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Almodóvar: ” Julieta, il mio nuovo film? Mi piace che lo definiate un Almodrama”

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Di Andrea D'Addio

Inizialmente doveva essere ambientato negli Stati Uniti, a New York per la precisione e avevamo pensato a Meryl Streep come protagonista. Le ho parlato e lei avrebbe accettato. Del resto la storia è il frutto della fusione di tre racconti contenuti nel libro Runaways di Alice Munro, che è nordamericana (canadese per la precisione ndr). Poi però non mi sono sentito completamente sicuro, la famiglia lì è diversa, lì è normale pensare che un figlio che si allontaa da casa poi possa non essere più rivisto, i legami si spezzano, da noi è diverso, e così abbiamo spostato tutto in Spagna, a partire dalla nazionalità dei personaggi”.

È un Pedro Almodóvar che si lascia andare ad aneddoti e considerazioni varie, non solo cinematografiche, quello arrivato a Cannes per la presentazione di Julieta: “Allen e Spielberg pensano che la competizione sia contro il senso comune? Non ho il loro talento, ma li capisco, solo una volta che sono qui mi piace l’idea di potere concorrere, per questo non ho scelto il fuori concorso”. Il film mostra una madre cinquantenne costretta a vivere con il dolore di non avere più notizie da alcuni dalla figlia, scappata non si sa dove, non si sa perché. Da qui parte un lungo flashback che ricostruisce la loro storia familiare. “Ho trovato grande affinità con la storia della Munro, anche se poi non sono stato troppo fedele al testo di partenza, come sempre accade quando utilizzo soggetti non miei”.

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Gira tra i critici una parola che serve a definire i suoi film: almodrama…

E mi piace!

Julieta sembra un personaggio femminile meno forte di quelli a cui ci ha abituati…

Altre combattevano, lei è vulnerabile, una vittima delle perdite, quasi uno zombie senza direzione o speranza.

Come ha lavorato sulla costruzione del personaggio?

Ho parlato con le due attrici che la interpretano da giovane e da più grande e le ho riempite di informazioni. Volevo un personaggio che fosse un mix tra la Jeanne Moreau di Europa ’51e la protagonista del libro Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrere. Adriana Ugarte era un po’ spaesata, non aveva bene in testa come fossero gli anni ‘80.

Gli ‘80..un decennio che ritroviamo spesso nei suoi film…

Ho 66 anni e non mi ritengo una persona nostalgica, non amo passare il tempo a pensare a come era il mio passato. Concordo con Philip Roth quando dice che “la vecchiaia non è una malattia, è un massacro”, ma mi manca la mia gioventù e gli anni ‘80. Le donne dell’epoca erano molto diverse, erano più libere di oggi, ma anche il mondo in cui vivevano era un altro.

Ancora una volta ha lavorato con Rossy De Palma e Alberto Iglesias

A Rossy lascio molta libertà. Fosse stato un altro avrei forse avuto da ridire sui capelli. Iglesias è un mio collaboratore da vent’anni, un grande professionista. Guardando il montaggio finale del film mi ha detto che non c’era bisogno di musica. Quanti avrebbero fatto ugualmente? Alla fine l’ho convinto e lui si è ispirato a Mahler e alla colonna sonora di Ran, una delle sue preferite.

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Vorrebbe mai che un giorno si facesse una biopic su di lei?

Mai, né autorizzate né inautorizzate . Registratemi mentre lo dico. Non lo voglio. La mia eredità è nei film che mi lascerò dietro

Lei e suo fratello sono tra i nomi trovati all’interno dei Panama Papers, sembra che negli anni ‘90 abbiate provato a spostare lì alcuni vostri fondi per evitare il fisco spagnolo: come vive questo suo momento extracinematografico?

Ci sono nomi più importanti di quello mio e di mio fratello. Se fossimo in un film, saremmo tagliati e contenuti negli extra. La stampa spagnola ci ha messo invece nei ruoli di protagonisti. Ci sono così tanti personaggi e non sono ancora state fatte abbastanza indagini.

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