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Westworld, la recensione dell’episodio 1.04: Dissonance Theory

Westworld, la recensione dell’episodio 1.04: Dissonance Theory

Di Lorenzo Pedrazzi

Dissonance Theory è il primo episodio di Westworld dove i misteri della trama orizzontale hanno il sopravvento sull’ontologia degli androidi: non si aggiungono grandi sfaccettature psicologiche a quelle già esistenti, ma l’enigma del parco diviene più fitto…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Dolores Abernathy (Evan Rachel Wood) è sempre sotto osservazione da parte di Bernard Lowe (Jeffrey Wright), a cui confessa il suo dolore per la morte dei genitori. Ciononostante, non vuole che lui inibisca la sua sofferenza: il dolore è tutto ciò che le rimane, e le permette di scoprire qualcosa di nuovo su se stessa.
La ragazza si risveglia in compagnia di William (Jimmi Simpson) e Logan (Ben Barnes), che l’hanno salvata dopo l’assalto alla sua fattoria. Dolores li accompagna nella loro caccia a un bandito fuggitivo, che viene catturato dopo una sparatoria. Sulla strada per Sweetwater, però, il criminale offre loro un accordo più vantaggioso: se lo riporteranno al suo capo, avranno una ricompensa più ricca. Logan accetta, quindi spara alla guida e libera il bandito, suscitando l’orrore di William e Dolores.
Intanto, l’Uomo in Nero (Ed Harris) continua a seguire le tracce verso il misterioso labirinto, la sezione più segreta e remota del parco. Gli indizi lo portano da Armistice (Ingrid Bolsø Berdal), una bandita sul cui corpo è tatuato un grosso serpente. L’Uomo in Nero le propone un patto: lui libererà Hector Escaton (Rodrigo Santoro) dal carcere, e in cambio lei gli rivelerà la storia del tatuaggio. L’evasione riesce, e Armistice gli racconta che ha disegnato il serpente con il sangue dei suoi cari, uccisi anni prima dall’infernale Wyatt. L’Uomo in Nero si mette sulle tracce di quest’ultimo, e trova Teddy Flood (James Marsden) appeso a un albero, massacrato ma ancora vivo. Teddy gli chiede di ucciderlo, ma il pistolero si rifiuta e lo libera.
Nel centro di controllo, Theresa Cullen (Sidse Babett Knudsen) è preoccupata per l’enigmatica storyline progettata da Robert Ford (Anthony Hopkins), che sta facendo radere al suolo una porzione di deserto per realizzarla. Theresa deve riferire gli ultimi sviluppi al consiglio di amministrazione, ma lui non è interessato a questi dettagli, e le dice gentilmente – ma con un velo di minaccia – di non mettersi sulla sua strada.
A Sweetwater, Maeve Millay (Thandie Newton) è tormentata dai lampi mnemonici dei suoi passati decessi, che vengono innescati per associazione d’idee, ad esempio quando guarda Clementine Pennyfeather (Angela Sarafyan) negli occhi. La banda di Armistice e Hector arriva in città, dove affronta i soldati. Hector entra nel bordello di Maeve, e lei gli offre la combinazione della cassaforte in cambio di informazioni su una divinità venerata dai nativi americani, somigliante agli strani individui (in realtà dei tecnici con le maschere e le tute) che l’hanno prelevata dopo ogni sua “morte”. Hector le dice che si tratta di una divinità che fa visita ai morti subito dopo il trapasso. Maeve, convinta di essere già deceduta innumerevoli volte, si fa un taglio nel ventre da cui estrae una vecchia pallottola, poi viene uccisa insieme a Hector da una raffica dei soldati.

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Artista e committenza
I primi minuti di Dissonance Theory ci ripropongono l’immagine più ricorrente di Westworld, sorta di trait d’union per le tematiche dello show: Dolores viene interrogata da Bernard, che in lei vede una creatura sempre più complessa e sfaccettata. La host respinge l’offerta di anestetizzare il suo dolore per la morte dei genitori, poiché la sofferenza le permette di scoprire nuove parti di se stessa, come se la sua mente e la sua personalità si evolvessero in relazione a questa esperienza; di fatto, l’intelligenza artificiale può definirsi tale qualora sia capace di apprendere dal suo “vissuto” personale, adottando nuove strategie di sopravvivenza in virtù di ciò che ha imparato. Dolores è indirizzata proprio su quella strada, e Bernard ne resta sbalordito: lui, al contrario di Robert, ha un carattere sensibile che lo porta a empatizzare con gli androidi, ed è incapace di considerarli come semplici “oggetti”. Il legame con Dolores si fa quindi più profondo, anche se l’ammirazione si mescola al timore reverenziale, lo stesso che inevitabilmente si prova di fronte alle incognite del futuro.

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Se questo incipit sembra procedere sulla scia degli altri episodi (approfondendo ulteriormente le tematiche della serie), il resto della puntata cambia registro: le riflessioni ontologiche sulla natura degli androidi lasciano il posto allo sviluppo della trama orizzontale, rendendo Dissonance Theory un episodio vagamente transitorio, soprattutto se paragonato ai primi tre. Questo non significa però che sia privo d’interesse. Stavolta Jonathan Nolan è affiancato dal grande Ed Brubaker, uno dei principali sceneggiatori di fumetti americani, e insieme confezionano un intreccio basato sull’opposizione dei caratteri, che peraltro si nutre di dialoghi sagaci e riflessivi. Il dualismo tra Logan e William ripropone il contrasto fra cinismo ed empatia, laddove il primo è ben felice di sfogare le bassezze della sua natura in un mondo che non impone conseguenze legali (e nemmeno morali, dal suo punto di vista), mentre il secondo si preoccupa di applicare a quel mondo le stesse regole della vita reale, seguendo un codice di lealtà e rispetto.

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Altrettanto significativa è la collisione dietro le quinte fra Robert e Theresa, che replica le dinamiche relazionali tra artista e committente: il demiurgo di Westworld vuole dare libero sfogo alle sue ambizioni colossali, ma la donna deve rendere conto al consiglio d’amministrazione, ed è obbligata a tenere sotto controllo il funzionamento del parco (per non parlare del budget e della sicurezza). Ford è chiaramente un personaggio bigger than life, e non sopporta lo sterile pragmatismo di Theresa, incapace di comprendere la vastità – tuttora misteriosa – del suo progetto creativo.

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Se Dolores svolge un ruolo sostanzialmente gregario (mentre il povero Teddy si conferma più scalognato di Kenny McKormick), la psiche di Maeve subisce un’evoluzione improvvisa grazie ai ricordi che emergono dal suo “subconscio”: il ritrovamento della pallottola è una prova dei suoi precedenti decessi, anche se la donna cerca una spiegazione nella mitologia dei nativi americani, ed è ancora lontana dalla verità. Al contempo, l’Uomo in Nero ci guida nello svolgimento della trama orizzontale, rivelandoci che l’enigmatico labirinto (la sezione più remota di Westworld) è opera di Arnold, lo spettrale ex socio di Robert, che morì all’interno del parco molti anni prima. L’impressione, però, è che i misteri della serie abbiano un’importanza secondaria rispetto alle tematiche psicologico-esistenziali, e che servano più che altro ad agevolarne l’approfondimento: ciò che conta davvero, nello show di Jonathan Nolan e Lisa Joy, è la riflessione sulla singolarità tecnologica e sui limiti dell’empatia umana, non certo le grandi rivelazioni o i colpi di scena. E, francamente, è molto meglio così.

La citazione:
«Questo mondo è una storia. Ho letto tutte le pagine tranne l’ultima, devo sapere come finisce.»

Ho apprezzato:
– La riflessione di Dolores sulla sofferenza
– Il dualismo tra Robert e Theresa
– L’approfondimento della trama orizzontale
– L’ottima confezione tecnica e visiva
– La qualità dei dialoghi

Non ho apprezzato:
– La minore attenzione per i grandi temi della serie

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