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Luke Cage – La serie Marvel/Netflix tra Blaxploitation e supereroismo

Luke Cage – La serie Marvel/Netflix tra Blaxploitation e supereroismo

Di Lorenzo Pedrazzi

Quando Luke Cage fece il suo esordio nel 1972, la Blaxploitation era ancora agli albori, ma Cotton Comes to Harlem circolava già da un paio d’anni, e aveva piantato i semi per la fioritura di un sottogenere che si rivolgeva direttamente al pubblico afroamericano. Si trattava di colmare una lacuna molto ampia, non solo in termini d’intrattenimento, ma anche di rappresentazione culturale: il cinema hollywoodiano era un’arte fatta da bianchi per altri bianchi, e le minoranze etniche – sempre che di vere e proprie “minoranze” si potesse parlare – restavano confinate in ruoli di contorno, grezzi e stereotipati. Le produzioni a basso costo della Blaxploitation, invece, erano spesso dirette da registi afroamericani, e afroamericani erano anche i protagonisti, pur scivolando talvolta nei medesimi cliché. Sweet Sweetback’s Baadasssss Song – il film di Melvin Van Peebles che inaugurò “ufficialmente” questo sottogenere – aveva ottenuto un enorme successo commerciale nel 1971, dimostrando che il mercato aveva sete di sguardi inediti, tematiche “forti” e generi musicali emergenti (il soul e il funky). L’interesse coinvolse anche il pubblico bianco, soprattutto quello più cinefilo: basti pensare alla passione di Quentin Tarantino per la stagione cinematografica della Blaxploitation, più volte omaggiata nei suoi film (Jackie Brown in primis).

La Marvel, insomma, non tardò a cavalcare l’onda, e introdusse la prima serie dedicata a un personaggio afromaericano: Luke Cage, Hero for Hire uscì nel giugno 1972, con i testi di Archie Goodwin e i disegni di George Tuska, anche se gli schizzi preliminari furono opera del leggendario George Romita Sr.. Le storie contaminavano la Blaxploitation con la fantascienza supereroistica della Casa delle Idee, arricchendo il discorso sulla diversità etnica che inevitabilmente stava prendendo piede nell’universo marvelliano, soprattutto in un’epoca – la Bronze Age degli anni Settanta – dove le proteste per i diritti civili e i temi della droga, del razzismo e del degrado urbano avevano cominciato a influenzare anche le vicende dei supereroi, incupendone i tratti.

Luke Cage approda quindi su Netflix per espandere le prospettive del Marvel Cinematic Universe, già declinato sotto una luce diversa dagli exploit di Daredevil e Jessica Jones.

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Power Man
Se le avventure di Matt Murdock si svolgevano a metà fra legal drama e Giustiziere della notte, quelle di Jessica Jones univano gli impulsi della detective story e le istanze del riscatto femminile, adottando un punto di vista ben più maturo rispetto ai film dei Marvel Studios. Dal canto suo, Luke Cage non è solo il primo prodotto in live-action del Marvel Cinematic Universe con un protagonista afroamericano, ma anche una serie dove le radici della Blaxploitation sono percepibili fin dai titoli di testa:

Ovviamente il genere è stato “addomesticato” e tirato a lucido, ma non si può negare che lo showrunner Cheo Hodari Coker (sceneggiatore di Notorius B.I.G. e Ray Donovan) abbia in mente quel riferimento preciso, seppur contaminato dalla tradizione recente del rap metropolitano. Per citare il David Foster Wallace di Signifyng Rappers, “nel rap hardcore l’ideologia nasce sempre da un episodio o da una condizione ben precisa, e la rabbia, dunque, da una causa, la minaccia da qualche forma di provocazione riconoscibile”; insomma, il rap è la musica ideale per accompagnare una storia dove il supereroismo s’intreccia al riscatto sociale, e incarna una reazione all’atteggiamento prevaricante dei “bulli”, poiché la criminalità organizzata tiene Harlem sotto scacco e costringe Luke (Mike Colter) a uscire dall’anonimato.

Dopo le vicende narrate in Jessica Jones, ritroviamo il nostro eroe mentre cerca di tenere un profilo basso: lavora come inserviente presso il barber shop di Henry “Pop” Hunter (Frankie Faison), locale storico di Harlem, sorta di “zona franca” dove ogni conflitto viene sospeso. Pop è un brav’uomo che cerca di allontanare i ragazzi dai pericoli della criminalità, ma il noto quartiere newyorkese è funestato dai traffici di Cornell “Cottonmouth” Stokes (Mahershala Ali), un gangster che finanzia la campagna elettorale di sua cugina Mariah Dillard (Alfre Woodard), impegnata affinché Harlem non rinunci alla sua identità “nera”. Quando un ragazzino che lavora per Pop viene coinvolto in un traffico d’armi per conto di Cottonmouth, lo stesso Luke è costretto a intervenire, ma qualcuno a lui vicino ne paga il prezzo. I detective Rafael Scarfe (Frank Whaley) e Misty Knight (Simone Missick), donna con cui Luke ha vissuto un’avventura di una notte, hanno opinioni diverse sul ruolo dei vigilanti, soprattutto perché Misty vuole che sia il sistema legale a trionfare su Cottonmouth, non la giustizia privata. Parallelamente, scopriamo che Luke è un ex poliziotto: si chiama in realtà Carl Lucas, e ottenne i suoi poteri nel carcere di Seagate, incastrato per un crimine che non aveva commesso. Innamoratosi della psicologa Reva Connors (Parisa Fitz-Henley), fu coinvolto in un giro di incontri clandestini, ma due detenuti – tra cui Shades (Theo Rossi), ora collaboratore di Cottonmouth – lo ridussero in fin di vita per ordine del secondino Albert Rackham (Chance Kelly). Il Dr. Noah Burstein (Michael Kostroff) lo sottopose a una terapia sperimentale per salvarlo, ma Rackham manomise la macchina per ucciderlo. Nell’esplosione, però, Carl si ritrovò con una forza sovrumana, pelle impenetrabile e capacità di guarigione accelerata, e usò i suoi poteri per fuggire. Cambiò nome in Luke Cage e trovò rifugio presso Reva, che lo sposò.

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Il Difensore di Harlem
Nei primi cinque episodi (che sono l’oggetto di questa recensione), la serie Netflix ha ben poco di “supereroistico”. Se prodotti più convenzionali come Arrow e The Flash continuano a riaffermare il superomismo dei loro protagonisti in ogni episodio, assecondando un meccanismo di reiterazione infinita dove c’è sempre un nuovo supercattivo da combattere, Luke Cage preferisce costruire l’identità del personaggio in modo graduale, armonizzandone il percorso in un’unica trama orizzontale (come Daredevil e Jessica Jones, d’altra parte). Ci sono molti riferimenti al Marvel Cinematic Universe, come le armi di Justin Hammer o l’invasione dei Chitauri, ma gli antagonisti sono drammaticamente umani, e persino credibili nella loro brama di potere: Cottonmouth è un gangster cresciuto nel mito di Biggie Smalls, mentre Mariah Dillard incarna l’ipocrisia di una classe politica che si nutre di slogan populisti e falsa vicinanza alla “base”. Non è ancora comparso Willis “Diamondback” Stryker, la cui presenza aleggia nei primi episodi, ma è chiaro che il big bad della stagione sarà proprio lui.

Il rapporto fra Luke e Harlem può ricordare quello tra Matt Murdock e Hell’s Kitchen, ma con la differenza che ad Harlem esiste un’identità etnica comune, tanto più preziosa in un periodo storico dove la comunità afroamericana è vittima di rigurgiti razzisti mai pienamente sopiti. Luke diventa quindi l’emblema del riscatto, ma questo non avviene all’interno di una stilizzazione iconica “da fumetto”, bensì in un contesto che cerca di essere verosimile, lasciando che l’eroe si muova al livello della strada: le sue imprese sovrumane – almeno finora – non sono mai visivamente mirabolanti, come se la serie, alla pari di Luke, trattenesse la sua enorme forza per non fare troppi danni. Il cuore che batte sotto la pelle impenetrabile conta più delle pallottole che vi si schiantano contro, e la quotidianità di Harlem conta più delle sfumature fantascientifiche (peraltro solo abbozzate, semplificate, come nella tradizione del fumetto supereroistico dove gli effetti contano più della causa). Il quartiere è vibrante, luminoso, ben diverso dai cliché cinematografici legati a questa zona di Manhattan, e Luke – originario della Georgia ma newyorkese d’adozione – è un prodotto del suo spirito solidale, fatto di nostalgia per un passato glorioso (come la giovane Aisha e suo padre, ex professionista del baseball) e di slancio verso un futuro sempre più evoluto, purché edificato sulle fondamenta dei “grandi”: non è infrequente che i personaggi citino palazzi, parchi o altre aree del quartiere che portano il nome dei maggiori rappresentanti della comunità nera, simboli di un retaggio storico-sociale tramandato di generazione in generazione, soprattutto davanti alla violenza di oggi.

Nell’assalto al Fort Knox di Cottonmouth, l’eroe indossa una felpa con il cappuccio che ha un preciso significato “politico”, come una presa di posizione di fronte agli omicidi insensati di ragazzi afroamericani. Trayvon Martin fu ucciso nel 2012 solo perché stava passeggiando a tarda sera con un cappuccio calato sulla testa, e per questo considerato “sospetto”: la felpa è un preciso omaggio alla vittima di quella tragedia. Se le marce di protesta non bastano a far capire agli americani WASP che Black Lives Matter, forse Luke Cage è proprio l’eroe di cui il pubblico bianco ha un disperato bisogno.

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