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The Salesman, il nuovo splendido film iraniano di Asghar Farhadi. La recensione

The Salesman, il nuovo splendido film iraniano di Asghar Farhadi. La recensione

Di Andrea D'Addio

Un palazzo che sta per crollare improvvisamente. Gente che corre per le scale, che avverte i vicini che, in alcuni casi, decide anche di tornare sopra per salvare chi non ha intenzione di andarsene. È il caso di Emad, che nonostante le preoccupazioni della compagna Rana, risale le scale per caricarsi sulle spalle un uomo che preferisce morire restando sul letto che abbandonare la propria dimora. L’edificio non crolla, ma Emad e Rana devono comunque trovare una nuova abitazione. Un amico che lavora con loro alla rappresentazione teatrale di Morte di un commesso viaggiatore ne ha una che gli potrebbe affittare. La precedente locataria è una donna un po’ particolare che ha lasciato in casa molti effetti personali che non vuole siano toccati. Peraltro si dice che conducesse una vita dissoluta, ma la coppia decide di prenderla lo stesso. La routine ricomincia. Il lavoro quotidiano (Emad è professore al liceo, Rana invece casalinga) si alterna al teatro e alla vita domestica. Tutto sembra andare bene quando Rana viene aggredita in casa mentre è sotto la doccia. Non si sa chi sia stato, forse qualcuno che l’ha scambiata per la vecchia inquilina e cercava vendetta. Lei si riprende dopo qualche giorno d’ospedale, ma per Emad comincia una caccia all’uomo che lo assilla ogni momento del giorno e della notte….

Dopo la trasferta francese – riuscita solo a metà – di Il passato, Asghar Farhadi torna nel suo Iran. Lo fa mettendo al centro del film una scena  non inquadrata, di cui vediamo solo le conseguenze. Cosa è successo davvero? Il presupposto è lo stesso dello splendido Una separazione. Lì però si discuteva sul se l’uomo avesse spinto o meno volontariamente la badante del padre per le scale. Del resto nel cinema iraniano uomini e donne non si possono toccare altrimenti si viene censurati. Fahradi non solo lo sa, ma, costruisce i suoi film intorno a questa limitazione. Si potrebbe definire un thriller se non fosse che il mistero è, così come nei suoi film passati (da citare c’è anche About Elly). soprattutto un pretesto per mostrare la società iraniana contemporanea, lì dove la donna è emancipata, ma l’onta del disonore può spingere alla vendetta anche uomini “per ben”e o dove, ben rispettando i precetti musulmani, è vietato toccare qualcosa acquistato con soldi di dubbia provenienza.

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Anche i punti di vista, come già nei film di Fahradi passati, finiscono per bilanciarsi, finendo con il provare persino un minimo di comprensione per il carnefice. E’ qui, in questo capovolgimento dei ruoli, anche se solo parziale, che improvvisamente capiamo anche la ragione e i riferimenti, nel titolo e nella narrazione, al commesso viaggiatore di Arthur Miller. Non c’è parola, dialogo o scena sprecata, qualcosa di cui si potrebbe fare a meno. Come in un giallo vecchio stile, tutto ha un suo perché, fosse anche un elemento per capire il cambiamento dell’animo umano all’ascolto della stessa richiesta di perdono emessa però da due personaggi diversi. Il ritmo è serrato, le interpretazioni tanto naturali da catturare al primo sguardo. Sensazioni da già visto? Con Fahradi sì, ma parliamo di grande cinema, ad averne di déjà-vu del genere, uno dei migliori film alla 69esima edizione del Festival di Cannes dove è stato presentato in concorso.

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