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Amanda Knox – La recensione del documentario targato Netflix

Amanda Knox – La recensione del documentario targato Netflix

Di Lorenzo Pedrazzi

Chiunque abbia seguito la splendida serie The Night Of ha potuto sperimentare per via empatica la condizione del “mostro” sbattuto in prima pagina, l’unico indiziato di un delitto orribile (e quindi già colpevole per l’opinione pubblica) che però si dichiara innocente. È un ribaltamento di prospettiva: siamo abituati a incolpare il “carnefice” per l’assenza di alternative credibili, e vediamo impresso sul suo volto il marchio di un’infamia che sarà quasi impossibile lavare via. Succede con ogni delitto di risonanza mediatica, ma l’omicidio di Meredith Kercher – per le sue implicazioni torbide e l’ampio clamore internazionale – ha esasperato i toni del dibattito, incattivendo le reazioni “di pancia”. Sono state proprio queste peculiarità ad attrarre l’interesse dei documentaristi Rod Blackhurst e Brian McGinn, che hanno strutturato la loro indagine filmica – Amanda Knox, disponibile dal 30 settembre su Netflix – attorno alla figura dell’eponima studentessa americana, accusata e infine assolta per l’omicidio, epicentro involontario del ciclone mediatico che ha travolto il caso.

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Quello che conta non è tanto il valore cinematografico del film, ma la sua rilevanza di natura cronachistica. Blackhurst e McGinn ricostruiscono la vicenda in senso lineare, dando forma compatta a informazioni ed eventi che, nell’arco degli ultimi nove anni, siamo stati abituati a recepire in modo frammentario. I sorprendenti materiali video (dal filmato della polizia sulla scena del crimine a quello di Amanda che apprende in diretta della sua assoluzione, nella casa di Seattle) si alternano alle dichiarazioni dei diretti interessati, che guardano in macchina e parlano direttamente al pubblico: si stabilisce così un rapporto confidenziale che suscita quasi disagio, soprattutto nel caso degli ex imputati. Le interviste coinvolgono la stessa Amanda Knox, Raffaele Sollecito, il pm Giuliano Mignini e il giornalista Nick Pisa, corrispondente del Daily Mail che rappresenta il punto di vista dei media.

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Nel tentativo di mantenersi equidistanti, i registi confezionano un documentario convenzionale e descrittivo, ma non per questo inefficace sul piano “storico”. È una sintesi piuttosto esaustiva dell’intera vicenda, dove le riflessioni non nascono mai da considerazioni didascaliche, ma vengono indotte o stimolate nella mente del fruitore: il racconto asciutto ed essenziale punta all’umanizzazione dei diretti interessati, compreso Mignini, che gli organi d’informazione americani identificavano come il cattivo della situazione. Ciò che ne emerge è il quadro sconfortante di un baraccone mediatico dove l’interesse per la vittima era nullo, almeno negli Stati Uniti e parzialmente in Italia, mentre Amanda Knox suscitava curiosità morbose e teorie strampalate sulle sue abitudini sessuali, nel tentativo di penetrare la maschera apparentemente fredda e anaffettiva della studentessa. Le scene tratte dalla quotidianità cercano di entrare nell’intimo della sua vita privata, anche se non proiettano una luce realmente diversa su di lei, poiché in fondo sono in linea con il contenuto delle sue affermazioni, e quindi con l’immagine che ha sempre cercato di restituire di sé (la brava ragazza americana, bianca e di buona famiglia, vittima di un errore giudiziario). Più interessanti risultano invece i diversi livelli di cinismo che traspaiono dalle parole di Nick Pisa, o l’oscillazione tra il coinvolgimento emotivo e il distacco professionale che caratterizza Mignini. Se certe esternazioni di quest’ultimo possono sembrare fuori luogo (soprattutto la sua dichiarazione d’amore per i gialli investigativi e i commenti sullo spirito “anarcoide” dell’imputata), Pisa ha il merito di parlare con grande schiettezza del suo lavoro, senza nasconderlo dietro a un velo di falso perbenismo: i suoi articoli – e quelli di chiunque altro – erano guidati dalla legge dello scoop, e il giornalista non nega la soddisfazione di aver visto il suo nome ripetutamente in prima pagina. Il suo sguardo disincantato raffredda ulteriormente la narrazione, ne affila i bordi ed evita i rischi della retorica, che trapela soltanto da qualche soluzione di montaggio un po’ stucchevole: l’esempio principale è l’immagine dei girasoli secchi e consumati dal sole, inquadrati proprio mentre Sollecito racconta che avrebbe voluto mandare dei fiori ad Amanda per il suo compleanno, in carcere. Ma è un caso isolato.

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Si segue come un thriller, Amanda Knox, perché la cronaca nera esercita un fascino viscerale da cui è impossibile sottrarsi: lo dimostra anche il recente successo di Making a Murderer, sempre su Netflix, che già impostava un discorso critico sulle falle del sistema giudiziario. Blackhurst e McGinn hanno il merito di non cercare il sensazionalismo, per quanto il film agisca con lo stesso magnetismo di un approfondimento televisivo; la differenza è che batte sentieri ben più razionali, alla caccia di un’oggettività forse irraggiungibile, chimerica, anche quando si dà voce a tutte le parti in causa. Nell’epilogo, non si può negare che i due registi cedano all’empatia per la loro “protagonista”: lo si nota dai primi piani della ragazza sul battello, o dalle riprese dei festeggiamenti per l’assoluzione. Eppure, non arrivano a dipingerne un ritratto elegiaco, e l’ultima inquadratura conserva una vaga traccia interrogativa: l’enigma è destinato a rimanere.

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