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American Horror Story: My Roanoke Nightmare – La recensione del primo episodio

American Horror Story: My Roanoke Nightmare – La recensione del primo episodio

Di Lorenzo Pedrazzi

La premiere di American Horror Story è stata una vera sorpresa per gli spettatori americani, come scegliere il pacco misterioso in un quiz televisivo: FX ha mantenuto il segreto sul tema e sul titolo della sesta stagione fino alla messa in onda, quindi nessuno sapeva cosa aspettarsi da questa nuova incursione di Ryan Murphy nei territori dell’horror. Ebbene, il risultato è lo spiazzante My Roanoke Nightmare, che sembra stravolgere il format della serie…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

La struttura narrativa imita quella di un reality show sul paranormale, intitolato My Roanoke Nightmare: i coniugi Shelby Miller (Lily Rabe) e Matt Miller (André Holland) raccontano alle telecamere la terribile esperienza che hanno vissuto in Nord Carolina, dove si erano trasferiti in seguito alla perdita del bambino che lei portava in grembo.
Lo show ci mostra la loro storia, ricostruendola con attori professionisti (Sarah Paulson per Shelby e Cuba Gooding Jr. per Matt). Lei è un’insegnate di yoga, lui un rappresentante farmaceutico. Si conoscono a Los Angeles, si sposano e sono in attesa del primo figlio, ma Matt subisce un’aggressione da parte di una gang che sta celebrando un rito iniziatico (colpire un estraneo a caso in strada) e Shelby perde il bambino, non è chiaro se per lo stress o per la spinta che riceve durante l’episodio incriminato. Decidono quindi di ricominciare dal Nord Carolina, luogo di nascita dell’uomo, e comprano un’antica magione circondata dai boschi, battendo la concorrenza di una famiglia di rozzi redneck.
Ovviamente, una casa venduta a prezzo stracciato nasconde qualche brutto tiro. Matt e Shelby sentono strani versi provenire dal bosco durante la notte, e “qualcosa” lancia bidoni e altra spazzatura contro l’abitazione. Un giorno, mentre Matt è fuori per lavoro, Shelby assiste a una grandinata di denti umani che si abbatte sulla casa. La donna comincia a pentirsi di essersi trasferita laggiù, ma la situazione volge al peggio quando, una notte, viene aggredita da un misterioso individuo che cerca di affogarla nella vasca idromassaggio. Matt deve partire ancora per lavoro, quindi chiede a sua sorella Lee (Angela Bassett) di tenere compagnia a Shelby mentre lui è via. Lee è un’ex poliziotta che ha iniziato ad abusare di antidolorifici dopo una ferita d’arma da fuoco, ed è stata licenziata per la sua dipendenza. Lei e Shelby non si sopportano. Prima di partire, Matt installa un sistema di telecamere che comunica direttamente col suo cellulare.
Una notte, bizzarri individui muniti di fiaccole entrano nel perimetro della casa, e Matt li vede dal suo smartphone. È lontano, si trova in una camera d’albergo, e cerca di contattare Lee e Shelby per avvertirle, ma non rispondono perché stanno discutendo. Allora chiama la polizia, e si precipita in macchina per tornare a casa. Le due donne sentono dei rumori nel seminterrato, vanno a controllare e scoprono un televisore che riproduce uno strano filmato: un uomo, appostato tra gli arbusti del bosco, riprende un’inquietante creatura antropomorfa con la testa suina, che però si accorge di lui e lo obbliga ad accovacciarsi per nascondersi. La porta della cantina si chiude, e loro restano dentro per circa mezzora. Quando escono, trovano l’atrio della casa “addobbato” con molteplici fili a cui sono appese delle bamboline fatte di legno e paglia.
Quando Matt raggiunge l’abitazione, la polizia se n’è già andata. Shelby vuole andarsene, ma né lui né Lee sono d’accordo. Ciononostante, Shelby prende l’auto e parte a razzo, ma investe senza volerlo una donna sulla strada. La donna (Kathy Bates) si rialza come se nulla fosse, e s’inoltra nel bosco. Shelby la segue, ma si perde a pochi metri dal sentiero, che sparisce alle sue spalle. Improvvisamente, si ritrova circondata da persone che indossano abiti antichi (tra cui Wes Bentley) e reggono delle torce…

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My folk horror nightmare
La proliferazione dei reality show – con tutte le possibili varianti di carattere privato e professionale – ha abituato il pubblico a un sensazionalismo che nasce dalle confessioni “intime” dei protagonisti davanti alla telecamera (come in un confessionale), e poi deflagra nelle riprese “dal vero” o nelle ricostruzioni filmate, dove i conflitti drammatici vengono messi in scena con un gusto parossistico e kitsch. American Horror Story: My Roanoke Nightmare si nutre proprio di questo retaggio televisivo, rielaborandolo in veste fittizia per generare inquietudine: di fatto, le interviste ai diretti interessati sono una forma di mockumentary, un finto documentario, mentre le rievocazioni adottano i codici dell’horror più convenzionale, con le atmosfere lugubri e i salti sulla sedia. Ne deriva un triplice livello di “realtà”, con tre piani sovrapponibili: ci siamo noi spettatori, consapevoli di guardare una serie tv di pura immaginazione; ci sono i personaggi del reality show paranormale chiamato My Roanoke Nightmare, che avrebbero vissuto “realmente” i fatti raccontati dalla serie; e ci sono i protagonisti della ricostruzione, ovvero i doppelgänger dei coniugi Miller e dei loro compagni di sventure, interpretati a loro volta da altri attori. Il paradosso è lampante, poiché assistiamo a un’attrice (Sarah Paulson) che interpreta un’altra attrice (Lily Rabe), la quale si presenta invece come una persona reale.

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L’approccio è quindi molto più graduale rispetto alle altre stagioni, soprattutto le ultime, funestate da eccessi camp e da una morbosità lasciva, barocca, quasi soffocante. Stavolta si percepisce invece un tentativo di abbassare i toni e di lavorare per sottrazione, risalendo alle origini di Murder House per allestire uno show relativamente più sobrio (si tratta pur sempre di American Horror Story, e la sobrietà non fa parte della sua natura). La casa infestata è però solo un’apparenza: si dovrebbe forse parlare di “bosco infestato”, e di piani temporali che s’intersecano senza soluzione di continuità. Il primo episodio svela ben poco, ma è chiaro che gli sviluppi di questa stagione non avranno granché in comune con il sottogenere delle case stregate, avvicinandosi di più al folk horror di The Wicker Man (che paradossalmente è un film britannico) e Children of the Corn, ma anche a The Blair Witch Project. Considerando l’impostazione da mockumentary e i manufatti antropomorfi che i coniugi Miller trovano in casa, è impossibile non pensare al film di Myrick e Sanchez. A livello più generale, My Roanoke Nightmare attinge al tòpos dei boschi stregati, tradizione decennale (basti pensare a Evil Dead o Cabin in the Woods) per un paese che storicamente ha dovuto lottare contro un territorio vasto e una natura rigogliosa per imporre il suo sviluppo urbano ed economico. È anche palese che la trama ruoterà attorno alla Colonia Perduta di Roanoke, uno dei più grandi misteri del Nordamerica, e le ultime scene dell’episodio sembrano suggerire proprio questo riferimento.

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Dove la premiere fallisce, è negli immancabili jump scare: la costruzione delle inquadrature non genera tensione, e il montaggio appesantisce la messa in scena con transizioni da videoclip che generano soltanto confusione, minando quel senso di rigore visivo ed essenzialità che una storia del genere richiederebbe. Le performance di Sarah Paulson e Cuba Gooding Jr. sono però ben calibrate, mai esasperate o eccessivamente melodrammatiche, e ci guidano in questa immersione progressiva in un enigma tuttora oscuro, ma piuttosto intrigante. È curioso che il vertice della suspense coincida con l’aggiunta di un ulteriore livello di “realtà”, quando Shelby e Lee guardano il filmato di un uomo che ha ripreso uno strano individuo dalla testa suina, nei boschi lì attorno. Ricorda il celebre video del Bigfoot che fu diffuso nel 1967 da Robert Patterson e Robert Gimlin, pietra miliare nella storia della criptozoologia: segno che American Horror Story continua ad alimentarsi di un immaginario prettamente americano (com’è ovvio che sia), lanciando impulsi capaci di parlare alla “pancia” della nazione, per suscitare memorie più o meno sopite e inquietudini che si credevano dimenticate.

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La citazione:
«Fin dal primo momento, ho sentito un senso di pericolo là dentro.»

Ho apprezzato:
– L’impostazione da falso reality show
– La ricerca di una maggiore sobrietà
– Le performance di Sarah Paulson e Cuba Gooding Jr.
– I riferimenti al folk horror

Non ho apprezzato:
– La costruzione dei jump scare

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