Cambia la tecnica, ma Ron Clements e John Musker si confermano due leggende dell’animazione Disney contemporanea: Oceania è il primo film in CGI della coppia che seppe rilanciare i Disney Animation Studios grazie al successo de La sirenetta, e che oggi dimostra di sapersi rinnovare sia sul piano tecnico (il computer al posto dei disegni animati) sia su quello narrativo.
Se è vero che alcuni punti fissi del Rinascimento Disney restano invariati (i numeri musicali, gli animaletti come spalle comiche), completamente diverso è invece il cammino dell’eroina: non più orfana, non più impegnata in legami romantici conflittuali, la protagonista rifiuta il melodramma in favore dell’avventura, limpida metafora di un percorso formativo che dall’adolescenza conduce all’età adulta. Vaiana è l’esuberante figlia di Tui, capo di una florida isola polinesiana dove la navigazione oltre la barriera corallina è proibita da moltissimi anni, e nello specifico da quando il semidio Maui rubò il cuore di Te Fiti – la Dea Madre – per donarlo agli umani e graziarli col potere della creazione; purtroppo, però, un gigantesco mostro di lava chiamato Te Ka attaccò Maui per impossessarsi della gemma, e l’arma divina dell’eroe – un gigantesco amo da pesca che gli permetteva di mutarsi in qualunque animale – andò perduta nell’oceano. Con il cuore di Te Fiti ormai disperso, la natura cominciò un lento processo di deterioramento, liberando numerosi mostri marini e altre creature minacciose che scoraggiarono la navigazione. Ora, mille anni dopo, anche l’isola di Vaiana sta marcendo, e la ragazza deve obbedire al richiamo dell’orizzonte: spinta dalla nonna, intraprende un viaggio periglioso con il cuore di Te Fiti fra le mani, scelta dall’oceano per trovare Maui e restituire la gemma alla sua legittima proprietaria.
Non mancano alcuni elementi “classici” delle fiabe moderne, soprattutto l’idea di una principessa intraprendente che viene spronata all’azione dalla saggezza del suo mentore, ma Oceania ha il merito di impostare il discorso all’interno di un lungo retaggio femminile che dalla Dea Madre (la creatrice) passa alla nonna (la divulgatrice) e infine a Vaiana (la risolutrice), riconoscendo il valore della trasmissione orale in una cultura dove il racconto dei miti non assume forme scritte. Non a caso, gli intermezzi musicali hanno una funzione precisa, ben diversa dagli altri film Disney: fermano la narrazione per tramandare la cultura e la mitologia delle popolazioni locali, ricostruendone il passato. È attraverso una scena cantata che la protagonista scopre di discendere da grandi navigatori, ed è per mezzo di una canzone che Maui le illustra le sue imprese titaniche in favore dell’umanità. Lin Manuel Miranda, Opetaia Foa’i (leader del gruppo Te Vaka, uno dei più celebri dell’Oceania) e Mark Mancina confezionano alcuni brani degni di Broadway, che perdono qualcosa nell’adattamento italiano ma restano comunque suggestivi, a tratti potenti, come la splendida We Know the Way o l’altrettanto valida How Far I’ll Go. In virtù di questi pezzi, Ron Clements e John Musker costruiscono alcune sequenze che, per respiro ed epicità, rientrano pienamente nella tradizione dei classici disneyani.
I due cineasti impongono una regia dinamica, a tratti quasi virtuosistica, e lavorano sulla precisione dei tempi comici per vivacizzare sia i dialoghi tra Vaiana e Maui (la gag dell’oceano che riporta la protagonista sulla barca mantiene sempre una certa freschezza) sia gli interventi dell’allucinatissimo Heihei, gallo scheletrico e completamente estraniato dalla realtà, mai troppo invadente come spalla umoristica. C’è una rigorosa suddivisione, quasi sempre rispettata, fra la staticità dei momenti comici (quando i personaggi occupano tutti la stessa porzione limitata di spazio) e il dinamismo dell’azione (quando solitamente si separano e coprono spazi più ampi), che impostano così un dialogo di reciproca necessità, compensandosi a vicenda.
Laddove molti film Disney professano l’urgenza di mettere radici e ristabilire un nucleo istituzionale (la Famiglia, la Casa…) all’interno di un “ordine” precostituito, Oceania invita a fare l’opposto: i legami familiari restano saldi e importanti, certo, ma Vaiana rivoluziona la mentalità della sua gente attraverso l’idea del viaggio come possibilità di conoscenza, l’esperienza dell’ignoto come tappa fondamentale della crescita. Insomma, mentre altrove si parte e poi si ritorna per restare, in Oceania si parte e poi si ritorna solo per partire ancora, verso un orizzonte inesauribile che richiederà lo sforzo e la curiosità di infinite generazioni. L’azione conta più dei sentimentalismi, e ce n’è parecchia nelle avventure di Vaiana e Maui, spesso alle prese con mostri bizzarri che danno luogo a scene piuttosto episodiche (quella con i Kakamora, in particolare, è divertente ma un po’ isolata). Ne risulta un film che si regge su un’ossatura tradizionale, ma capace di aprirsi al futuro con più naturalezza rispetto ad altre principesse contemporanee: l’emancipazione non passa dai proclami didascalici, ma dai fatti, dalla scelta di agire per determinare il proprio destino e quello della propria gente. In fondo, anche alle fiabe giova un po’ di sano pragmatismo.
Oceania uscirà il prossimo 22 dicembre nelle sale italiane.
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