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Suicide Squad – La recensione del cinecomic di David Ayer

Suicide Squad – La recensione del cinecomic di David Ayer

Di Lorenzo Pedrazzi

Ogni narrazione seriale è inscindibile dalla sua “mitologia”, poiché la reiterazione delle storie e dei personaggi finisce inevitabilmente per costruire un universo condiviso, più vasto del singolo racconto, dove la continuità narrativa è un requisito indispensabile per garantire un certo livello di coerenza. Il DC Extended Universe, al contrario del Marvel Cinematic Universe, ci è stato presentato in medias res, e Suicide Squad incarna l’emblema di tale approccio: il film ci proietta all’interno di un universo già esistente, con i suoi eroi e i suoi criminali, senza bisogno di spiegarcene le origini perché il loro status iconico è sufficiente per giustificarne l’esistenza.

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Questo processo funziona bene con alcuni personaggi (come il Joker, Batman e Flash, le cui maschere sono già impresse nell’immaginario collettivo), mentre in altri casi risulta più farraginoso, e obbliga il regista David Ayer a coagulare le premesse in un montaggio serrato che suona come una dichiarazione d’intenti: poco tempo per le spiegazioni, tagli vertiginosi, grafica derivata dai tatuaggi, e psichedelie al neon che rievocano l’estetica delle metropoli orientali. I legami con il DC Extended Universe sono obbligatori, ma è chiaro che Ayer sia più interessato ai conflitti dei suoi (anti)eroi. Solidissimo cineasta d’azione (vedere Fury per credere), Ayer ama esplorare il lato più ambiguo della Legge, fatto di politiche reazionarie, scelte morali discutibili e sacrifici in nome del bene comune, anche quando si tratta di sconfinare nell’illecito: inutile dire che la Task Force X di Suicide Squad si adatta perfettamente al suo punto di vista, soprattutto nel personaggio di Amanda Waller, che assembla la Squadra Suicida per fare quel lavoro sporco che forse nemmeno l’Uomo Pipistrello sarebbe disposto a svolgere. Entrano quindi in gioco i vari Deadshot, Slipknot, Captain Boomerang, Harley Quinn, Killer Croc ed El Diablo, noti avversari di alcuni celebri supereroi DC, costretti a lavorare per il governo sotto la minaccia di un esplosivo impiantato alla base del cranio. La loro sorveglianza è affidata a Katana e Rick Flag, mentre l’enigmatica Enchantress funge da antagonista principale, e il Joker si aggira come un virus impazzito per salvare la sua Harley.

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Bastano poche scene per delineare la personalità del Clown del Crimine, che Jared Leto reinterpreta come un gangster dalla fortissima presenza fisica, una rockstar deviata che sa gestire la sua follia e incanalarla verso i propri obiettivi: non un adoratore del caos che professa l’anarchia (come la versione di Alan Moore e poi di Heath Ledger), ma un maniaco omicida con l’ossessione del controllo, più despota che freak. Margot Robbie, dal canto suo, carica Harley Quinn di aggressività giocosa, come una bambina perennemente annoiata che cerca emozioni oltre i limiti del suo ambiente protetto. Ayer non ha tempo di analizzare la sua corruzione da parte del Joker, ma quantomeno riesce a centrarne la caratterizzazione, anche sul piano visivo: il regista non teme di replicare la stilizzazione grafica dei fumetti (pur prendendosi alcune legittime libertà), e fortunatamente non indugia troppo nelle pretese di “realismo”.

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Il paradosso è che Suicide Squad si dimostra più solido nelle sue trame di contorno (il rapporto tra il Joker e Harley, la redenzione di Deadshot ed El Diablo) piuttosto che nell’intreccio principale, dove l’insidia di Enchantress e del suo monolitico fratello poggia su basi molto fragili, prive di un background approfondito: sono lì soltanto per giustificare l’azione, che peraltro alterna ottime coreografie “isolate” a scene corali un po’ frammentarie, per quanto divertenti. Lo spirito ultrapop dell’intera operazione risulta però evidente dalle scelte musicali, che inanellano brani di grande successo (da Eminem a Bohemian Rhapsody, da Grimes ai Creedence Clearwater Revival) per descrivere la condizione psicologica ed emotiva dei protagonisti, con effetti vagamente didascalici e disorganici rispetto all’insieme. Al netto di alcuni buchi di sceneggiatura, c’è comunque un’idea stilistica di fondo che resta costante per tutto l’arco del film, e questo è apprezzabile: si esprime nel contrasto fra le ombre notturne e i colori brillanti, tra le sfumature melodrammatiche e l’ironia, fra lo spietato cinismo dei nuovi dei (le istituzioni) e la malvagità tirannica di quelli vecchi (Enchantress). Ma, soprattutto, emerge dalla contrapposizione fra due livelli di “male”, quelli che in inglese si potrebbero differenziare tra bad e evil: dopo la costrizione iniziale, questi supervillain accettano di intervenire per opporsi a una minaccia più grande, definitiva e globalizzata, che in confronto li fa apparire come dilettanti del crimine. In tal senso, Suicide Squad ha perlomeno il merito di proporre una dinamica abbastanza inedita nel cinema supereroistico, colmando le lacune che altri antieroi – generalmente sfortunati sul grande schermo – hanno lasciato alle loro spalle.

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QUI la videorecensione di Tiko e Daniele:

L’uscita italiana è prevista per il 13 agosto. Troverete maggiori informazioni sul sito ufficiale del film, sul sito della Warner Bros., sulla pagina Facebook e sul profilo Twitter. Partecipa alla conversazione:

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