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Supergirl, la recensione del season finale: Better Angels

Supergirl, la recensione del season finale: Better Angels

Di Lorenzo Pedrazzi

La CBS ha recentemente trasmesso Better Angels, episodio finale della prima stagione di Supergirl: le avventure della Ragazza d’Acciaio chiudono un capitolo per aprirne immediatamente un altro…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Supergirl (Melissa Benoist) è costretta ad affrontare Alex (Chyler Leigh), fornita di un esoscheletro e di una lama alla kryptonite mentre si trova sotto il controllo di Myriad. Lo scontro sembra mettersi male per Kara, ma la madre delle ragazze (Helen Slater) parla a sua figlia e le fa ricordare chi è veramente. L’unico modo per debellare l’influsso di Myriad è ristabilire la speranza nel cuore della gente, quindi Cat Grant (Calista Flockhart) e Maxwell Lord (Peter Facinelli) sfruttano una vecchia stazione televisiva per consentire a Supergirl di parlare a tutti i cittadini di National City: la sua voce e il suo simbolo raggiungono ogni schermo televisivo, ogni monitor e ogni cellulare della metropoli, liberando ogni persona dal controllo dei kryptoniani. Anche James Olsen (Mehcad Brooks) e Winn (Jeremy Jordan) rinsaviscono.
Non (Chris Vance) e Indigo (Laura Vandervoort) però non si arrendono, e decidono di modificare Myriad perché emani una frequenza che uccida tutti gli umani. Maxwell Lord e il DEO riescono a individuarne la fonte: si trova in Nevada, dove l’esercito ha nascosto la prigione di Fort Rozz. Supergirl si prepara a partire, e Lucy Lane (Jenna Dewan-Tatum) ordina la liberazione di J’onn J’onnz alias Martian Manhunter (David Harewood) perché vada con lei. Sul posto, i due supereroi combattono contro Non e Indigo: quest’ultima viene uccisa da J’onn, mentre il kryptoniano viene sconfitto in una sfida a raggi laser da Supergirl. Purtroppo, però, l’unico modo di disinnescare Myriad è espellere Fort Rozz dall’atmosfera terrestre, e Supergirl se ne fa carico da sola, perché J’onn è ferito: la Ragazza d’Acciaio solleva l’intera prigione e la spinge nello spazio, dove però non può volare né respirare, e rischia di morire; Alex salta quindi a bordo della navetta che Kara usò per arrivare sulla Terra, e riesce a salvarla.
J’onn viene rimesso a capo del DEO, carica che decide di condividere con Lucy, mentre Kara festeggia insieme a tutti i suoi amici. Un lampo squarcia però il cielo di National City: è una sfera infuocata che si schianta a terra. Supergirl e Martian Manhunter si precipitano a controllare, e scoprono che si tratta di un’altra navetta kryptoniana: Kara la apre, e ciò che vede la lascia basita…

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Supergirl Returns
Si chiude il primo anno di Supergirl, eroina della diversità sessuale nel multiverso di Greg Berlanti, ormai affermatosi come unico demiurgo dei supereroi DC sul piccolo schermo. Better Angels parte dal clima apocalittico dell’episodio precedente, ma lo abbandona molto presto per “normalizzarsi”, ricominciando da capo non appena Kara instaura la speranza nei cuori dei suoi concittadini. Risulta un po’ difficile credere che Supergirl eserciti tutto questo potere sugli esseri umani (soprattutto se consideriamo che la sua apparizione è abbastanza recente), ma lo show non ha mai avuto grande cura nei suoi sviluppi narrativi, e l’influsso ipnotico di Myriad viene sconfitto con una facilità disarmante; stesso discorso per lo scontro iniziale fra Kara e Alex, le cui promesse drammatiche si dissolvono in una nube di retorica e cliché televisivi, dove le solite frasi della madre – «Questa non sei tu!» o «Non vuoi farlo veramente!» – bastano per far tornare la ragione alla figlia soggiogata.

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Il punto è che Better Angels sembra esasperare i difetti endemici della serie, gonfiandoli fino al parossismo. L’episodio inanella numerosi memento mori dove la protagonista dice addio ai suoi cari e fa discorsi stucchevoli che preannunciano la sua (o la loro) morte, frenando il racconto in modo tedioso, ma senza poi ripagare l’attesa con svolte d’azione soddisfacenti: anche il combattimento a quattro fra Supergirl, Non, Martian Manhunter e Indigo si risolve in maniera repentina, e il climax della battaglia non ha nemmeno il tempo di alimentarsi (anche se la scena in cui Martian Manhunter spezza in due il corpo di Indigo merita una menzione speciale: chi si sarebbe aspettato una simile brutalità – ovviamente di carattere stilizzato e fumettistico – da uno show come Supergirl?). L’epilogo dello scontro cita il finale di Superman Returns, con l’eroina costretta a caricarsi sulle spalle un corpo gigantesco e spedirlo nello spazio per salvare l’umanità, ma anche questa scena spreca tutto il suo potenziale drammatico: il sacrificio di Kara e l’assurdo intervento salvifico di Alex (che pilota la navetta di sua sorella con la facilità di una macchinina elettrica) si alternano frettolosamente in un episodio che tende a raccontare troppo, senza concedersi il giusto ritmo per farlo.

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E Superman che ruolo ha in tutto questo? La serie non può mostrare esplicitamente l’Uomo d’Acciaio, quindi gli autori devono escogitare degli espedienti per escluderlo dalla storia: in questo caso lo hanno reso vittima del potere di Myriad (a causa dei condizionamenti culturali della Terra), e poi lo hanno relegato su un tavolino del DEO, in stato comatoso… ma naturalmente è l’unico a soffrire simili conseguenze. Il suo cameo sfocia nel ridicolo, e di lui vediamo solo un paio di stivali che spuntano nell’inquadratura, mentre il corpo rimane fuori campo. Questo ci conduce a un altro problema di Supergirl: l’affermazione individuale dell’eroina – con tutte le sacrosante rivendicazioni di parità femminile – passa troppo spesso dal confronto con la sua versione maschile, come se Kara non fosse in grado d’imporsi con le sue forze, e avesse sempre bisogno di essere esaltata attraverso la svalutazione di Superman (il quale fa una figura barbina, anche senza mai comparire apertamente nello show). La questione dell’empowerment resta ferma ai tempi di Una donna in carriera, non a caso citato da Cat e Kara nel finale dell’episodio, segno che tutte le problematiche connesse all’identità femminile rimangono in superficie, al contrario di quello che accade in Jessica Jones (giusto per fare un esempio legato allo stesso genere). Gli autori, insomma, si limitano a caratterizzare Supergirl come “la versione femminile di Superman“, senza mai spingersi più in là di così.

supergirl-finale-copertina

Per fortuna c’è Melissa Benoist a mitigare le sorti della serie: l’attrice è sempre efficace nel ritrarre la buffa inadeguatezza di Kara e la fragilità intrinseca di Supergirl, che riesce a mostrarsi umana anche quando compie le imprese più sovrumane. Peccato solo che non le forniscano dei dialoghi migliori, e che i rapporti con i comprimari dello show siano piuttosto scontati (a parte forse la tenera amicizia con Winn). Interessante il cliffhanger finale: chiunque si trovi nella capsula kryptoniana, probabilmente avrà un ruolo significativo nella seconda stagione.

La citazione:
«Questo è un passo avanti per te, Kira. Questo è il tuo momento da Una donna in carriera

Ho apprezzato:
– L’interpretazione di Melissa Benoist
– La vittoria di Martian Manhunter su Indigo
– Il cliffhanger finale

Non ho apprezzato:
– Le svolte narrative frettolose e semplicistiche
– Lo scarso climax degli scontri
– Il “cameo” ridicolo di Superman
– La banalizzazione delle problematiche relative all’identità femminile
– I dialoghi stucchevoli

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