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TV CULT – Le serie che hanno fatto la storia: Desperate Housewives

TV CULT – Le serie che hanno fatto la storia: Desperate Housewives

Di Andrea Suatoni

Desperate Housewives irrompeva nel panorama televisivo americano all’inizio della stagione invernale del 2004 sul canale ABC: una serie sui generis, difficilmente classificabile (a cavallo fra la soap-opera, la commedia noir e il giallo) e che ebbe un successo planetario, fino a divenire la più longeva serie con protagoniste femminili della storia (battendo il record della serie Streghe 180 episodi contro 178). Quattro protagoniste perfettamente delineate per indagare a 360 gradi sui problemi (estremamente ed iperbolicamente romanzati) della casalinga moderna e sui sordidi segreti che sempre (in teoria) si celano dietro la solo apparente tranquillità idilliaca delle famiglie della ricca periferia borghese americana: un mix di umorismo, colpi di scena e superlative (e mai incoerenti) caratterizzazioni che hanno segnato la nascita di un fenomeno di costume, andato avanti per ben otto stagioni fino alla chiusura in pompa magna nel 2012 dopo un calo di ascolti costante ma mai eclatante, del quale ancora oggi è possibile ravvisare le conseguenze.

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I SEGRETI DI WISTERIA LANE

Innanzi tutto, alla base del successo della serie annoveriamo la trattazione del giallo, il (sempre nuovo) mistero che ad ogni stagione le protagoniste erano chiamate a risolvere. Una trattazione orizzontale all’interno della prima stagione assolutamente ineccepibile, capace di tenere lo spettatore incuriosito e con il fiato sospeso dalla prima all’ultima scena: a cominciare con il suicidio di Mary Alice Young, voce narrante di quasi tutti gli episodi della serie, trattato in maniera squisitamente cinica e spensierata per dare immediatamente l’idea del tono comico e dark al tempo stesso della narrazione fin da prima della sigla iniziale.

I vari segreti che di stagione in stagione terranno in scacco la comunità di Wisteria Lane nella città fittizia di Fairview saranno oggetto di volta in volta di una qualità a livello di scrittura estremamente altalenante, il più delle volte slegati fra loro da qualsivoglia filo logico; ma l’atmosfera di mistero di cui gli episodi sono continuamente intrisi e la perfetta progressione di indizi di puntata in puntata riesce sempre a fidelizzare lo spettatore alla visione anche nel caso delle scelte di sceneggiatura più imbarazzanti: è facile scorgere a volte la mancanza di idee geniali, ma la trattazione a livello più tecnico della narrazione riesce sempre a tenere alto il livello dello show. Basterebbe questo per definire Desperate Housewifes un cult? Probabilmente no. Ecco perché l’enfasi maggiore va portata su un altro, più importante, degli aspetti principali della serie: le sue protagoniste.

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LE CASALINGHE DISPERATE

Bree Van de Camp, moglie e madre perfetta, ossessivo-compulsiva nonché pronta a tutto pur di salvare le apparenze; Susan Mayer, maldestra e caparbia madre divorziata di una figlia molto più matura di lei; Lynette Scavo, ex donna in carriera madre di quattro figli incastrata in una vita che non la soddisfa; Gabrielle Solis, ex modella snob ed egocentrica, annoiata moglie (fedifraga) di un ricco uomo d’affari: queste le quattro desperate housewives del titolo, quattro donne diversissime fra loro accomunate da una forte amicizia che verrà messa continuamente alla prova nel corso delle otto stagioni. Quasi quattro macchiette stereotipate all’inizio, troppo diverse l’una dall’altra per risultare realistiche e forzatamente inserite in contesti completamente differenti: già dall’inizio però scopriremo che il lavoro  fatto sulle protagoniste è tutt’altro che approssimativo o lasciato al caso.

Come la serie ci insegnerà più volte ed in diversi modi, le apparenze ingannano, sempre: i personaggi che ci vengono presentati hanno infinite sfaccettature e sottostanno ad una continua crescita, ad evoluzioni ed involuzioni sempre in linea con la trattazione degli stessi e perfettamente funzionali alle varie sottotrame. E’ difficile (ma non impossibile) seguire un episodio di Desperate Housewifes orizzontalmente: la crescita dei personaggi e il dipanarsi dei vari misteri va osservata su scala puramente seriale, perché è proprio nella sapiente gestione della continuity che lo show nasconde la sua vera forza. Un successo dovuto ad una misuratissima e ponderata precisione riguardo ciò che allo spettatore è permesso sapere o scoprire procedendo di episodio in episodio, spesso in effetti più in riferimento alle vite ed alla psicologia delle protagoniste che alla storia di fondo in sé.

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LA CHIUSURA DI DESPERATE HOUSEWIVES

La chiusura della serie alla fine dell’ottava stagione fu solo in parte dovuta ad un calo di ascolti: pur scesi molto al di sotto degli enormi numeri delle prime stagioni, questi non si erano così abbassati da giustificare la cancellazione dello show. E’ più probabile, come da rumor mai confermati (né smentiti), che i costi di produzione (specificatamente, il cachet delle attrici principali) si fosse alzato troppo in relazione al numero di spettatori che erano rimasti affezionati alla serie. Il creatore Mark Cherry aveva immaginato fin dall’inizio un progetto del respiro di sette stagioni, già superato con un’ottava che non aveva avuto il riscontro sperato.

Una chiusura quindi che è stata quasi volontaria, non soggetta a costrizioni e che ha lascito il sapore di uno show ancora sulla cresta dell’onda (con un finale anche sostanzialmente aperto), che è riuscito a sdoganare molti aspetti di un umorismo cinico e dark di cui in prima serata si sentiva un’estrema mancanza e che, pur se copiato da diverse produzioni, non ha mai raggiunto il medesimo livello qualitativo.

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