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Amanda Knox – Incontro con i registi Rod Blackhurst e Brian McGinn

Amanda Knox – Incontro con i registi Rod Blackhurst e Brian McGinn

Di Lorenzo Pedrazzi

LEGGI ANCHE: La recensione di Amanda Knox

Amanda Knox sarà disponibile su Netflix da venerdì 30 settembre, e non c’è dubbio che saprà catturare l’attenzione del pubblico: il documentario parte dall’omicidio di Meredith Kercher per poi ripercorrere gli sviluppi del processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito, che raccontano la loro verità davanti alla macchina da presa; insieme a loro ci sono il pm Giuliano Mignini e il giornalista Nick Pisa, ex corrispondente del Daily Mail, che rappresentano il punto di vista dell’accusa e quello dei media. La ricostruzione dei fatti è ulteriormente corroborata da sorprendenti materiali video, tra cui il filmato della polizia sulla scena del delitto e alcune riprese private dell’ex studentessa americana.

Ebbene, i registi Rod Blackhurst e Brian McGinn hanno presentato il film a Milano, spiegando anzitutto cosa li ha spinti ad analizzare questo specifico fatto di cronaca: «Vicende come questa non diventano internazionali, di solito. Ne abbiamo sentito parlare nel 2007, e nel 2011 era ancora in prima pagina». Di conseguenza, i due cineasti si sono chiesti se ci fosse una storia da raccontare dietro alle persone coinvolte, al di là dei titoli dei giornali; non erano interessati a scoprire il colpevole (e infatti il documentario non indaga autonomamente sui responsabili del delitto), ma volevano capire cosa ci fosse di così interessante da suscitare la curiosità dei media. Al contempo, desideravano realizzare «Uno studio su come stava cambiando il giornalismo nell’era digitale», poiché l’omicidio della studentessa inglese è avvenuto in un momento di transizione dalla carta stampata al digitale, che già convivevano.

Volevamo capire perché ci fosse un interesse globale nei confronti di questo evento tragico. Perché [i media] volevano parlare di Amanda, non di Raffaele, o di Meredith e della sua tragedia.

Blackhurst e McGinn hanno notato una certa somiglianza fra le trasmissioni della TV italiana, inglese e statunitense: «Tutti erano affascinati [dalla vicenda], tutti avevano un’idea di cui volevano parlare». I programmi dedicati all’omicidio erano tutti simili: la struttura era sempre la stessa, con i vari esperti chiamati a esaminare il caso. I registi hanno anche scherzato sul fatto che la TV italiana utilizzi dei tagli di montaggio più rapidi, con le inquadrature che non si fermano a lungo sul medesimo soggetto, mentre loro – come americani – desiderano vedere di più. Inoltre, non hanno risparmiato le critiche alla televisione statunitense: «Nei network americani vediamo un alto livello di stupidità» hanno dichiarato, riferendosi a un’affermazione di Donald Trump che suggeriva di boicottare l’Italia e chiedeva un intervento del governo americano sul caso di Amanda Knox.

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Il film si concentra molto sulle tre persone coinvolte nel processo, Knox, Sollecito e il pm Mignini, quotidianamente giudicati dall’esterno attraverso i media. Blackhurst e McGinn volevano «comprendere cosa significa vivere quell’esperienza», e hanno deciso di includere anche il giornalista Nick Pisa per capire come la copertura dei media avesse un ruolo in questa ossessione globale. D’altra parte, Amanda Knox e Raffaele Sollecito non avevano mai parlato molto, almeno non in modo diretto, e i registi volevano dar loro la parola per sentire la loro versione dei fatti. Lo scopo era mettere tutte queste persone «sullo stesso piano», umanizzarli. Il discorso vale anche per il pm Mignini, trattato come il “cattivo” di turno dai media americani: le interviste servono per «togliere il sensazionalismo» e «rivelare le loro personalità». I “personaggi” sono stati contattati direttamente, e le riprese hanno assecondato le loro esigenze, senza fretta o imposizioni di alcun tipo, ma aspettando che fossero pronti a parlare; per quanto riguarda Patrick Lumumba, è stato impossibile coinvolgerlo perché si trovava in Polonia per sostenere degli esami, mentre i membri della famiglia Kercher non hanno risposto all’invito, e ovviamente i registi hanno rispettato questa decisione. Comunque, il loro interesse si focalizza sulla parcellizzazione dei punti di vista e sullo svolgimento della storia, dato che «in ogni paese veniva raccontata in modo diverso». Hanno quindi cercato di «mettere insieme i pezzi» per sintetizzare la vicenda in circa 90 minuti.

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Molto interessante il fatto che l’opinione pubblica americana avesse completamente frainteso i gradi di giudizio della legge italiana, poiché non ne conosceva il funzionamento:

Per gli americani era strano che gli imputati venissero processati più di una volta per la stessa imputazione, non sapevano che il sistema italiano funziona su tre livelli finché non si arriva in Cassazione.

Ovviamente il sistema americano è diverso (c’è un unico processo, e non si può essere processati due volte per lo stesso crimine), ma «ci siamo resi conto che anche il sistema americano è complesso e può avere dei difetti». I due documentaristi hanno però sottolineato che in Amanda Knox non ci sono giudizi contro il sistema italiano, ma che il film «è la storia di un gruppo di personalità che collidono». Non si sono approcciati alla vicenda come americani: «Vogliamo essere dei registi senza passaporto» hanno dichiarato.

Non vogliamo che il film cambi l’opinione di nessuno. L’obiettivo era capire perché ci fosse interesse su questo caso.

Inevitabile pensare a un parallelismo con Making a Murderer, ma il progetto di Amanda Knox è stato venduto a Netflix con maggiore anticipo, prima della nota serie documentaristica. Peraltro, Brian McGinn aveva già esperienza con la piattaforma on-line (ha diretto tre episodi di Chef’s Table), e sia lui sia il suo partner hanno ritenuto che Netflix fosse il servizio migliore per lanciare il film in tutto il mondo.

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I materiali video (come il filmato della polizia sulla scena dell’omicidio) si trovavano nell’archivio della corte, a Firenze: dopo che la cassazione si è pronunciata, questi documenti sono diventati disponibili, e i cineasti hanno voluto ringraziare i due collaboratori – Giulia e Alessandro – che li hanno aiutati a tradurli. Come accennato all’inizio, il film dedica alcune scene alla vita quotidiana di Amanda Knox, e questo perché Blackhurst e McGinn amano considerarlo come un character study (un’opera che dedica spazio allo studio di un personaggio), pur all’interno di un contesto reale: «Volevamo capire cosa significa essere persone reali all’interno di una storia». I due registi ammettono però che non è possibile sapere veramente chi siano queste persone, «per noi restano un mistero». La loro storia è ciò che conta di più:

Avremmo anche potuto mettere il titolo del film tra virgolette, perché la sua storia [di Amanda Knox] è più interessante rispetto a lei stessa: è una persona normale che ha vissuto un’esperienza straordinaria.

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