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Game of Thrones: Recensione dell’episodio 6×10, “The Winds of Winter”

Game of Thrones: Recensione dell’episodio 6×10, “The Winds of Winter”

Di Andrea Suatoni

La sesta stagione di Game of Thrones è stata caratterizzata da un tono piuttosto altalenante. Complice la mancanza di una solida base narrativa (ovvero i libri di Martin, rimasti indietro rispetto alle trame della serie televisiva), gli eventi hanno subito allo stesso tempo delle accelerazioni e dei rallentamenti che non hanno giovato al gradimento della stagione, che forse per la prima volta ha spaccato in due i fan fra forti detrattori ed entusiastici sostenitori. Fino a ieri.

THE WINDS OF WINTER

La scena di apre ad Approdo del Re: il giorno del processo di Loras e Cersei è arrivato. Il giovane Tyrell è il primo ad affrontare il giudizio dei septon, e rispettando degli oscuri accordi stretti fra la regina Margaery e l’Alto Passero, ammette i suoi crimini e viene marchiato come un adoratore del culto, al quale d’ora in poi sarà devoto. Cersei manca all’appello, e l’unica a notare l’assordante assenza della regina madre e del re Tommen (bloccato dalla Montagna nelle sue stanze) è proprio Margaery, cui gli showrunner hanno voluto dare un ultimo tiepido momento di “gloria” prima della sua inevitabile dipartita: agli ordini di Cersei l’Altofuoco deflagra in un’apoteosi di distruzione, che cancella il futuro della casata Tyrell insieme a tutti gli adepti del Credo Militante. La vittoria della leonessa Lannister sui suoi nemici è totale, non c’è pietà neanche per il Gran Maestro Pycelle (ucciso in una splendida scena dagli uccellini di Qyburn) e tantomeno per la septa Unella, lasciata alle torture di Gregor Clegane.
Di fronte alla totale distruzione e alla morte di Margaery, Tommen decide di uccidersi.

Jaime è invece ancora alla tavola di Walder Frey, che rimette al suo posto quando il vecchio prova ad effettuare un paragone fra i due. Il dialogo rappresenta una efficace testimonianza del cambiamento avvenuto nel personaggio, che ormai incamminato sulla via del “bene” (grazie soprattutto a Brienne) non accetta di essere accostato al bieco Frey. Da notare l’occhiata della procace cameriera, che Bronn scambia per desiderio: non lo sappiamo ancora, ma gli occhi erano quelli di Arya Stark mentre puntava ad una delle sue prossime vittime.

C’è spazio anche per Sam e Gilly, a risollevare il tono incredibilmente cupo dell’episodio: le sue scene non sono comiche (e la comicità a questo punto non avrebbe trovato ragione di esistere), ma l’alleggerimento dei temi trattati riesce a farci tirare un attimo il fiato. Finalmente l’aspirante Maestro è arrivato alla Cittadella, dove potrà iniziare il suo cammino.

A Grande Inverno, avviene uno dei due confronti che non vedevamo l’ora di osservare, quello fra Davos e Melisandre. Di fronte a Jon Snow, il Cavaliere delle Cipolle affronta la donna rossa e la costringe a confessare l’omicidio di Shireen. Jon decide di esiliarla anziché ucciderla: sentiremo probabilmente ancora parlare nella prossima stagione della sacerdotessa.

Finalmente fanno una fugace apparizione le Serpi delle Sabbie, in inedita compagnia con Olenna Tyrell: ultima del suo nome, la donna non brama che la vendetta contro Cersei. Ma non è Ellaria a offrirgliela, bensì Varys: l’eunuco aggiunge Dorne e Alto Giardino agli alleati della Madre dei Draghi.

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A Mereen nel frattempo Daenerys dà l’addio a Daario Naharis, convinta di aver bisogno di un importante matrimonio diplomatico per regnare su Westeros. Il guerriero non è affatto d’accordo, ma la Madre dei Draghi non prova niente per lui, come confessa poco più tardi a Tyrion. Verso il Folletto invece i sentimenti di Daenerys sono di profonda stima: Tyrion Lannister viene proclamato Primo Cavaliere della regina Targaryen.

Torniamo a Delta delle Acque per la scena migliore della puntata, nonché la più inaspettata: credevamo, dopo la chiusura della storyline di Braavos, di rivedere Arya Stark solamente nella prossima stagione ed invece eccola tornare nel season finale, forte del suo addestramento, per sterminare completamente la dinastia Frey e vendicare le Nozze Rosse. Epicità al massimo.

Non ci siamo ancora ripresi dalla sconcerto ed ecco arrivare Bran, che dà l’addio allo zio Benjen (rimarcando la presenza di un incantesimo sulla Barriera atto a contenere i morti) all’ombra di un Albero Diga: il giovane metamorfo non perde tempo e torna alla Torre della Gioia, dove la reale discendenza di Jon Snow ci viene finalmente svelata: R + L = J (ovvero, Jon Snow è figlio di Lyanna Stark in seguito al non-più-così-probabile stupro da parte di Rhaegar Targaryen, fratello di Daenerys), come i fan avevano intuito da tempo. Il contenuto della promessa di Lyanna a Ned rimane però un mistero: che ci sia qualcosa che ancora nessuno ha immaginato?

Ed ecco il secondo attesissimo confronto, di nuovo sotto le fronde di un Albero Diga: Ditocorto svela le sue intenzioni a Sansa, palesando un amore a cui Lady Stark, lontana dall’ingenuità che un tempo la caratterizzava, non crede affatto. Le mire di Ditocorto vengono totalmente spazzate via, così come i dubbi dei Lord del Nord, dalle parole della piccola Lyanna Mormont, il personaggio rivelazione di questa sesta stagione: Il Nord non dimentica. Jon Snow, consacrato Jon Stark proprio nell’esatto momento in cui lo abbiamo scoperto essere un Targaryen, è il legittimo erede di Grande Inverno. Jon Stark re del Nord.

Anche ad Approdo del Re, sebbene con più solennità, si compie un’incoronazione: Cersei, unica Lannister rimasta (poichè Jamie ha rinunciato ai suoi diritti e alla sua discendenza diventando un membro delle “Cappe Bianche”), diviene di nuovo regina a tutti gli effetti, e nelle sue mani è ora il potere di regnare, sola e (teoricamente) incontrastata.

L’epicità del finale, come ormai da manuale, viene lasciata a Drogon, Viserion e Rhaegal: pronta a partire con la sua flotta, forte delle nuove alleanze forgiate dai suoi sottoposti e annunciata dal ruggito dei suoi figli in cielo, nulla sembra essere in grado di contrastare Daenerys Targaryen, che veleggia verso il continente occidentale.

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TOTAL GIRL POWER

Come avevamo precedentemente fatto notare, la sesta stagione di Game of Thrones vede la totale vittoria degli esponenti di sesso femminile praticamente in ognuna delle diverse storyline. Daenerys dopo il periodo in ombra dei primi episodi della stagione è riuscita a trasformare una sicura disfatta in una vittoria schiacciante conquistando l’intera armata Dothraki, Sansa si è vendicata del suo aguzzino Ramsay ed è forse riuscita anche a raggirare Ditocorto, Arya ha cominciato in modo esplosivo il suo cammino di vendetta e Cersei ha ribaltato le carte in tavola con un plot twist da brivido (anche se in gran parte prevedibile) schiacciando gran parte dei suoi nemici e tornando ad essere ora più che mai la donna gelida e calcolatrice dei primi episodi.

Un passo indietro quindi da chi lamentava una vena fortemente maschilista nei toni dello show, per quanto gli showrunner abbiano spesso usato il leit motive della sofferenza femminile per indurre gli uomini al cambiamento (come fatto con Theon Greyjoy o con Jaime Lannister) perpetrando l’uso di uno stereotipo che non ha però ormai alcuna ragion d’essere all’interno delle trame di Game of Thrones. Soprattutto alla rivalsa di Sansa è stato dato largo spazio, mostrandoci un personaggio indurito che non ha più alcun timore di giocare io gioco dei troni. Un personaggio però che non è in realtà cambiato totalmente, ma ha solamente perso l’innocenza giovanile e acuito i lati egoistici che già dagli albori della serie la distinguevano dagli altri Stark: ricordiamo nei primi episodi ad esempio il suo tradimento verso la sorella Arya in favore di Jeoffrey (che portò all’uccisione di Micah e del metalupo Lady), o la posizione presa durante il processo a Ditocorto riguardo l’uccisione di Lysa Arryn. Sansa non era una candida fanciulla che gli eventi hanno reso il personaggio calcolatore che vediamo oggi: è semplicemente maturata, ed i semi che fin dal principio avevamo notato nel suo carattere sono fioriti prepotentemente, delineando un personaggio coerente con sé stesso fin dal principio.

Stessa coerenza, ma non c’era quasi il bisogno di farlo notare, nel caso di Cersei: la regina di Approdo del Re ha affilato ancor più i suoi già taglienti artigli, continuando ad allungare la lista di decisioni prese forse un po’ troppo precipitosamente (vedi il suicidio di suo figlio Tommen, personaggio scritto e reso dall’attore Dean-Charles Chapman in modo perfetto). Cersei dal canto suo non è una attenta stratega, ma è caratterizzata da una mancanza di scrupoli che è stata finora la summa della sua forza. Ma che accanto ad un Jaime sempre più deciso in direzione di un cambiamento in positivo, potrebbe diventare la sua più grande debolezza (qualcuno ha detto Valonqar…?)

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TABULA RASA

All’interno della sesta stagione (e soprattutto in questa ultima puntata) abbiamo assistito al totale sterminio di molte delle casate più importanti di Westeros: casa Martell nel primo episodio, casa Bolton nella Battaglia dei Bastardi, casa Tyrell nell’esplosione dell’Altofuoco, casa Baratheon in seguito al suicidio di Tommen e casa Frey per mano di Arya Stark. Un ripulisti generale che spazza via dalla scacchiera moltissimi personaggi importanti, portando la serie verso il sempre più inevitabile scontro fra Targaryen e Lannister (senza dimenticare Euron Greyjoy) e fra l’intero Nord (comprensivo della Fratellanza senza Vessilli e, forse, dei cavalieri della Valle di Arryn) e il Re della Notte. Saranno probabilmente queste le due storyline principali che vedremo dipanarsi nella settima stagione, ancora lontanissima.

Un saluto pieno di commozione quindi per Margaery Tyrell, fan favorite fin dalle sue prime apparizioni, ma anche per Loras e fin quasi al povero Tommen, mentre abbiamo esultato per l’uscita di scena dell’Alto Passero e di Unella. Fanservice allo stato puro all’interno dell’episodio, ma non è detto che sia sempre un male: ad esempio vedere Arya Stark uccidere Walder Frey è un’immagine incredibilmente forte, che va a toccare due degli eventi più attesi dell’intera saga: la risoluzione dell’addestramento di Arya (e la prosecuzione della sua vendetta) e la morte di Frey, in un tripudio di esaltazione che quasi toglie il fiato.

E ADESSO…?

Riprenderemo probabilmente le vicende di Westeros ad Aprile 2017, e nel frattempo potremo solamente intavolare teorie. Riguardo la promessa di Lyanna Stark a Ned, che rimane stranamente silente per lo spettatore: perché tacere le parole di Lyanna se ormai abbiamo capito tutto? Forse quello che sappiamo è un’abilissima e fuorviante bugia, così come lo stacco fra quel bambino neonato fra le braccia di Ned e il personaggio di Jon Snow, che vorrebbe indurci a credere di aver finalmente risolto l’annosa questione della Torre della Gioia, celando in realtà qualcos’altro?

O ancora, il sibillino riferimento ad un importante matrimonio per Daenerys e la crescita del suo rispetto per Tyrion: una possibile unione fra le case dei Lannister e dei Targaryen potrebbe passare proprio tramite il Folletto?

La mancata presenza di Lady Stoneheart verrà colmata nella prossima stagione? Bran riuscirà finalmente a volare come da profezia, magari tramite uno dei draghi di Daenerys? Cersei verrà uccisa dal suo fratello minore (il Valonqar di una profezia presente però solo nei libri)? Cosa significa realmente l’arrivo dell’inverno? Avremo molto più minutaggio dedicato a Lyanna Mormont?

Un anno intero. Passeremo un anno intero con le mani fra i capelli a chiederci cosa succederà, ad elaborare teorie e a discutere con gli amici su improbabili interpretazioni degli episodi passati. Aspettando quasi reverenzialmente la settima stagione di uno show che dagli esordi ad ora (e ancor più marcatamente) non ha eguali.

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