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Aliens compie 30 anni, ma l’urlo di Ripley riecheggia ancora

Aliens compie 30 anni, ma l’urlo di Ripley riecheggia ancora

Di Lorenzo Pedrazzi

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Di Aliens ho un ricordo sfumato, poiché non rammento quando l’ho visto per la prima volta. D’altra parte, la scoperta di un film cult non è sempre riconducibile a una memoria precisa: spesso li vediamo da piccoli, e il ricordo si confonde nel denso flusso mnemonico della nostra infanzia, senza soluzione di continuità, da archiviare nel magma di quelle esperienze che hanno edificato il nostro immaginario collettivo. Analogamente, non rammento quando ho visto per la prima volta Ritorno al futuro, Roger Rabbit o Gli uccelli (giusto per citare qualche esempio), ma so che ognuno di essi ha contribuito al mio percorso di formazione cinematografica, se la Settima Arte può essere equiparata ad altri tasselli della crescita.

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Insomma, non posso individuare il momento preciso in cui ho scoperto Aliens, ma non ha importanza. Il film di James Cameron è un cult, e tutti i cult – citando la terminologia di Umberto Eco – sono opere “sgangherabili”: puoi estrarne una singola scena, ed essa s’imprimerà nella memoria anche così, da sola, avulsa dal contesto. Per questa ragione, è forse più semplice ricordarne i singoli momenti piuttosto che la trama generale, anche quando alla base c’è una sceneggiatura incalzante e tumultuosa come quella di Cameron, a partire da un soggetto cui collaborò persino Walter Hill. Il cineasta canadese non poteva uscirsene con un film qualunque, non dopo il successo di Terminator, e decise di stravolgere il cuore stesso del primo Alien: laddove il capolavoro di Ridley Scott rielabora l’horror della “case infestate” e lo popola di incubi psicanalitici, il sequel di Cameron attinge all’estetica del cinema bellico e la traspone in un contesto fantascientifico, con l’occhio rivolto all’attualità della politica estera americana.

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I Colonial Marine che accompagnano Ripley su LV-426 sono un branco di soldati imperialisti e reaganiani, imbevuti di cultura machista e reazionaria, le cui sicurezze vengono spazzate via dalla realtà dei fatti. Se tutta la saga degli xenomorfi racconta la lotta di Ripley non solo contro gli alieni, ma anche contro una cultura sessista che non vuole darle ascolto né prenderla sul serio, Aliens è certamente il capitolo dove questo sottotesto risulta più palese: in un ambiente dove le donne devono “mascolinizzarsi” per far sentire la propria voce (è il caso di Vasquez, unica soldatessa del gruppo, che condivide con i suoi compagni d’armi lo stesso cameratismo goliardico), Ripley è invece una figura femminile sfaccettata, in grado di esprimere una fondamentale empatia che non paralizza le sue azioni, anzi, le guida fino alla salvezza.

L’incontro con la piccola Newt richiama un impulso ancestrale che non si esaurisce nella maternità, ma procede oltre: è la volontà di protezione verso la propria stirpe, per garantirne la futura diffusione nell’universo. Aliens sfocia quindi in un conflitto insanabile tra le due femmine delle rispettive specie, umana e aliena, che lottano per la sopravvivenza dei propri caratteri ereditari. Entrambe madri, non a caso: una madre “di cura” (Ripley) e una madre “genetica” (la Regina Aliena), motivate rispettivamente dalla ragione e dall’istinto. Così, nel titanico duello tra le due genitrici, all’immensa Sigourney Weaver bastano pochi secondi per entrare nella Storia con la battuta più badass di sempre:

La sensibilità di James Cameron gioca un ruolo determinante nella costruzione di questo finale, reso ancor più epico e memorabile grazie all’influenza dei manga e degli anime giapponesi, che il cineasta rielabora attraverso uno stile ruvido, materico e post-industriale: il peso dei corpi è ben percepibile, in uno scontro dove la tecnologia (e quindi l’intelletto) permette all’essere umano di affrontare l’alieno ad armi pari, nonostante quest’ultimo sia stato favorito dalla natura. L’estetica di Aliens è tuttora oggetto di numerose citazioni, come i molti dialoghi memorabili che affastellano la sceneggiatura, spesso per bocca di Hudson alias Bill Paxton. Su tutte, impossibile dimenticare la scena dove i mostri «vengono fuori dalle fottute pareti» (in originale «They’re coming outta the goddamn walls!»):

Ciò che ne risulta è il miglior action fantascientifico di sempre, insieme a pochi altri: il film che ha consacrato James Cameron agli occhi di Hollywood (anche grazie alle sette nomination agli Oscar), affermandosi come un modello per molte produzioni future, e dimostrando inoltre la permeabilità dei generi – in questo caso azione, horror e sci-fi – all’influenza reciproca. Il prossimo Alien di Neill Blomkamp promette di regalargli un degno seguito, rimediando laddove Alien 3 – martoriato da cambi di programma e conflitti con la produzione – ha fallito: vada come vada, il retaggio del film non ha alcuna intenzione di esaurirsi.

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