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23 settembre 2016 • 15:40 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Scream Queens, la recensione dell’episodio 2.01: Scream Again

L'incubo non è finito per le Chanel e l'ex Preside Munsch: la seconda stagione di Scream Queens si trasferisce tra i corridoi di un tetro ospedale...
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Questa settimana ha debuttato sulla Fox la seconda stagione di Scream Queens, serie di Ryan Murphy, Brad Falchuk e Ian Brennan che unisce horror e commedia in un bizzarro pastiche. Cambia l’ambientazione, e dall’università si passa ai corridoi del C.U.R.E. Institute…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER.

1985, Halloween. L’ospedale di Nostra Signora Della Perpetua Sofferenza sta festeggiando la notte delle streghe, senza che nessuno si occupi dei pazienti. Una donna incinta prega il Dr. Mike (Jerry O’Connell), mascherato da mostro verde, di occuparsi di suo marito, che sta molto male. Il dottore promette di operarlo all’istante, ma in realtà scarica il suo corpo nella vicina palude con la complicità di un’infermiera, sicuro che tanto non ce l’avrebbe fatta. Si toglie il costume per non dare nell’occhio, e lo getta sul corpo dell’uomo riverso nell’acqua.
Torniamo al giorno d’oggi. Cathy Munsch (Jamie Lee Curtis), divenuta una scrittrice di successo grazie ai suoi libri sul neo-neo-femminismo, decide di intraprendere una nuova avventura: riformare il sistema sanitario americano. Per farlo, rileva l’ospedale di Nostra Signora Della Perpetua Sofferenza e lo trasforma nel C.U.R.E. Institute, che promette di curare anche i pazienti incurabili. La clinica è affidata al Dr. Brock Holt (John Stamos), un chirurgo che ha subìto il trapianto di una mano, e al Dr. Cassidy Cascade (Taylor Lautner), il quale soffre di un’insolita condizione medica che rende il suo corpo perennemente gelido. Munsch assolda anche Zayday Williams (Keke Palmer), che si è laureata in tempi record e ora sta studiando medicina. La ex Preside si offre di pagare la sua formazione accademica.
Intanto, Chanel Oberlin (Emma Roberts), Chanel N°3 (Billie Lourd) e Chanel N°5 (Abigail Breslin) sono libere, anche grazie al successo di un documentario che Netflix ha dedicato al loro caso. Sono povere, tutti le odiano, ma Kathy Munsch interviene per offrire loro una possibilità di redenzione: potranno studiare medicina presso il C.U.R.E. Institute, con vitto e alloggio pagati, a patto che seguano i medici senza dire una parola. La capo infermiera nonché amministratrice dell’ospedale, Ingrid Hoffel (Kirstie Alley), promette di tenerle d’occhio.
La prima paziente è Katherine Hobart (Cecily Strong), una donna affetta da irsutismo che ha il corpo ricoperto di peli. Zayday propone di sottoporla a una sorta di lobotomia, ma Brock e Chanel capiscono che Katherine consuma troppi cibi ricchi di vitamina D, quindi il suo corpo è intriso di testosterone: ecco la causa dell’irsutismo. Dopo una dieta adeguata, la donna guarisce.
Chanel e Chanel N°3 hanno un appuntamento con Brock e Cassidy, mentre Chanel N°5 è costretta a fare il turno di notte. Prepara un bagno caldo per sé e Katherine, ma entrambe restano bloccate nella vasca, e non possono fare niente quando un uomo travestito da mostro verde – lo stesso costume indossato dal Dr. Mike – le attacca con un machete. Il killer (altrimenti noto come Green Meanie, dal nome del mostro che si credeva infestasse la palude) taglia la testa a Katherine, mentre la sorte di Chanel N°5 non ci viene rivelata…

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Doctor Terror
Cambiare ambientazione, ma non personaggi: il formato antologico di Scream Queens è certamente più blando rispetto a quello di American Horror Story, al punto che la seconda stagione si presenta come un sequel della prima, con il ritorno delle Chanel e dell’ormai ex Preside Munsch. Il contesto ospedaliero è una manna per il cinismo di Ryan Murphy, che qui trova sfogo sulla pelle degli sventurati pazienti, a cominciare dalla povera Katherine Hobart. Affetta da irsutismo, Katherine ha “l’onore” di diventare la prima vittima dei nuovi episodi, decapitata dal mostro verde mentre sta facendo un bagno rigenerante: dal C.U.R.E. Institute si esce più morti che vivi, e la fama dell’ospedale (già pessima) corre verso il baratro.

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Si parte da un prologo sgangheratissimo che chiaramente pone le basi per la futura scia di omicidi, come nella prima stagione, ed è inevitabile fare speculazioni sull’identità dell’assassino. Lo schema, almeno per ora, è praticamente lo stesso dell’anno scorso: un’ambientazione circoscritta e fortemente caratterizzata (là era il college, qui l’ospedale), una premessa narrativa che “giustifica” gli omicidi (in entrambi i casi la morte di un innocente per disinteresse o negligenza) e un serial killer camuffato in modo vistoso che semina il panico tra i protagonisti (là era il Red Devil, qui il Green Meanie). Jamie Lee Curtis è deliziosa come al solito, Kirstie Alley si rivela una novità intrigante, mentre Emma Roberts e Abigail Breslin sono volutamente moleste e chiassose, anche se la migliore resta Billie Lourd con la sua apatia da millennial. Non male anche Taylor Lautner e soprattutto John Stamos, cialtroni autoironici che ridicolizzano la loro fama di sex symbol.

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Ryan Murphy, Brad Falchuk e Ian Brennan confezionano la satira di un mondo dove gli incapaci raggiungono posizioni di vertice, e i media sono liberi di glorificare o affossare i più disparati “casi umani”: divertente, in tal senso, la parodia di Making a Murderer dedicata alle Chanel. Purtroppo però il loro cinismo appare spesso gratuito, autocompiaciuto e privo di costrutto, mentre le gag e le battute faticano ad andare a segno e a trovare i giusti ritmi comici. Senza contare che il lato horror è impostato senza un minimo di talento per la commistione dei generi, e i vaghi tentativi di scimmiottare lo splatterstick sono di pessima fattura: basterebbe fare un confronto con l’irresistibile Ash vs Evil Dead per capire come funziona un giusto amalgama di orrore e comicità. D’altra parte, agli autori interessa solo il lato più frivolo della vicenda, quello che attinge alla tradizione dei chick flick, ma non hanno sufficiente brillantezza per trasformare il kitsch in un prodotto “di culto”: i modelli di Mean Girls e Easy-A – giusto per citare i migliori film degli anni Duemila all’interno di questo sottogenere – sono molto lontani. Si nota, anzi, un po’ di svogliatezza, come dimostrano lo scapestrato prologo e le battute fiacche, gettate nella mischia senza convinzione, con la vana speranza di diventare citabili. La carenza di idee spinge alla ripetizione del già detto (Chanel che insulta le sue compagne chiamandole «silly dugongs», battuta cult della prima stagione), e l’episodio finisce per fagocitare se stesso.
Le premesse della seconda stagione, insomma, non sono incoraggianti.

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La citazione:
«Beh, ho passato tutta la notte con le Chanel, a cercare di trovare una cura per la lupa mannara, quando all’improvviso mi sono resa conto che entrambe le Chanel sono idiote.»

Ho apprezzato:
– Lo spirito satirico
– Il cast autoironico

Non ho apprezzato:
– Gag e battute poco brillanti
– Il cinismo autocompiaciuto
– L’incapacità di unire horror e commedia

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