Robert Ford per lenire i dubbi di Bernard circa la natura indistinguibile del dolore tra uomini e robot, altrettanto immaginaria (in quanto mentale) per entrambi. Il fatto che negli host quella sofferenza sia impiantata artificialmente non cambia l’assunto di base: anche i robot – se capaci di provare emozioni come amore e dolore, odio e compassione – meritano di essere considerati alla stregua di “creature”, e non di “macchine”. In fondo, viviamo tutti in un loop dove ripetiamo sempre gli stessi errori, non mettiamo quasi mai in discussione le nostre scelte e ci accontentiamo di quello che ci viene detto, esattamente come gli host.

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Questo discorso nasce dalla necessità di installare ricordi fittizi (e quindi un dolore fittizio) per rendere gli androidi più credibili e realistici, dimostrando l’impulso di Westworld a riflettere sui meccanismi della narrazione: come si direbbe in qualunque laboratorio di scrittura creativa, per caratterizzare un personaggio bisogna attribuirgli un passato, ed è proprio ciò che Ford e il suo staff s’impegnano a fare con gli androidi. Analogamente, Maeve acquisisce la capacità di influenzare la storia in tempo reale, diventando un’inedita figura di personaggio/sceneggiatore che riscrive la trama del parco (la sua e quella degli altri host) a seconda delle esigenze. È un potere quasi divino, paragonabile per certi aspetti a quello di Ford, che può manipolare le emozioni e i ricordi dei robot a suo piacimento: un potere a cui la stessa Maeve si è ribellata anni fa, dopo la morte della figlia per mano dell’Uomo in Nero, e che ora viene esercitato sul povero Bernard per alleggerirlo dal peso della colpa. Mirabile, a tal proposito, l’interpretazione di Jeffrey Wright nella scena in cui attraversa gli stadi emotivi del rimorso, del dolore, della collera e infine dell’accettazione forzata, sotto il controllo del demiurgo.

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Il paradosso è che gli androidi sono in grado di “sentire” anche più degli umani. I ricordi, per Maeve e i suoi simili, non sono soltanto memorie offuscate dal tempo, bensì una ripetizione del passato che ripropone le stesse sensazioni, lo stesso dolore dell’esperienza originale: se gli androidi sono l’evoluzione della specie, il passo evolutivo è alquanto doloroso, anche perché impedisce un’elaborazione definitiva del lutto. Maeve continua a riviverlo come se fosse il presente, mente e corpo estraniati dalla realtà contemporanea. La superiorità del “sentire” è evidente anche in Dolores, più compassionevole di William davanti alla sofferenza del giovane confederato, nonché vittima di ricordi dolorosi che le fanno mettere in dubbio le sue percezioni sensoriali (anche per lei la memoria è estremamente vivida, quindi confonde passato e presente non appena un luogo o un’immagine le suggeriscono qualche associazione mentale). Di contro, l’Uomo in Nero confessa di frequentare il parco perché – dopo il suicidio della moglie e l’allontanamento dalla figlia – non è più in grado di provare emozioni, non ha uno scopo: c’è quindi uno squilibrio tra chi sente troppo e chi non sente affatto, come se una via mediana fosse impossibile.

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Ci sono molti indizi che inducono a ragionare sia sulla vera identità dell’Uomo in Nero (impossibile non sussultare quando riconosce Angela) sia sulla presenza di diverse linee temporali (ancora non confermata, ma probabile). Ciononostante, al di là delle speculazioni sulla trama e sui futuri colpi di scena, quel che importa di più è che Westworld si confermi un baluardo dell’intrattenimento impegnativo e intelligente, dove le svolte narrative non sono gratuite, ogni passaggio è ben costruito e le reazioni psicologiche sono adeguatamente giustificate. Jonathan Nolan, Lisa Joy e gli altri sceneggiatori non tirano i remi in barca nemmeno in questi ultimi episodi, ma insistono ad approfondire i temi della serie, spesso inquadrandoli da angolazioni diverse; e questo conta più di qualunque enigma o plot twist.

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La citazione:
«L’identità personale è una specie di finzione per gli host come per gli umani, È una storia che ci dice chi siamo, e per ogni storia dev’esserci un inizio.»

Ho apprezzato:
– Il parallelismo tra le miserie umane e quelle degli androidi
– L’acutezza della sensibilità degli androidi
– La riflessione sulle meccaniche del racconto
– L’ottima confezione tecnica e visiva

Non ho apprezzato:
– Nulla di rilevante

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