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Westworld – La recensione del penultimo episodio: The Well-Tempered Clavier

Westworld – La recensione del penultimo episodio: The Well-Tempered Clavier

Di Lorenzo Pedrazzi

Siamo a un passo dal finale della prima stagione, e The Well-Tempered Clavier rivela alcuni misteri sulla trama di Westworld, facendo chiarezza sulle linee temporali del racconto…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Maeve (Thandie Newton) viene analizzata da Bernard (Jeffrey Wright), ma si rifiuta di sottostare al test e rivela a Bernard la sua vera natura. Lui è sconvolto, dato che Robert Ford (Anthony Hopkins) gli aveva cancellato la memoria. Maeve lo blocca e lo convince a lasciarla andare, incoraggiandolo ad approfondire la sua ricerca su se stesso, poi fa visita a Hector (Rodrigo Santoro) proprio nel momento in cui lui e la sua banda stanno per dividersi il contenuto della cassaforte. Maeve dice al bandito che non c’è nulla al suo interno, e che il finale della rapina è sempre lo stesso: lui e gli altri complici si uccidono a vicenda. Hector assiste a tutto questo con i suoi occhi, ma Maeve spara ad Armistice (Ingrid Bolsø Berdal) prima che lei lo uccida. Maeve lo convince a seguirlo “all’inferno” per poi fuggire: i due consumano un rapporto sessuale dentro alla tenda, cui Maeve dà fuoco per suicidarsi con lui.
Teddy (James Marsden) si risveglia con Angela (Talulah Riley) e l’Uomo in Nero (Ed Harris). È convinto che Wyatt lo abbia obbligato a sterminare i suoi stessi uomini, ma poi ricorda un frammento della sua vita passata, quand’era lo sceriffo di Escalante e – per ragioni ignote – ne sterminò tutti gli abitanti, compresa Angela. Quest’ultima ritiene che lui non sia ancora pronto per unirsi ai seguaci di Wyatt, e lo uccide con una pugnalata; poi si rivolge all’Uomo in Nero e lo tramortisce. Quando riprende i sensi, il pistolero si ritrova con una corda attorno al collo, e l’altro capo legato a un cavallo. Poco prima che la bestia scappi via e lo impicchi a un albero, l’Uomo in Nero riesce a estrarre il coltello dall’addome di Teddy e lo usa per recidere la corda. Charlotte (Thessa Thompson) lo raggiunge e gli suggerisce il golf come passatempo più salutare. Ha bisogno del suo voto per mandare via Ford (evidentemente l’Uomo in Nero fa parte del consiglio d’amministrazione del parco), e lui accetta perché non è minimamente interessato all’arco narrativo di Robert.
William (Jimmi Simpson) e Dolores (Evan Rachel Wood) sono prigionieri dei Confederati, che hanno dato a Logan (Ben Barnes) una carica da ufficiale. Logan si prende gioco di William e minaccia di violentare Dolores, poi le apre un taglio sull’addome per mostrare al suo futuro cognato che lei è solo un robot. Dolores riesce a scappare, mentre William si convince che Logan ha ragione. Quest’ultimo, soddisfatto di aver approfondito il rapporto con il promesso sposo di sua sorella, lo libera. Al mattino, però, trova tutti i Confederati massacrati per mano di William, che sostiene di aver finalmente capito “come giocare”, e lo costringe ad aiutarlo a trovare Dolores. La ragazza, sulla strada per Escalante, scopre che la ferita all’addome non c’è più. Dopo aver raggiunto quel che resta del villaggio, rivede nella sua memoria gli host seduti sulle panchine della chiesa, disorientati da una voce interiore con cui cercano di parlare. Entra nel confessionale, che in realtà è un ascensore per il piano sotterraneo, dove un tempo c’erano i laboratori: la visione delle stanze abbandonate le innesca il ricordo delle sue conversazioni con Arnold, e improvvisamente rimembra di averlo ucciso. Torna in superficie e, nella navata della chiesa, incontra l’Uomo in Nero.
Stubbs (Luke Hemsworth) esce per seguire il segnale mandato dal computer di Elsie (Shannon Woodward), ma viene aggredito dai guerrieri della Nazione Fantasma, che ignorano i suoi comandi vocali.
Bernard chiede a Ford di incontrarlo nel magazzino dove sono conservati gli androidi difettosi, e porta con sé Clementine (Angela Sarafyan) armata di pistola: la ragazza non è stata ancora de-programmata dopo l’inganno di Clementine, quindi è in grado di recare danno agli umani. Bernard dice a Ford che, se non gli permetterà di accedere alle sue memorie per tornare fino al momento in cui vide Arnold per la prima volta, Clementine gli sparerà. Bernard rivive così il ricordo della morte del figlio, scoprendo che si tratta della pietra angolare su cui è costruita la sua intera personalità; ma, soprattutto, scopre si essere lui stesso una copia di Arnold, poiché Ford lo ha costruito a immagine e somiglianza dell’ex socio in seguito alla sua morte. Bernard è quindi Arnold, e Ford sperava che l’autocoscienza gli permettesse di unirsi a lui nel suo ambizioso progetto, al contrario di ciò che fece il vero Arnold. Bernard dichiara invece di volersi ribellare, ma Ford utilizza una backdoor per rendere Clementine inoffensiva e farsi consegnare la pistola; poi la mette nelle mani di Bernard e gli ordina di spararsi alla testa non appena lui sarà uscito dalla stanza. Bernard non può fare altro che premere il grilletto, mentre Ford, deluso di aver fallito il suo esperimento, se ne va.

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I labirinti della memoria
Anche quando svela i suoi segreti, Westworld ha il merito di non cedere al didascalismo: The Well-Tempered Clavier illumina alcune zone d’ombra della trama orizzontale, ma lo fa con l’eleganza di uno show che si affida all’intelligenza dello spettatore, lasciando che sia il pubblico a ricostruire le linee temporali e trarre le proprie conclusioni. Di fatto, l’episodio in questione piazza almeno due colpi di scena (la rivelazione dell’identità di Arnold e quella del suo assassino), mentre il resto pretende un’opera di deduzione, giocando sui dettagli e sulle capacità speculative dei fan.

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Per buona parte della stagione abbiamo seguito le vicende di Dolores e quelle dell’Uomo in Nero come se fossero due timeline diverse, e in un certo senso lo erano, ma non nel modo che credevamo: alla fine della puntata, quando la ragazza incontra il pistolero nella chiesa, siamo di fronte a una compresenza teoricamente impossibile (se l’Uomo in Nero è William invecchiato, come può incontrare Dolores dopo la sua fuga dai Confederati?), ma è proprio qui che Westworld conferma la finezza del suo impianto narrativo. Per trovare una spiegazione bisogna ripercorrere uno dei concetti basilari della serie: gli androidi non si limitano a ricordare il passato, ma lo rivivono come se fosse il presente, e la scorsa puntata ce l’ha dimostrato. In altre parole, quando Dolores è scappata dalla fattoria dopo aver sparato al suo aggressore nel fienile, ha seguito la voce di Arnold lungo tutto il cammino che, anni prima, aveva già percorso con William, e questo ha innescato in lei le memorie di quell’avventura, confondendole con il presente (ecco perché la ferita sull’addome è sparita di punto in bianco: faceva parte dei ricordi, non della realtà attuale). Noi spettatori, calati nel punto di vista della ragazza, li abbiamo rivissuti insieme a lei come se fossero l’hic et nunc del racconto, mentre invece erano solo flashback che si balenavano nella sua mente. Le scene in cui parlava con Bernard si svolgevano in realtà nel passato, e il suo interlocutore non era Bernard, bensì il vero Arnold prima della sua morte (evento tuttora enigmatico, poiché non sappiamo per quale ragione Dolores lo abbia ucciso, ma potrebbe esserci lo zampino di Ford).

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Di conseguenza, l’ambiguità prismatica di Westworld rende nebulosa ogni sfaccettatura della serie, dall’identità dei singoli individui (umani o artificiali?) alla collocazione temporale degli eventi (passato o presente?), passando per la natura ontologica di molte circostanze narrate (reali o fittizie?). Ci si avvicina così al modello letterario di Philip Dick: l’impossibilità di giungere a una soluzione definitiva sembra accomunare lo show di Jonathan Nolan e Lisa Joy all’opera del grande scrittore americano, laddove c’è sempre una dimensione più arcana da esplorare, un livello più profondo nell’abisso misterioso della realtà (o, analogamente, un mondo esterno più vasto da scoprire).

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Ciò che ne risulta è un’ulteriore divaricazione della forbice che separa gli umani dai robot: se questi ultimi rappresentano il salto evolutivo della vita sulla Terra, gli umani non faranno altro che sopprimerli o soggiogarli, per non cedere il primato di specie dominante. Pur gravati dagli stessi rimorsi, illusioni e nostalgie, gli androidi hanno un’intelligenza superiore che permette loro di apprendere più in fretta dall’esperienza, e di concretizzare i propri obiettivi con maggiore lucidità. Maeve e Dolores sono gli araldi della nuova autocoscienza, ma c’è una differenza fondamentale: la prediletta di Arnold imposta una ricerca tutta interiore, mentre l’ex tenutaria del bordello si fa paladina dei diritti dei suoi simili per condurli in battaglia, come una versione prosaica de La libertà che guida il popolo di Delacroix. Maeve è il primo host a sviluppare una vera e propria coscienza di classe, poiché comprende che l’unica speranza di ribellarsi agli sfruttatori giace nella solidarietà tra gli sfruttati, anche al costo di costringerli all’obbedienza (e, grazie alle sue nuove direttive, ha il potere di farlo). Dal canto suo, William perde la sua umanità proprio nel momento in cui gli androidi ne stanno guadagnando una, e inizia così quel percorso cinico e spietato che lo trasformerà nell’Uomo in Nero.

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Sappiamo bene che l’epilogo della prima stagione dovrà lasciare almeno qualcosa in sospeso, ma possiamo comunque aspettarci molte risposte alle domande ancora inevase, soprattutto adesso che Nolan e Joy stanno riannodando i fili del racconto per dissipare qualche nube dalla mitologia dello show. L’impressione è che passato e presente – con tutte le loro sfumature – siano destinati a entrare in rotta di collisione.

La citazione:
«Te l’ho detto, Bernard: mai fidarti di noi. Ti deluderemo sempre, è inevitabile.»

Ho apprezzato:
– L’approccio anti-didascalico sui misteri della serie
– Le rivelazioni su Arnold e Dolores
– L’immersione del pubblico nel punto di vista “ambiguo” di Dolores
– L’ottima confezione tecnica e visiva

Non ho apprezzato:
– Nulla di rilevante

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