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Addio a Michael Cimino, regista de Il cacciatore e I cancelli del cielo

Addio a Michael Cimino, regista de Il cacciatore e I cancelli del cielo

Di Lorenzo Pedrazzi

Michael Cimino, uno dei più grandi registi di Hollywood, è morto ieri a Los Angeles, in California. Aveva 77 anni.

Nato a New York il 3 febbraio 1939, Michael Cimino si laurea in discipline artistiche a Yale nel 1963, specializzandosi nella pittura. A Manhattan, diventa un regista pubblicitario di grande successo che dirige spot per compagnie come Pepsi e United Airlines, ma nel 1971 si trasferisce a Los Angeles per lavorare nel cinema. Partecipa alle sceneggiature di 2002: la seconda Odissea e Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan, mentre il debutto alla regia avviene nel 1974 con Una calibro 20 per lo specialista (in originale Thunderbolt and Lightfoot), copione scritto di sua spontanea volontà che attira l’interesse di Clint Eastwood, il quale interpreta il protagonista e produce il film attraverso la sua Malpaso. Nel cast c’è anche Jeff Bridges, che ottiene una nomination agli Oscar come Miglior Attore Non Protagonista.

Il successo internazionale di questo esordio lo proietta verso l’empireo di Hollywood, ma Cimino intende lavorare solo su progetti che lo convincano appieno. Propone Il cacciatore alla EMI, che sorprendentemente lo accetta, e fa bene: il film – storia di tre amici che si recano in Vietnam per combattere, e devono ricostruire le loro vite dopo il ritorno in patria – esce nel 1978 e incontra un successo strepitoso, offrendo una riflessione lucida e brutale sulle conseguenze psicologiche di una guerra che distrusse la presunta anima innocente dell’America. Il cacciatore vince cinque premi Oscar (tra cui Miglior Film e Miglior Regista), e Cimino ha ormai la libertà di scegliere i suoi progetti senza costrizioni.

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Paradossalmente, questa libertà risulta fatale per la sua carriera: la United Artists gli dà carta bianca per I cancelli del cielo (1980), epico western che racconta lo scontro fra proprietari terrieri e immigrati europei nel Wyoming del 1890, ma il perfezionismo del cineasta fa lievitare il budget oltre le previsioni. Molte scene vengono ripetute innumerevoli volte, i set vengono abbattuti e poi ricostruiti, mentre Cimino si guadagna la reputazione di regista dispotico, preda di un delirio d’onnipotenza. Costato 44 milioni di dollari, I cancelli del cielo ne incassa soltanto 3 sul mercato statunitense, e la storica United Artists – già provata dal flop di Stardust Memories di Woody Allen – fallisce per bancarotta. È la fine della New Hollywood, dove gli autori – almeno in linea generale – avevano il controllo sui loro film: gli studios impongono il proprio diktat su ogni progetto, e hanno l’ultima parola sul montaggio finale; qualunque regista che superi il budget precedentemente concordato, deve pagare di tasca sua.

Da quel momento in poi, la carriera di Cimino si fa più complicata, anche se questo non gli impedisce di girare L’anno del dragone (1985) per Dino De Laurentiis, con Mickey Rourke. Purtroppo di tratta di un altro insuccesso commerciale, come il successivo Il siciliano (1987), storia del bandito Giuliano con Christopher Lambert nel ruolo principale. Nel 1990 gira Ore disperate, remake dell’omonimo film di William Wyler, con Mickey Rourke e Anthony Hopkins, che prosegue la scia negativa del regista sul piano degli incassi (ma non necessariamente della qualità artistica, sia chiaro). Il suo ultimo lungometraggio è Verso il sole (1996), presentato in concorso al Festival di Cannes e poi distribuito direttamente in home video.

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Schivo e controcorrente, isolato come un reietto e considerato da alcuni come un eccentrico egomaniaco, Michael Cimino non ha mai smesso di ispirare sia i cinefili sia i colleghi registi, a partire da Quentin Tarantino e Oliver Stone (che scrisse con lui la sceneggiatura de L’anno del dragone), i quali hanno dichiarato grande ammirazione per il suo cinema. Nel 2001 ha pubblicato un romanzo, Big Jane, mentre nel 2012 e nel 2015 è stato omaggiato rispettivamente dalla Mostra del Cinema di Venezia (dove gli è stato tributato il Premio Persol) e dal Festival di Locarno (Pardo d’Onore), tornando alla ribalta per quello che, col senno di poi, è stato il suo ultimo saluto al mondo del cinema.

Fonte: Variety

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