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The Assassin: la recensione del cappa e spada d’autore firmato da Hou Hsiao Hsien

The Assassin: la recensione del cappa e spada d’autore firmato da Hou Hsiao Hsien

Di Marco Lucio Papaleo

È la Cina dei Tang a fare da sfondo alle vicende narrate da The Assassin, pellicola diretta dal veterano cineasta asiatico Hou Hsiao Hsien: un periodo sicuramente interessante e utile trampolino per portare sul grande schermo un classico cappa e spada all’orientale pregno di epica e rigore morale.
La storia vede protagonista Nie Yinniang (interpretata dalla splendida, e particolarmente in parte, Qi Shu), giovane guerriera addestrata fin dall’infanzia nell’arte dell’assassinio, in cui si rivela particolarmente abile, frenata unicamente dalla sua grande sensibilità. Proprio questa sua debolezza verrà messa alla prova quando le verrà richiesto di eliminare figure scomode al governo centrale: signori di provincia poco disposti a scendere a patti con la Capitale. Uno di questi è il carismatico Tian Ji’an: l’impresa, già di per sé non semplice, è complicata dal fatto che Yinniang ha un legame di parentela con Tian, oltre ad essere stata sua promessa sposa, poi rinnegata per motivi politici. I legami affettivi si incontrano (per poi scontrarsi ferocemente) con i doveri istituzionali e confuciani, rendendo ardue le scelte di tutti coloro che risulteranno coinvolti nella missione della giovane assassina.

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Genere inesauribile e spesso fonte di grandi emozioni, il wuxia ha un suo irriducibile manipolo di fedelissimi appassionati anche nello Stivale, che tra gioie e dolori ne ha seguito l’evoluzione e lo sdoganamento degli anni 2000, per il quale sempre ringrazieremo autori e registi come Zhāng Yìmóu, Ang Lee, Tsui Hark, John Woo… e tanti altri nomi meno noti al grande pubblico. E senza voler tirare in ballo l’immancabile Quentin Tarantino, che ha catturato gran parte dell’essenza del genere e l’ha resa fruibile, tramite il suo celebre dittico di Kill Bill, agli occidentali poco avvezzi non solo alla sua estetica, ma anche al suo senso intrinseco. Ed ecco che il genere, dopo aver trovato una, a suo modo, perfetta cristallizzazione nell’equilibrio tra poetica, spettacolarità ed epica rappresentato dagli autori qui citati (ma non solo) vede arrivare Hou Hsiao Hsien a decostruirne il tutto e a farci domandare cosa caratterizza davvero un wuxia. L’indole marziale devota e saggia dei suoi personaggi? L’epica del contesto? Le micidiali sciabolate volanti all’interno di incredibili coreografie? O forse il bilanciamento del tutto?

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The Assassin, decisamente, fa pendere l’ago della bilancia sulle prime due ipotesi, rendendo i combattimenti non tanto simbolici quanto quasi accessori, e le scelte di camera, montaggio e minutaggio delle scene marziali non fanno che confermarlo. Se siete estimatori dei duelli a fil di spada e kung fu, vi avvisiamo, potreste rimanere molto delusi, perché le scene di lotta sono risicate e per nulla spettacolari. Più che di incapacità in tal senso, però, viene da pensare a una scelta ben ponderata, data l’incontestabile bravura con le immagini in movimento di Hou, palese in scene come quella del balletto di corte. Il wuxia, insomma, è solo un pretesto per raccontare di personalità spezzate, identità intrappolate, conflitti esistenziali e socio-politici. Durante l’ora e mezzo abbondante del film accadono molte cose, ma la trama in sé è molto risicata: quel che conta è l’attimo, il dettaglio sfuggente. E in questo Hou è impareggiabile, tratteggiando pittoricamente delle inquadrature magistrali che raccontano con i loro colori, le loro trasparenze e l’espressività dei suoi interpreti (e dei loro magnifici costumi), più che con le parole, come del resto da tradizione del cinema orientale. Un wuxia d’autore, dunque, sempre se, per voi, il wuxia può essere scisso dalla sua componente d’azione. Una pellicola allo stesso momento incantevole e spiazzante, ma anche difficile e lontana da quel che ci si aspetta solitamente dal genere.

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