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Fear the Walking Dead: Recensione della seconda stagione

Fear the Walking Dead: Recensione della seconda stagione

Di Andrea Suatoni

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ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER

Con una doppia puntata che ha spazzato via tutte le certezze dei precedenti 13 episodi, Fear the Walking Dead termina la corsa della sua seconda stagione, forte del rinnovo già ottenuto per la terza (che vedremo probabilmente a partire dall’aprile 2017). Due dei personaggi principali sono morti (o forse no…), mentre i sopravvissuti sono dispersi e senza un rifugio: a cavallo fra incoerenza narrativa ed estrema voglia di differenziare il prodotto dalla “mamma” The Walking Dead, ecco la nostra recensione della seconda stagione!

FEAR

Il concept iniziale della serie era quello di voler giocare con la paura dell’imminente apocalisse: costruire una serie su un mondo in divenire, le cui leggi cominciavano a vacillare di pari passo con i valori morali dei protagonisti, era quello che gli showrunner volevano fare. Peccato però che le premesse si siano perse quasi subito e siano state gestite diversamente da come il pubblico si aspettava: ben poco è ormai rimasto all’alba di una terza stagione che faticherà moltissimo a non diventare la copia della serie madre.

D’altra parte, vedere il lento cambiamento dei protagonisti in video in tutta la sua interezza è stato finora il punto forte dello show: con forse l’unica eccezione di Ofelia, bistrattata dalla scrittura e tuttora in viaggio per un misterioso quanto incoerente viaggio personale, tutti i personaggi hanno intrapreso volenti o nolenti un percorso che li ha profondamente trasformati, proprio perché la paura (il fear del titolo), grande protagonista dello show, si è inserita nella vita di tutti i giorni ed ha ribaltato il quotidiano di ognuno.

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Madison e Chris, ognuno a proprio modo, sono stati i primi a subire l’effetto del nuovo corso degli eventi: il freddo omicidio di Celia da parte della prima ed il tradimento del padre Travis per il secondo sono stati il coronamento di un viaggio che li ha portati ad essere persone completamente diverse, ognuno con i risultati che ne sono derivati.

Per Travis il cambiamento finale è avvenuto negli ultimi episodi andati in onda: l’esplosione della rabbia per la morte di suo figlio ha messo in luce il tormento interiore che fin dall’inizio il personaggio ha vissuto, mostrandosi sempre come il più strenuamente attaccato ai vecchi valori del pre-apocalisse; per lui il cambiamento è avvenuto di colpo, figlio di una repressione continua che aveva il sapore di una consapevolezza sull’inevitabilità di una conversione che in Chris vedeva già avvenuta e che sperava ingenuamente di poter evitare almeno a sé stesso.

Ultimi, Nick e Alicia: i due ragazzi stanno ancora vivendo il loro viaggio interiore, e mentre sul primo poniamo un enorme punto interrogativo riguardo le intenzioni degli autori (che hanno dipinto un personaggio in bilico fra la pessima scrittura e la profonda incoerenza), in capo alla seconda segnaliamo una trovata maturità a seguito del riavvicinamento con la madre Madison e la presa di coscienza di non poter più essere la ragazza che era. Sempre di più Alicia sembra diventare la vera leader effettiva del gruppo, l’unica in grado di ragionare razionalmente (e cinicamente) e di prendere in mano la situazione.

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SCELTE NARRATIVE

Da questa seconda stagione risulta una netta voglia di differenziarsi dall’originale The Walking Dead, obiettivo non sempre riuscito ma comunque lodevole, almeno in teoria: molto spesso gli showrunner premono l’acceleratore ed il freno senza soluzione di continuità, in una sorta di tira e molla che non giova affatto alla godibilità dello show. Un indicativo esempio è stato il finale di mid season: il personaggio di Celia, forse il primo con un certo peso a differenziarsi maggiormente da tutti quelli visti finora nella cosmologia di entrambi gli show, è stato liquidato in fretta e furia in funzione della crescita di una Madison che non aveva affatto bisogno di un così repentino passo in avanti; medesimo discorso per Daniel, del quale non appena abbiamo a fatica digerito il cambiamento rispetto agli esordi nella prima stagione (che seppur improvvisi non risultavano del tutto fuori posto) abbiamo visto (o intuito? Qualcosa ci fa ancora credere che rivedremo l’ex militare nel corso della terza stagione) una morte che ai fini della trama risultava sostanzialmente inutile, troncando di netto un interessante spunto in virtù (così sembrava, ma poi anche qui la scrittura si è persa) di uno sviluppo futuro del personaggio di Ofelia.

Scelte narrative continuamente in conflitto con loro stesse che alla lontana (molto alla lontana) ricordano il realismo di un Game of Thrones dove i personaggi arrivano al termine della loro storia senza risolversi, ma che in una serie come Fear the Walking Dead lasciano il tempo che trovano, affatto contestualizzate da una trama che sembra andare continuamente allo sbaraglio, soprattutto dal momento della separazione dei personaggi principali a partire dall’ottavo episodio.

Segnaliamo però in seno alla sceneggiatura anche alcuni pregi: il rapporto fra Victor Strand, Thomas e Celia ad esempio, che rappresenta  uno dei momenti più alti della stagione, così come il rapporto fra il primo e Madison che diviene pian piano quello di una vera amicizia. Victor spicca fra gli altri come il personaggio meglio scritto e più coerente con sé stesso: dal proiettile in testa al suo amato alla scelta di rimanere nell’hotel, Strand cresce pur rimanendo quello che inizialmente ci è stato presentato (nella speranza che il suo rimanere indietro non lo cancelli nell’economia dello show).

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TERZA STAGIONE

La premiere della terza stagione dovrà risolvere vari nodi rimasti ingarbugliati al termine della seconda: dal destino degli abitanti della Colonia e di Luciana in particolare a quello di Ofelia (nella speranza che le vicende del personaggio acquistino almeno un po’ di mordente), passando per il viaggio di Madison, Alicia e Travis per riunirsi a Nick. Ma da chiarire abbiamo anche l’avvenuta morte di Chris e di Daniel, senza contare la presenza di Strand all’hotel dopo aver aiutato Madison e gli altri a fuggire. La carne al fuoco è ancora moltissima, e resta da vedere come la prossima stagione verrà gestita: il pericolo, che visibilmente gli showrunner sentono fortemente, di creare una copia carbone di The Walking Dead è enorme e rappresenta (soprattutto per la direzione presa finora) un problema di non facile soluzione.

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