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Outcast, la recensione dell’episodio pilota: A Darkness Sorrounds Him

Outcast, la recensione dell’episodio pilota: A Darkness Sorrounds Him

Di Lorenzo Pedrazzi

Su Cinemax ha debuttato Outcast, la nuova serie creata da Robert Kirkman (autore di The Walking Dead) e basata sul suo fumetto. L’episodio pilota è diretto dallo specialista Adam Wingard, e pone le basi per uno show interessante…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Nella cittadina di Rome, il piccolo Joshua Austin (Gabriel Bateman) osserva una blatta che zampetta sul muro. Dopo qualche istante, la schiaccia con una testata e ne mangia il cadavere, per poi scendere al pianterreno dove sua madre sta discutendo con sua sorella. Sean prende un sacchetto di patatine e comincia a ingurgitarle, e sua madre è terrorizzata nel vedere che il bambino – insieme alle patatine – si sta divorando anche un dito. Si reca quindi dal reverendo Anderson (Philip Glenister) per ottenere il suo aiuto.
Intanto, Kyle Barnes (Patrick Fugit) è trincerato in casa sua, priva di servizi e ridotta a un immondezzaio. Megan (Wrenn Schmidt), sua sorella adottiva, gli fa visita e lo convince a uscire per fare la spesa. Sembra che Kyle voglia punirsi per qualcosa, ma Megan ritiene di essere in debito con lui. Al supermercato, due signore si dicono felici che Kyle sia tornato a Rome, e lo aspettano in chiesa. Megan obbliga il fratello a venire a cena da lei, nonostante suo marito Mark (David Denman), un agente di polizia, non sia d’accordo, e non voglia che lui stia vicino alla loro bambina. In casa, quest’ultima cita la figlia di Kyle, che gli è stata portata via dopo un imprecisato incidente domestico. Kyle preferisce andarsene prima ancora di sedersi a tavola, e poi telefona alla sua ex moglie, Allison (Kate Lyn Sheil), ma non ha il coraggio di parlarle. La donna, inquietata, dice subito alla figlia di rientrare in casa.
In seguito, Kyle scopre il caso di Joshua, che riecheggia in lui alcune terribili memorie d’infanzia. Si fa prestare l’auto dal vicino e fa visita agli Austin, dove trova il reverendo Anderson, che lo porta a vedere il bambino. Joshua è sul letto, e mostra comportamenti ferini. L’entità che ha preso possesso del suo corpo si ricorda di Kyle, di cui scopriamo per frammenti il tragico passato: quand’era piccolo, sua madre fu posseduta dalla stessa forza maligna, e lui soffrì molteplici abusi prima di riuscire a liberarla; ora, la donna è in uno stato comatoso, in ospedale. Megan si sente in debito con Kyle perché lui in passato l’ha protetta, ma non è chiaro in quale circostanza.
Kyle, avvantaggiato dalla sua esperienza, accetta di aiutare il reverendo a esorcizzare Joshua, ma il bambino è dotato di una forza sovrumana, anche se la luce sembra indebolirlo. La colluttazione è molto dura, Kyle viene aggredito ma reagisce e colpisce il ragazzino, proprio mentre il suo corpo comincia a levitare. Joshua gli morde la mano, e il sangue di Kyle, colando nella sua bocca, riesce a scacciare il demone, il quale però sostiene che «La grande unione non può essere fermata». Il bambino torna in sé.
Il marito di Megan vorrebbe arrestare Kyle per aver usato violenza su Joshua, ma lo sceriffo – amico intimo del reverendo – glielo impedisce, anche perché la madre del bimbo non sporge denuncia. Un altro flashback svela che l’entità malvagia s’impossessò anche di Allison, e che Kyle fu costretto a proteggere la loro figlia da lei. Consapevole del potere insito nel suo sangue, Kyle è determinato a sfidare la minaccia dei demoni…

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What an excellent day for an exorcism
Il prologo in medias res giova moltissimo all’episodio pilota di Outcast, serie demoniaca che Robert Kirkman ha sviluppato in parallelo all’omonimo fumetto. Contrariamente a The Walking Dead, insomma, ci troviamo di fronte a un prodotto concepito anche per la serialità televisiva, e il formato che emerge da A Darkness Surrounds Him è abbastanza chiaro: ogni puntata ruoterà attorno alla “possessione della settimana”, ma i singoli casi saranno legati da una consistente trama orizzontale. Ciò non significa, però, che Outcast sia un banale procedural. L’avvio, infatti, ci proietta direttamente nel dramma senza fornirci alcuna spiegazione, sfidando il nostro senso del limite con una scena di notevole impatto: non siamo disgustati da ciò che mostra (perché, di fatto, non si vede nulla di esplicito), bensì da quello che suggerisce.

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Questa impostazione si mantiene costante per buona parte dell’episodio, dove Kirkman e Adam Wingard evitano la pedanteria degli spiegoni – quasi inevitabili in molte serie tv – per lasciare la parola alle immagini e al montaggio. Passato e presente si alternano senza soluzione di continuità (la transizione ai flashback non è mai palese, ma deducibile dal contesto), mentre i retroscena della vita di Kyle vengono dati per scontati nella maggior parte dei dialoghi e si dipanano con naturalezza lungo tutto l’arco dell’episodio, risultando perfettamente chiari solo alla fine. Tale approccio anti-didascalico garantisce un certo livello di pathos e verosimiglianza, anche perché si affida all’attenzione del pubblico: invece di prenderlo per mano e guidarlo attraverso la narrazione, Kirkman lascia che sia lo spettatore a orientarsi nel racconto, chiedendo un piccolo sforzo (ben ripagato) per ricostruire la storia a partire dai suoi singoli frammenti. La puntata lavora quindi per suggestioni, e valorizza l’inquietudine che nasce dal senso di straniamento: vedere i propri cari trasformati in creature ostili è uno shock che agisce nell’intimità più profonda, soprattutto quando si tratta di un bambino messo di fronte alla possessione della madre.

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Non a caso, Outcast smarrisce la sua forza espressiva proprio quando si addentra nella rappresentazione esplicita dell’orrore: le scene di esorcismo non fanno altro che replicare i cliché più abusati, e rischiano talvolta di scivolare nel ridicolo involontario, come accade nelle fasi teoricamente più drammatiche. Lo show funziona molto meglio quando si mantiene sul piano psicologico, focalizzando le manifestazioni del demonio nei comportamenti più disturbanti e nei dettagli più minuziosi, vera testimonianza del Male. In questo discorso rientra anche la centralità assoluta del protagonista: Patrick Fugit è molto credibile nella parte del reietto, condannato ed emarginato per colpe non sue. La battaglia per le anime dei bambini diventa un conflitto personale che lo tormenta sin da piccolo, distruggendo la sua vita privata e allontanandolo dagli affetti, mentre il “dono” che si cela nel suo sangue somiglia più a una maledizione.

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Pur mostrando alcune somiglianze con l’horror mainstream contemporaneo (in particolare i film della Blumhouse), Outcast ha il merito di agire a livello più inconscio, dove non contano gli spaventi e i salti sulla sedia, ma gli effetti psico-emotivi del dramma sull’equilibrio mentale dei personaggi. C’è decisamente più ambiguità nel pilot di questa serie, anche per merito di Wingard, il cui animo indipendente spinge verso soluzioni meno banali, almeno finché non deve fare i conti con il peso iconico dell’esorcismo. Impreziosito dal clima alienante della provincia americana, lo show ha tutto il potenziale per imporsi tra i migliori horror televisivi, purché prediliga lo straniamento e l’inquietudine rispetto ai logori stereotipi della tradizione demoniaca.

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La citazione:
«È da tanto tempo che proviamo a prenderti, Reietto. Ci hai tenuto nascosta la tua luce troppo a lungo.»

Ho apprezzato:
– L’approccio anti-didascalico nei dialoghi e nel montaggio
– La valorizzazione dei dettagli inquietanti
– Il tormento del protagonista nel suo ruolo di “emarginato”
– L’atmosfera sospesa e alienante della provincia americana

Non ho apprezzato:
– I cliché e il ridicolo involontario nelle scene di esorcismo.

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