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TV CULT – Le serie che hanno fatto la storia: Dawson’s Creek

TV CULT – Le serie che hanno fatto la storia: Dawson’s Creek

Di Andrea Suatoni

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Era il 20 Gennaio del 1998 quando nei palinsesti del canale americano THE WB faceva il suo timido ingresso il teen drama Dawson’s Creek, arrivato in italia solo due anni dopo (il 13 gennaio 2000 in prima serata su Italia1). Destinato a raccogliere il rodato impianto impostato da Beverly Hills 90210 (terminato nel 2000) e poi la sua eredità, lo show divenne ben presto un cult sia a livello televisivo che sociale, affrontando temi che (almeno in Italia, ma non solo) hanno contribuito seriamente a cambiare la mentalità di intere generazioni.

Il suo creatore, Kevin Williamson (Scream, The Vampire Diaries), ha basato la serie sulla propria esperienza personale: se l’idea della ragazza che arriva in barca dalla casa sull’altra sponda del lago e poi si arrampica fino alla finestra del suo migliore amico ci appariva fin troppo carica di costruito romanticismo, dobbiamo invece ammettere che si trattava di un’immagine basata sulla realtà. E di un romanticismo melenso ma estremamente efficace sono pervase interamente tutte le sei stagioni di Dawson’s Creek, dove al contrario dei libertini show più attuali, le parentesi sessuali rimangono quasi sempre solamente in bocca ai personaggi, che ne declinano le infinite possibilità in infiniti dialoghi che si risolvono in una sorta di empatica psicanalisi fra il protagonista e lo spettatore.

L’INNOVAZIONE SENZA ORIGINALITA’

Non si può dire ad una prima occhiata che Dawson’s Creek fu uno show originale: l’idea di affrontare le reali vite di ragazzi adolescenti raccontandone i risvolti più intimi e profondi era già stata ampiamente sfruttata da serie precedenti (torniamo a citare il “solito” Beverly Hills); l’innovazione fu lo spostare il livello della narrazione ad una dimensione molto più umana, provinciale, fatta di protagonisti della porta accanto. Personaggi in cui identificarsi all’istante, riconoscibilissimi per quello che sono: persone assolutamente normali. Magari con dei tratti caratteriali estremizzati per renderli sia differenti l’uno dall’altro che facilmente etichettabili, ma comunque estremamente reali e realistici: il romantico, egocentrico ed idealista Dawson, l’intelligentissima vittima di una storia familiare devastata Joey, la pecora nera casinista Pacey, la problematica outsider Jen.

Un concept che non si esaurisce a livello di empatia verso il proprio personaggio preferito, ma che si addentra nella scrittura portando ad una serie di dialoghi densi allo stesso tempo di filosofia e paranoie, di autoaffermazione e ricerca, di definizioni particolareggiate riguardo l’amore e l’amicizia. Parole che colpivano – e si scolpivano – nella mente dello spettatore adolescente perché toccavano esattamente quei temi che riguardavano la vita di tutti i giorni, in modalità che lui o lei non avrebbe mai saputo riprodurre. In realtà il carattere meno realistico della trattazione dell’adolescenza, ma che investiva i protagonisti di una maturità fortemente bramata dal pubblico, che la sentiva propria pur non essendone fisiologicamente detentore.

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I TEMI

Ovviamente alla base della trama troviamo amore e amicizia, sapientemente dosati ed intersecati fra loro in un gioco che fu un po’ il leit motive dell’intera serie: le vicende sentimentali (con al centro sempre il triangolo amoroso fra Joey ed i suoi due pretendenti, Dawson e Pacey) dei protagonisti ed il continuo evolvere dei rapporti fra gli stessi erano il cuore di Dawson’s Creek. Ma molto spazio veniva dato anche a temi diversi quali il rapporto con la famiglia, trattato da ognuno dei quattro (e poi sei con l’arrivo di Jack e Andy) personaggi principali in modo differente, ampliando ancora di più quel ventaglio di possibilità di identificazione dello spettatore con il personaggio che fece la fortuna dello show. Ma come da manuale (manuale che fu con tutta probabilità scritto proprio dalla serie in questione e che è ancora oggi fortemente seguito), tutte le tematiche che oggi avviciniamo al teen drama classico (ed anche alcune più lontane da esso) vennero più o meno trattate, sempre in maniera estremamente positiva: dalla religione alla morte, dall’accettazione all’emarginazione, dal mondo dello sport e del lavoro, fino ad arrivare al tema più delicato ed importante trattato da Dawson’s Creek, che gli valse gran parte del suo successo: l’omosessualità.

Non erano ancora gli anni 2000 quando nella serie veniva introdotto un personaggio che pian piano affermò pienamente la propria omosessualità, portando ad un enorme cambiamento del panorama seriale tutt’ora rinvenibile praticamente in ogni serie di successo: da Dawson’s Creek in poi, l’introduzione di almeno un personaggio omosessuale sfaccettatto e tridimensionale divenne quasi una regola, sdoganando un trend che voleva sul piccolo schermo personaggi che raramente appartenevano ad una minoranza, se togliamo il caso di show (prevalentemente sit-com) che insistevano sulla totalità di un cast etnico o su situazioni puramente goliardiche.
La parabola di Jack McPhee, introdotto come eterosessuale e poi scopertosi gay in corso di narrazione, portò per la primissima volta sullo schermo la storia di un adolescente omosessuale in maniera così particolareggiata nonché il primissimo bacio gay nella storia della televisione mainstream; avevamo visto degli accenni precedentemente in Friends, tramite l’ex moglie lesbica di Ross, e in Melrose Place con Matt Fielding, le cui storie romantiche venivano fortemente penalizzate -potremmo dire praticamente azzerate – dalla scrittura, senza contare ovviamente la sit-com Will&Grace che metteva però in campo (almeno agli inizi) degli stereotipi quasi offensivi per la comunità GLBT. La strada aperta da Dawson’s Creek venne minuziosamente percorsa l’anno successivo anche dalla serie Buffy – The Vampire Slayer seguendo l’autoffermazione di Willow come lesbica.

Il personaggio di Jack, libero da qualsiasi stereotipo precedentemente legato all’omosessualità (Jack non è effeminato nè promiscuo ed è addirittura un giocatore di football), contribuì fortemente a ricreare l’idea di base dell’omosessuale medio all’interno della mentalità collettiva, mentre la trattazione della profonda amicizia del personaggio con Jen portò la quasi totalità delle adolescenti verso l’idea, ad oggi tutt’altro che sopita, che avere un amico (meglio ancora un “migliore amico”) gay fosse il momento più alto raggiunto dal valore di un’amicizia: allo stesso tempo il bisogno di essere “cool” e la coscienza personale venivano soddisfatti da un’apertura mentale in pratica condizionata da una serie di successo. Una vera e propria rivoluzione sociale i cui effetti sono tutt’ora visibili e sensibili.

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SEGNALI DI STILE

Dawson’s Creek ricadeva in toto nella definizione di teen drama, ma all’interno della serie è stato dato spazio anche ad una sperimentazione su più livelli che ne ha alzato notevolmente il valore stilistico.
Ad iniziare con la passione di Dawson per il cinema: il pretesto di un’immensa cultura cinematografica in capo al protagonista della serie ha portato non soltanto ad un’infinita serie di citazioni talmente colte da non essere notate dai più, ma anche a pilotare alcuni episodi in funzione di grandi classici sotto l’occhio inesperto ed inconsapevole dello spettatore (per lo più) adolescente. Ed ecco quindi che l’episodio 1×06: Detention diventa una rilettura di The Breakfast club del 1985, l’episodio 1×09: The Scare è una sorta di rifacimento di Scream, l’episodio 3×07: Escape From Witch Island è costruito intorno a The Blair Witch Project. Probabilmente molto più palese, anche a causa della presenza di alcuni dialoghi brillantemente pilotati, i riferimenti al film Il Laureato nella storia fra Pacey e l’insegnante Tamara.

Non mancano inoltre alcuni episodi speciali, primo fra tutti il 3×20: The Longest Day, che ripercorre la stessa giornata partendo ogni volta dall’inizio, di volta in volta secondo il punto di vista di un diverso personaggio, ma anche l’episodio 4×08: The Unusual Suspects, ricostruito in stile noir/poliziesco sui (falsi) racconti incrociati dei protagonisti per formare una storia tesa ad incastrare un ragazzo (il ben poco affabile Drew) come autore di un crimine.

L’episodio finale, infine, compiendo un salto nel futuro di 5 anni per raccontare un reale finale delle vicende dei protagonisti, rompe la continuità narrativa propria del mezzo seriale, che veniva generalmente gestito come annuale e legato al dato temporale di uscita cronologica delle puntate. I protagonisti hanno continuato a vivere le loro storie separati gli uni dagli altri senza mostrarci nulla per 5 anni, per poi rivelare on screen l’evento di una ricongiunzione che finisce per essere un momento risolutivo per ognuno di loro: Dawson, Pacey e Joey mettono fine all’eterno triangolo, Jack crea una famiglia con Doug e la figlia di Jen, e Jen… (lacrime sommesse).

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L’EREDITA’ DI DAWSON’S CREEK

Molto delle avventure di Capeside è rimasto nell’immaginario collettivo: sia, come già detto, a livello sociale (è innegabile che l’apertura mentale delle generazioni attuali e l’apertura al mondo GLBT di tutte le serie successive debbano molto a Dawson’s Creek) che a livello strettamente televisivo. Alcune delle scene dello show hanno messo profondissime radici nei cuori dei fan, probabilmente forti di un panorama televisivo che al tempo non era come ora passibile di una enorme vastità di scelta o di situazioni già raccontate o rappresentate.

E’ il caso ad esempio del video di Jen a sua figlia nell’episodio finale, girato prima della morte della donna per lasciare un ricordo alla piccola, o dell’intero episodio della morte di Abby. Ma anche il semplice apparire di Joey Potter alla finestra di Dawson, il ricongiungimento fra Pacey e Dawson dopo il loro litigio o il lento evolvere della pazzia di Andy, passando per la rivelazione che passava attraverso la poesia di Jack ed il connesso “sputo sulla cultura” di Pacey o la prima notte d’amore fra Jen e un ancora vergine Dawson.

Una serie di piccole perle al cui ricordo non possiamo far a meno di abbozzare un sorriso, che nel loro piccolo hanno contribuito a cambiare il modo di fare serialità teen riadattando il genere ad una realtà estremamente terrena della quale al tempo, fra sit-com, parentesi soprannaturali o semplici descrizioni di classi fin troppo agiate, si sentiva estremamente la mancanza.

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