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Planetarium – La recensione del film con Natalie Portman, Fuori Concorso a #Venezia73

Planetarium – La recensione del film con Natalie Portman, Fuori Concorso a #Venezia73

Di Lorenzo Pedrazzi

GUARDA ANCHE: Il trailer di Planetarium

La storia del cinema è una storia di fantasmi, evocati sullo schermo come feticci di un passato che diventa sempre più limpido con l’evoluzione della tecnologia. Il cinema delle origini, a maggior ragione, è popolato da immagini tremolanti e corpi evanescenti, avvolti da un bianco e nero che riporta le cicatrici del tempo: i personaggi sembrano apparizioni fantasmatiche, mentre le ambientazioni sono rarefatte come in un sogno. Ciononostante, all’epoca la percezione era ben diversa, poiché le caratteristiche del nuovo mezzo permettevano di ottenere una rappresentazione più “verosimile” rispetto alle altre tecniche. Ne consegue che molti cineasti presero a elaborare svariati trucchi (fotografici, luministici e di montaggio) per inserire elementi fantastici all’interno di contesti “realistici” e in movimento, rendendo possibile l’impossibile: i prodigi di Georges Méliès, formidabile pioniere dell’arresto per sostituzione e di altri effetti speciali, dimostrano questa volontà di sedurre il pubblico con il linguaggio del meraviglioso.

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Alla luce di tutto ciò, il soggetto di Planetarium è molto intrigante: Laura e Kate Burlow (Natalie Portman e Lily-Rose Depp) sono due sorelle americane che praticano lo spiritismo, e si esibiscono in pubblico o privatamente nella Parigi degli anni Trenta. Il produttore cinematografico Andre Korben nota il loro talento durante una seduta spiritica che lo coinvolge in prima persona, e offre a entrambe un contratto per diventare attrici: l’idea è di filmare la loro attività e catturare sullo schermo le immagini dei fantasmi, in modo da battere l’agguerrita concorrenza del cinema americano – la cui superiorità tecnologica è palese – con qualcosa di radicalmente nuovo. Laura e Kate accettano, ma vengono progressivamente consumate dall’industria cinematografica e dagli uomini che la popolano, mentre l’Europa sfreccia verso la catastrofe.

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C’è un’intuizione brillante alla base di Planetarium, poiché la regista Rebecca Zlotowski unisce la qualità “spettrale” dei vecchi film al tema dello spiritismo, due attrazioni da fiera che possono alimentarsi vicendevolmente. L’utopia di Korben attribuisce al cinema delle proprietà metafisiche, come se l’immagine filmata garantisse l’accesso a un mondo sovrasensibile che la fotografia aveva solo sfiorato, e le sorelle Burlow si ritrovano sopraffatte da questa commistione d’intrattenimento e sogni visionari. Purtroppo, però, la sceneggiatura di Zlotowski e Robin Campillo non è in grado di procedere oltre l’idea iniziale, e incappa in sviluppi narrativi farraginosi che ostacolano sia la fruizione sia la più banale comprensione.

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Ciò che ne deriva è un film confusionario, indeciso sulla strada da prendere, soprattutto perché non riesce a far convivere tutte le sue anime in un insieme compatto (il melò, il dramma storico, il paranormale e gli spunti metacinematografici formano dei nuclei isolati, mai pienamente amalgamati fra loro). Natalie Portman è anche brava a tratteggiare i dubbi e le lacune della sua eroina, ma è costretta a interpretare sequenze dolenti e troppo compiaciute dove le reazioni psico-emotive appaiono ingiustificate o alquanto criptiche. All’opposto, alcuni dialoghi suonano eccessivamente didascalici, soprattutto in rapporto a un contesto rarefatto e sognante come quello di Planetarium. Oltre i confini delle sue inquadrature c’è un continente in subbuglio, ma il contesto storico resta un’eco debolissima che influisce sulla trama solo nel finale (in modo fin troppo repentino), e tutto il potenziale del film si perde nelle ambizioni pseudo-liriche della sua autrice. Peccato, perché alcune idee visive hanno un fascino singolare, soprattutto nel prologo e nell’epilogo.

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Planetarium è stato presentato Fuori Concorso alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

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