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The Bad Batch – La recensione del film post-apocalittico di Ana Lily Amirpour, in Concorso a #Venezia73

The Bad Batch – La recensione del film post-apocalittico di Ana Lily Amirpour, in Concorso a #Venezia73

Di Lorenzo Pedrazzi

Chissà cosa penserebbe Donald Trump di questo futuro dove i “lotti difettosi” vengono espulsi dagli Stati Uniti come clandestini, e relegati nelle lande desertiche che si estendono ai confini del Texas. L’area geografica non è certo casuale, poiché la frontiera con il Messico è un crocevia di traffici illeciti che ha inasprito la campagna elettorale del candidato repubblicano, coagulando in sé le pulsioni razziste e nazionaliste di molti americani nel ventre più profondo del paese. In tal senso, non c’è dubbio che Ana Lily Amirpour abbia tratto ispirazione dai conflitti socio-politici di oggi per concepire The Bad Batch, dove la rielaborazione metaforica del presente – fedele al retaggio della fantascienza distopica – permette di isolarne i temi principali.

La regista statunitense di origini iraniane cambia genere e ambientazione rispetto a A Girl Walks Home Alone at Night, ma conferma la sua predilezione per un’eroina insolita ed estraniata dal suo contesto. Siamo in un futuro imprecisato, dove gli Stati Uniti d’America selezionano ed espellono i cittadini considerati “difettosi” per ragioni fisiche, mentali o caratteriali. Marchiati da un tatuaggio numerico come i prigionieri dei lager nazisti, questi reietti si ritrovano a vagare per il deserto, e fra di essi c’è anche una ragazza di nome Samantha (Suki Waterhouse). Non sappiamo per quale motivo sia stata considerata “difettosa”, ma la sua vita nel deserto comincia nel peggiore dei modi: catturata da una banda di culturisti che praticano il cannibalismo, le vengono amputati il braccio e la gamba destra, eppure Samantha riesce a reagire e uccide la sua carceriera. Si trascina nel deserto per un po’, finché non viene trovata da un vagabondo (Jim Carrey) che la salva e la porta a Comfort, un insediamento dove la gente cerca di vivere in pace, sotto la tutela di un leader (Keanu Reeves) che produce droga e garantisce tranquillità. Dopo cinque mesi, Samantha si è ormai ambientata a Comfort, e riesce a camminare grazie a una protesi. Revolver in mano, parte per vendicarsi dei suoi carnefici, e trova una di loro mentre rovista in una discarica insieme a una bambina, figlia dell’imponente Joe (Jason Momoa). Samantha uccide la donna e prende con sé la bambina, ma Joe si mette subito a cercare la piccola, e il suo cammino s’incrocia con quello della ragazza: ci sarà spazio per un po’ di solidarietà in tutto quell’orrore?

Il futuro immaginato da Ana Lily Amirpour è un’estremizzazione del presente, dove il terrore per l’altro da sé induce a barricarsi entro le proprie mura, limitando le libertà dei cittadini in favore di un’illusoria “sicurezza”. Non c’è posto per gli emarginati, inutili o dannosi agli occhi della società, ed è interessante notare la varietà delle reazioni umane di fronte all’apocalisse: i cannibali rappresentano l’imbarbarimento, il ritorno a uno stato di homo homini lupus che onora la legge del più forte (come si evince dai muscoli grotteschi dei culturisti, ormai disumanizzati); la comunità di Comfort incarna il tentativo di restaurare la civiltà, ma in modo nostalgico e conservatore, riproducendo sia i meccanismi basilari del capitalismo (proprietà privata e moneta corrente) sia quelli dell’individualismo occidentale (la ricerca di un sogno, lo stordimento delle droghe); infine, il personaggio di Jim Carrey è l’emblema di un sistema nuovo, che tenta di superare il capitalismo senza cedere alla barbarie. Non a caso, il vagabondo brucia il denaro per alimentare il fuoco, non conosce rivalità o conflitti, e predilige il baratto per effettuare qualunque transazione “commerciale”. Se la cineasta gli affida un ruolo doppiamente salvifico, è proprio per sottolineare la sua funzione emblematica all’interno della storia.

L’approccio è meditativo, soggetto a pochi dialoghi e a lunghi silenzi: il viaggio non è mai sinonimo di avventura, ma di esperienza spirituale e talvolta persino lisergica, peraltro con risultati discutibili e kitsch quando Samantha si fa un trip di acidi. I limiti di The Bad Batch, in effetti, non emergono dalla concezione iniziale di questo scenario disperato (ricco di intuizioni valide), ma dal suo sviluppo attraverso i personaggi e le rispettive trame. Se la protagonista non ha carisma né una vera caratterizzazione psicologica, l’enigmatico “guru” di Keanu Reeves resta privo di una chiusura soddisfacente, tradendo le ottime premesse iniziali: una figura ambigua che mantiene il controllo attraverso la diffusione del piacere, e ingravida le sue ancelle con la stessa frequenza dell’Immortan Joe di Mad Max: Fury Road. Troppo grezze anche le sfaccettature di Joe, padre (o tutore) affettuoso che dimentica le sue sfumature non appena lascia il campo dei cannibali. Ne risulta un film intrigante ma prolisso, incapace di offrire uno sguardo radicalmente inedito sul genere, nonostante Amirpour prenda strade diverse rispetto alla media. L’impressione è che non abbia ben chiaro il suo obiettivo, e imbastisca un pastiche di suggestioni eterogenee che – prese singolarmente – non sono prive di fascino, ma faticano ad amalgamarsi in un insieme solido e coerente.

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The Bad Batch è stato presentato in Concorso alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

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