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Arrow, la recensione dell’episodio 4.21: Monument Point

Arrow, la recensione dell’episodio 4.21: Monument Point

Di Lorenzo Pedrazzi

Monument Point, ventunesimo episodio della quarta stagione di Arrow, si tinge di atmosfere apocalittiche per proiettarci verso il gran finale…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Damien Darhk (Neal McDonough) sta per lanciare un attacco nucleare che spazzerà via l’umanità, e Felicity (Emily Bett Rickards) ha bisogno dell’aiuto di suo padre Noah (Tom Amandes) per fermarlo. Oliver (Stephen Amell) e Diggle (David Ramsey) si mettono sulle sue tracce, ma Darhk invia Murmur (Adrian Glynn McMorran) e Brick (Vinnie Jones) a ucciderlo, perché sa che può sabotare i suoi piani. La collisione tra i due gruppi si verifica nella vecchia baita di Noah, dove Freccia Verde e Spartan respingono i nemici e salvano l’uomo. Noah non si tira indietro, e fornisce subito il suo aiuto, ma prima Felicity deve recuperare un processore alla Palmer Tech: il compito si rivela più difficile del previsto, perché il consiglio di amministrazione decide di licenziarla, togliendole così l’accesso ai brevetti della compagnia; ciononostante, lei e Noah riescono a copiare il processore.
Thea (Willa Holland) scopre che è stato suo padre Malcolm (John Barrowman) a volerla sull’arca di Darhk, ma lei pretende di vedere Alex (Parker Young), che sta aiutando i residenti a sistemarsi. È soggiogato dalla droga di Darhk, e non si rende conto di quello che succede. Intanto, Anarky (Alexander Calvert) attacca la città per vendicarsi, e danneggia il suo sistema d’areazione. Thea lo affronta, ma durante il combattimento lui uccide Alex, e la ragazza e lo mette al tappeto.
Nei flashback sull’isola, Oliver si scontra con Reiter (Jimmy Akingbola), che però è imbattibile. Taiana (Elysia Rotaru) riesce a sottrarre il suo idolo, quindi lei e Oliver fuggono nella giungla, ma Taiana subisce gli effetti magici della statua: i suoi occhi s’illuminano di giallo.
A Star City, Freccia Verde, Spartan, Lyla (Audrey Marie Anderson) e un contingente dell’A.R.G.U.S. proteggono Felicity e Noah mentre cercano di impedire a Rubicon di lanciare le testate nucleari. Murmur riesce a entrare nella sala dei computer e ferisce Noah a una spalla, ma Freccia Verde lo neutralizza. I due hacker sono riusciti a disattivare tutti i missili tranne uno, che parte dalla Russia e si dirige verso Monument Point. Non c’è modo di fermarlo, ma Felicity riesce quantomeno a falsare il suo GPS, deviando il suo percorso a 30km di distanza. Purtroppo, però, la testata colpisce una cittadina chiamata Havenrock, provocando decine di migliaia di morti. Lyla consola Felicity, dicendole che la distruzione di Monument Point avrebbe causato due milioni di vittime.
La squadra scopre che il municipio di Star City sorge sopra un “nexus”, punto nodale dell’energia magica, così Oliver e Diggle vanno a controllare… e trovano Darhk che assorbe le anime delle vittime di Havenrock, diventando ancora più potente.

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A Darhk future
Ogni stagione di Arrow ruota attorno a una minaccia di proporzioni collettive, ma le prime tre si focalizzavano su Star City, in quanto città natale di Oliver Queen o come semplice emblema di decadenza; stavolta, invece, il pericolo è di natura planetaria, e Monument Point infonde nella serie un’atmosfera ancor più radicale, di portata apocalittica. Intendiamoci, non c’è nulla di originale nel piano di Damien Darhk (curiosamente simile, per certi aspetti, a quello di En Sabah Nur in X-Men: Apocalisse), ma almeno permette allo show di espandere i propri orizzonti, amalgamando fantapolitica, fantascienza e sovrannaturale.

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Certo, è un po’ improbabile che il destino della Terra giaccia nelle mani di Freccia Verde e di un paio di hacker, quindi gli autori sono costretti a introdurre molte forzature o snodi narrativi poco verosimili: com’è possibile che non intervenga l’esercito, quando l’umanità è sull’orlo dell’estinzione? E perché l’A.R.G.U.S. si presenta sul campo con uno schieramento di forze così esiguo? Le ambizioni di Arrow devono spesso scontrarsi con gli ostacoli della logica, ma non è una novità negli show supereroistici di Greg Berlanti.

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È necessario un notevole sforzo per accettare i codici della sospensione d’incredulità (di cui questa serie tende ad abusare), ma non c’è altro modo per lasciarsi trascinare dal racconto. A patto di ingoiarne le assurdità, Monument Point è comunque un episodio ben ritmato e godibile, costruito secondo i dettami di un’escalation progressiva che sfocia nel cataclisma finale: la distruzione di Havenrock al posto di Monument Point implica un conflitto morale serissimo, ancor più gravoso rispetto a quelli che abbiamo visto in passato (come l’uccisione di Andy per mano di John), e sarà interessante vedere se gli autori decideranno di ignorarne le conseguenze psicologiche o se invece Felicity ne avvertirà il peso. Lyla, però, ha posto l’accento sulla necessità di scegliere il “male minore”, e questo potrebbe essere un indizio. Purtroppo, Arrow tende a sottovalutare le conseguenze di certe decisioni, anche quando sono devastanti e tragiche.

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La presenza di ben tre supervillain favorisce l’azione: Murmur, Brick e Anarky aumentano il livello della sfida, e consentono di mettere in scena combattimenti acrobatici e ben coreografati, seppur lontani dalla cruda fisicità di uno show come Daredevil; in questo contesto, la morte di Alex potrebbe giocare un ruolo importante nell’evoluzione di Thea (o nella sua manipolazione da parte di Malcolm), anche se l’aspetto più intrigante riguarda il rapporto con Anarky: quest’ultimo la sprona a liberarsi da ogni influenza maschile per esprimere completamente se stessa, e si afferma come uno degli antagonisti più ambigui e imprevedibili della serie. Meno convincenti i passaggi con Felicity e suo padre Noah, alias il Calcolatore: per quanto faccia piacere assistere alla conversione del criminale, Monument Point sfrutta fino all’inverosimile le doti degli hacker per semplificare eccessivamente alcune svolte narrative, attribuendo loro una sorta di “onnipotenza informatica” che caratterizza ormai gran parte delle serie d’azione, e quelle di Berlanti in particolare (ma il discorso vale anche per Agents of S.H.I.E.L.D., naturalmente). A parte questo, l’episodio intrattiene in modo dignitoso, e ci lascia con un cliffhanger semplice ma efficace: grazie alle anime delle vittime di Havenrock, Darhk è più potente che mai.

La citazione:
«Ciao Oliver, ottimo tempismo. Penso che ti serviranno delle frecce molto più grosse.»

Ho apprezzato:
– L’escalation progressiva fino al cataclisma finale
– La presenza di tre supervillain
– Il rapporto fra Thea e Anarky
– Il cliffhanger

Non ho apprezzato:
– Le forzature della trama
– L’abuso delle capacità degli hacker

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