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Il piano di Maggie – La recensione del film con Greta Gerwig

Il piano di Maggie – La recensione del film con Greta Gerwig

Di Lorenzo Pedrazzi

La crisi della commedia romantica hollywoodiana – ormai quasi sparita dalle strategie dei grandi studios – è parzialmente compensata dal cinema indie, che ha già dimostrato di saper reinterpretare il genere da un’angolazione più stralunata e bizzarra: in bilico fra nostalgia citazionista e nuove tendenze socio-culturali, le rom-com indipendenti sfiorano con grazia quel sentimento confuso e ondivago che è “l’amore ai tempi dell’Ikea”, pur correndo il rischio di diventare sin troppo autocompiaciute e stucchevoli, almeno sul lungo periodo. Il piano di Maggie, dal canto suo, riesce a trovare un certo equilibrio fra le istanze della contemporaneità e i riferimenti ai cult del cinema romantico, affidandosi al talento di Greta Gerwig e alla sua capacità di rappresentare incertezze, speranze e disillusioni dei trentenni odierni.

Non a caso, l’eponima Maggie (Gerwig) è una trentenne di New York che si guadagna da vivere come insegnante, mentre abita in un appartamento minuscolo e vagamente bohémienne. Gli unici punti fissi della sua vita sono Tony (Bill Hader) e Felicia (Maya Rudolph), genitori di un figlio piccolo, che non mancano mai di offrirle i loro consigli. Sfortunata in amore, Maggie sente un pressante bisogno di maternità che la spinge a chiedere al suo scapestratissimo amico Guy (Travis Fimmel) di donarle il seme per concepire un bambino da sola, ma l’incontro con l’affascinante collega John (Ethan Hawke) mette in discussione tutti i suoi progetti. John è un antropologo che culla il sogno di pubblicare un romanzo, ed è in crisi perché soffre il confronto con sua moglie Georgette (Julianne Moore), professoressa universitaria brillante e anaffettiva, con cui ha avuto due figli. L’attrazione fra Maggie e John è palese, anche perché lui si sente apprezzato in sua compagnia, e Maggie lo sprona a continuare la scrittura del libro. Fanno l’amore per la prima volta nella stessa sera in cui lei procede con l’inseminazione, e qualche anno dopo li ritroviamo sposati, con una bellissima bambina. Peccato però che Maggie non sia più sicura di amarlo: John è troppo concentrato su se stesso e sul suo romanzo, la passione ormai è sparita, e lei ritiene che non ci siano più ragioni valide per stare insieme. Così, elabora un piano per farlo tornare con Georgette, ben disposta a riprenderselo.

Il sottotitolo A cosa servono gli uomini rispecchia un punto di vista femminile ironico e disincantato, dove i personaggi maschili non fanno certo una figura esemplare: incapaci di rispettare gli impegni con i propri cari o di focalizzare l’attenzione al di fuori di loro stessi (a parte Tony, che però vive le sue responsabilità come un obbligo alienante), gli uomini de Il piano di Maggie sono l’emblema di ciò che può spingere una donna verso la maternità solitaria, anche perché Maggie e Georgette sperimentano una famiglia matriarcale – priva di maschi adulti – dove tutto funziona benissimo. La regista Rebecca Miller non si spinge fino in fondo nella celebrazione di questo nucleo parentale allargato, ma preferisce ricostituire il vecchio status quo attraverso i codici della commedia romantica, seppure all’interno di una famiglia ben poco tradizionale. E non potrebbe essere altrimenti, se consideriamo la precarietà affettiva di questi personaggi: Greta Gerwig è l’icona di una generazione spaesata e un po’ infantile, indecisa sui propri sentimenti e sul proprio futuro, anche per l’assenza di garanzie professionali che offrano un minimo di stabilità. D’altra parte, Il piano di Maggie racconta la sorte che toccherà probabilmente a Frances Ha e ad altre giovani donne del cinema indie, figlie legittime del mumblecore ed eredi di Annie Hall, intente ad attraversare la metropoli con spirito ilare e giocoso.

La stessa New York è uno scenario immancabile, fedele al retaggio di Woody Allen e Nora Ephron (ma anche al più recente Noah Baumbach, compagno sentimentale e professionale di Greta Gerwig). Da questi registi, Rebecca Miller ricava sia i dialoghi vivaci sia i conflitti agrodolci tra le sfere del maschile e del femminile, mentre dall’immaginario alleniano deriva la satira degli intellettuali nevrotici che popolano l’intreccio romantico, così pretestuosi e impalpabili nelle loro ambizioni creative. Personaggi e famiglie disfunzionali non minano il fascino dell’ambientazione cittadina, racchiusa in una fotografia calda e avvolgente che ne valorizza l’atmosfera surreale, anche quando il film affronta tematiche molto concrete. Sul solco di altre celebri commedie indipendenti (da Me and You and Everyone We Know a 500 Days of Summer, da Safety Not Guaranteed al sopracitato Frances Ha), Il piano di Maggie non fa che rassicurarci sulla nostra mancanza di certezze, sulla nostra goffaggine e su quell’imbarazzo sociale che tutti, prima o poi, proviamo sulla nostra pelle, trasmettendoci un senso di condivisione che ci fa sentire un po’ meno soli e meno imbranati. Il tutto con l’ausilio di una sceneggiatura generalmente più briosa di ciò che offre la nostra vita quotidiana, e che ci fa invidiare le battute frizzanti scambiate su una panchina di Central Park: alla fine, vince sempre la dimensione del sogno.

Troverete maggiori informazioni sulla pagina Facebook ufficiale del film e sul profilo Twitter di Adler Entertainment. Partecipate alla conversazione:

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