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Unbreakable Kimmy Schmidt – La recensione in anteprima della stagione 2

Unbreakable Kimmy Schmidt – La recensione in anteprima della stagione 2

Di Lorenzo Pedrazzi

Venerdì 15 aprile debutterà su Netflix la seconda stagione di Unbreakable Kimmy Schmidt, spassosa serie comica di Tina Fey e Robert Carlock che non delude affatto le aspettative, ma si carica di ulteriore humor surreale…

Attenzione: il seguente articolo contiene alcuni SPOILER minori sulla trama.

Kimmy (Ellie Kemper) è ancora triste per la perdita del suo amato Dong (Ki Hong Lee), costretto a sposare un’anziana signora per ottenere la cittadinanza americana ed evitare il rimpatrio in Vietnam: nonostante voglia riconquistarlo, Kimmy finisce per dargli una mano con le foto “di coppia”, lasciandolo andare definitivamente.
Intanto, comincia a lavorare come elfo in un negozio di articoli natalizi, ma perde il posto a causa delle interferenze di Jacqueline Voorhees (Jane Krakowski), che la convoca ripetutamente per delle commissioni. Dopo il divorzio da suo marito, la donna è tornata dai genitori per riabbracciare le sue radici, ma nessuno la vuole perché combina solo guai. Mentre cerca di rifarsi un nome nell’alta società newyorkese, riesce incredibilmente a stabilire un rapporto con suo figlio, e accetta di prestare la sua macchina a Kimmy per farle guadagnare qualcosa come autista di Uber.
Titus (Tituss Burgess) organizza uno spettacolo dove interpreta una delle sue vite passate, ovvero… una geisha. E ha molto successo. Nel frattempo, comincia a frequentare un simpatico ragazzo che ha sempre tenuto nascoste le sue tendenze gay, e che dimostra di volergli molto bene. Lillian (Carol Kane), invece, prosegue la sua battaglia contro la gentrificazione del quartiere, temendo che diventi un covo di hipster…

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Indistruttibile Kimmy
In qualunque altro contesto, l’adorabile Kimmy Schmidt sarebbe stata solo l’ennesima manic pixie dream girl che saltella per New York con i suoi pantaloni a fiori e il suo sorriso perenne, annullando se stessa per mettere ordine nella vita altrui. Ma Unbreakable Kimmy Schmidt è un’emanazione del genio comico di Tina Fey, e il personaggio ne esce quindi valorizzato: la ragazza, infatti, si muove in un mondo che è bizzarro tanto quanto lei, dove lo sguardo stralunato sulla realtà contemporanea è un requisito fondamentale per la sopravvivenza. Kimmy, non dimentichiamolo, è la vittima di uno pseudo-santone che l’ha tenuta segregata in un bunker per quindici anni, ma è soprattutto una donna che rifiuta di vedersi rappresentata come creatura monodimensionale e commiserabile (abitudine tipica dei mass-media), e prende le redini della sua vita per autodeterminare il proprio destino. In tal senso, Kimmy è davvero “indistruttibile”, perché si emancipa dal ruolo di “povera vittima” e resta fedele alla sua ingenuità fanciullesca, contrapponendola alla volgarità e all’egotismo che la circondano. Nulla può scalfirla: ogni provocazione esterna si trasforma in un gioco, mentre il suo granitico ottimismo rimane intatto.

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Le avventure di questa novella Candide diventano ancora più strambe nella seconda stagione, toccando vertici di umorismo surreale che si adattano benissimo a uno show fatto di colori primari, luci brillanti e interpretazioni grottesche. L’esasperazione della realtà operata da Unbreakable Kimmy Schmidt trova compimento nella sua struttura frammentaria, “sgangherata e sgangherabile”, per dirla con Umberto Eco. È la caratteristica delle migliori sit-com: se ne può estrarre una singola gag, isolandola dal contesto, e non perderà niente della sua efficacia. Gli episodi sono caratterizzati da digressioni che cambiano il registro della serie in modo repentino, sfociando nel musical (grazie alla voce melodiosa di Tituss Burgess) o nella parodia di determinati ambienti sociali e generi cinematografici. Jane Krakowski, da questo punto di vista, offre una brillante satira dell’upper class newyorkese, ossessionata dal lusso e dalle apparenze, mentre la deliziosa Carol Kane si fa paladina dei reietti contro i pericoli della gentrificazione. Pur senza raggiungere la versatilità linguistica di Community, anche Unbreakable Kimmy Schmidt sa adottare forme espressive variegate che riproducono l’affollamento multimediale del nostro quotidiano, con inserti extranarrativi che spaziano dai video di propaganda religiosa ai filmati virali di internet. La stessa Kimmy è un vulcano imprevedibile di citazioni e riferimenti popolari, spesso vetusti o incompresi, dato che il suo immaginario è rimasto fermo agli anni Novanta.

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Quest’anima surreale è indispensabile per la qualità dello show: non a caso, appena i toni virano lievemente sulla malinconia (come accade nel quinto episodio), Kimmy sembra quasi smarrire la sua identità, e la serie perde buona parte della sua verve comica. Unbreakable Kimmy Schmidt deve invece nutrirsi di eccessi, di situazioni bizzarre e di variopinta follia, poiché questa è la sua natura. Per fortuna le sceneggiature mantengono una certa costanza, ed è raro che imbocchino vicoli ciechi o gag poco ispirate: anche le vicende parallele di Lillian e Titus – pur essendo generalmente più farraginose rispetto a quelle della protagonista – si salvano grazie alla bravura degli interpreti, il cui carisma è sufficiente a impreziosire la scena. Ma la vera star è lei, Ellie Kemper, perfetta donna-bambina che legittima il kitsch come espressione della tenerezza infantile, e riesce a farci amare anche le idee più stucchevoli perché le conduce al parossismo, sgravandole dal loro potenziale morboso e ambiguo: memorabile, in tal senso, la canzoncina che Kimmy intona per commentare l’amicizia di un gattino e di un coniglietto su internet (come se fosse la sigla del loro show), dove l’ingenuità è fin troppo smaccata per essere vera. La purezza della protagonista rappresenta il vero nucleo della serie, ed è anche per questo che ogni scena senza di lei pare quasi sprecata.

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Scomponibile in numerosi momenti cult, dolce ma anche lucidissima nei suoi intenti satirici, Unbreakable Kimmy Schmidt si conferma una delle sit-com più brillanti in circolazione, e offre alcuni tra i migliori segmenti comici del piccolo schermo: un gioiello di umorismo surreale – soprattutto il secondo episodio, scritto dal solo Robert Carlock – che fa impallidire la schematica rigidità degli show multi-camera.

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La citazione:
«Malcolm X era un papa nero!»

Ho apprezzato:
– L’emancipazione della figura della vittima
– L’umorismo stralunato e surreale
– Le interpretazioni di Ellie Kemper, Jane Krakowski, Tituss Burgess e Carol Kane
– L’adozione di forme espressive variegate
– L’indistruttibile ingenuità e purezza di Kimmy

Non ho apprezzato:
– Le vicende parallele di Lillian e Titus sono generalmente meno riuscite

Potrete scoprire maggiori informazioni su Unbreakable Kimmy Schmidt nella nostra sezione dedicata alle serie tv.

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