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Game of Thrones: Recensione completa della Sesta Stagione

Game of Thrones: Recensione completa della Sesta Stagione

Di Andrea Suatoni

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Siamo arrivati al termine della corsa della sesta stagione: Game of Thrones ci dà l’arrivederci alla settima stagione, probabilmente nell’aprile o maggio 2017. Una stagione che ha sollevato molte polemiche (così come parte della precedente) soprattutto a causa del fatto che le vicende hanno superato la base letteraria da cui la serie prendeva spunto, ovvero Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin.

RITMO E FRETTA

La stagione è innanzi tutto caratterizzata da un ritmo estremamente altalenante. Alcuni episodi risultano quasi noiosi, altri invece sembrano correre a perdifiato verso rivelazioni shock: soprattutto nel lungo episodio finale, lo spettatore rimane senza fiato dall’inizio alla fine della visione.

In effetti con il senno di poi l’intera stagione è stata trainata (e costruita) esclusivamente in funzione dei due episodi finali: la Battaglia dei Bastardi e l’incredibile sequela di colpi di scena dell’ultima puntata, culminante nella partenza di Daenerys alla volta di Westeros con i nuovi alleati Greyjoy, Martell e Tyrell.
Nei primi episodi ad esempio le storyline di Daenerys ed Arya risultavano prive di significato ed affrontate quasi come mero riempitivo, per poi esplodere in due direzioni completamente nuove: la prima ha ottenuto una enorme armata Dothraki, mentre la seconda è arrivata pian piano a staccarsi dalla Casa del Bianco e del Nero ritrovando sé stessa.

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Non che i vari episodi non siano stati costellati da colpi di scena: la resurrezione di Jon Snow in primis, la tragica morte di Hodor e la scoperta delle origini degli Estranei, il ritorno (fugace) di Rickon, la presa di potere alle Isole di Ferro e a Dorne, e così via. Ma non è stato possibile ravvisare un reale ritmo, un bilanciamento degli eventi fra i vari episodi tale da creare una stagione piena: addirittura alcune situazioni sembrano dei filler inconcludenti, come la questione di Delta delle Acque o il ritrovamento di Sandor Clegane; e per quanto dovremmo fare attenzione a non affrettare i giudizi, perché come già visto nei citati casi di Arya e Daenerys nulla era affidato al caso, la mancanza di un reale significato di determinati eventi nell’economia della stagione attuale ha aiutato a spezzarne la coesione che si ravvisava nelle precedenti, che pure dovendo gestire un maggior numero di personaggi mai perdevano la loro coralità, funzionale e strutturale, sia nella trattazione dei singoli episodi che dei singoli personaggi.

Una narrazione discontinua ed affrettata che ha però stupito con un episodio finale assolutamente stupefacente, in grado di riscattare e di giustificare praticamente l’intero corso della stagione: senza dubbio il miglior finale di sempre, catastrofico e incredibilmente ricco di colpi di scena, che fonda la sua ragion d’essere solamente sulla costruzione degli episodi precedenti. Che non è stata certamente eccelsa, ma che ha portato ad un’ottimo risultato finale ed ha spinto gli showrunner ad esprimersi in maniera stupendamente efficace se si guarda al comparto tecnico (soprattutto ed ovviamente nell’episodio 6×09: The Battle of the Bastards).

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LA MANCANZA DI ZIO MARTIN

I binari su cui gli showrunner si sono mossi per quasi 5 stagioni, nella sesta sono venuti completamente a mancare. La differenza, da alcuni giudicata positivamente e da altri negativamente, si è fortemente sentita. Il tono di Game of Thrones è profondamente cambiato: non ci troviamo più di fronte ad una serie fatta di intrighi e sotterfugi, poiché ora quasi tutto quello che vediamo è tutto quello che accade veramente sullo schermo. A fronte di mille teorie che, mutuate sullo schermo dai libri di Martin, hanno imperversato nel fandome a causa degli oscuri ed intricati puzzle sapientemente costruiti dallo scrittore (molte delle quali sono tra l’altro risultate realistiche), ora la narrazione risulta molto più lineare, e nella prossima stagione tale linearità sarà ancor più sentita: Benioff e Weiss hanno compiuto un totale sterminio di personaggi, limitando drasticamente le linee narrative delle stagioni future e facendo convergere (verso il deflagrante finale contro il Re della Notte?) tutte le storyline. Un Game of Thrones molto meno confusionario quindi, ma anche più prevedibile, prevedibilità che la sesta stagione ha ampiamente dimostrato. Ma con una epicità nelle scene che è riuscita comunque a rendere situazioni praticamente telefonate dei veri e propri colpi di scena.

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GIRL POWER

Una stagione 6 in cui i personaggi femminili hanno stravinto sui personaggi maschili. Accusati in passato di misoginia, gli showrunner di Game of Thrones hanno voluto ribaltare l’aspetto effettivamente maschilista della serie per puntare tutto sul riscatto della femminilità, ad ogni livello possibile: dalla vendetta di Cersei alla crescita di Sansa, dal ritrovamento di uno scopo per Brienne e della fede per Melisandre, dal percorso di Arya fino alla onnipotenza di Daenerys. Dando spazio anche a personaggi come Yara Greyjoy, che riusciamo chiaramente a vedere come futura regina del Trono di Sale, o Ellaria e le sue vipere, poco presenti sul set ma totalmente vincenti nelle loro brame di potere. Senza dimenticare Lady Olenna, la cui rivincita è stata probabilmente rinviata alla prossima stagione.
Oh, e la piccola Lyanna Mormont, ormai vero e proprio idolo dei fan.

I personaggi maschili, pur se al centro della scena come Jon Snow o Tyrion, diventano meri oggetti della crescita dei personaggi femminili a loro vicini: il primo in funzione di Sansa, il secondo in funzione di Daenerys.
Jon, pur affrontando finalmente quella rinascita da uomo a scapito della morte del ragazzo, così come aveva predetto Maestro Aemon, più nella simbolica emersione dai corpi nella Battaglia dei Bastardi che non nella sua vera e propria resurrezione, rimane un personaggio debole le cui motivazioni sono portate avanti dalla sorella. Anche la sua incoronazione di fatto a Re del Nord arriva passivamente, secondo i calcoli di una Sansa decisa a prendersi gioco delle mire di Ditocorto.
Il personaggio di Tyrion dal canto suo da un lato manifesta una mancanza di adeguato minutaggio per un personaggio che fino alla scorsa stagione era il preferito dei fan, dall’altra diventa poco più di un intermezzo comico se non nei momenti in cui ha a che fare con la Madre dei Draghi, di cui si rivela consigliere insostituibile: la sua nomina a Primo Cavaliere nell’ultima puntata ci riempie però d’orgoglio e fa perdonare la scrittura del personaggio all’interno dei primi 9 episodi.

Eccezione fatta per Bran Stark, ma il suo personaggio assume però un ruolo solamente funzionale alla vicenda, tramite le visioni che ci hanno portato a scoprire uno dei segreti più misteriosi dell’intera saga (i reali natali di suo fratello – cugino – Jon Snow) e Jaime Lannister, per il quale sembra pronto l’inizio di un cammino di redenzione.

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SETTIMA STAGIONE E OLTRE

D’ora in poi, le vicende si fanno più chiare: l’unione di Targaryen, Greyjoy, Tyrell e Martell mira alla distruzione dei Lannister (e di Euron Greyjoy), mentre Jon Snow e il Nord (cui probabilmente Bran si ricongiungerà) aspettano l’arrivo dei morti da oltre la Barriera. Queste le due storyline principali, cui aggiungere una Arya Stark in un solitario viaggio di vendetta, una Melisandre senza meta, un Jorah in cerca di una cura per la propria malattia e l’enigmatica presenza di Sandor Clegane nella Fratellanza senza Vessilli.

L’appuntamento è fra quasi un anno, e nel frattempo è molto probabile che il nuovo libro di Martin, The Winds of Winter, avrà visto la luce. Arrivederci all’episodio 7×01.

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