Il Libro della Giungla – La recensione del nuovo film Disney

Il Libro della Giungla – La recensione del nuovo film Disney

Di Lorenzo Pedrazzi

Pur toccando generi e mondi narrativi diversi, gli adattamenti in live-action dei classici Disney rispondono a un’esigenza comune: assecondare i gusti di un pubblico più smaliziato per espandere il proprio bacino spettatoriale, favorendo al contempo un senso di nostalgia legato al periodo dell’infanzia. Questa tendenza rientra a pieno titolo nella politica dei blockbuster hollywoodiani, che spesso rileggono saghe e personaggi destinati ai bambini per mutarli in prodotti più trasversali, valorizzandone le sfumature “adulte” (se già presenti) o reinterpretandoli alla luce di uno sguardo più maturo. Il Libro della Giungla non fa eccezione, anzi, incarna uno degli esempi più compiuti di tale approccio.

Il Libro della Giungla Neel Sethi foto dal film 6

Se il lungometraggio animato del 1967 era una libera trasposizione dei racconti di Kipling (soprattutto I fratelli di Mowgli e La caccia di Kaa), il film di Jon Favreau attinge sia al cartoon sia alla fonte letteraria per sintetizzare un adattamento nuovo, più votato all’avventura e meno all’umorismo. I toni drammatici evidenziano il conflitto potenzialmente insanabile tra uomo e animale, tra civilità e stato di natura, ponendo Mowgli in una situazione ambigua: sprovvisto di risorse naturali come zanne, artigli o pelliccia, il ragazzo deve fare ricorso all’ingegno per sopravvivere, sfruttando un arsenale di “trucchi” (come li chiama Bagheera) che lo allontanano dal mondo delle bestie, ma che risulteranno decisivi nella battaglia finale. In questo contesto, l’odio di Shere-Khan nei confronti degli umani appare tutto sommato giustificabile, poiché l’uomo non ha rispetto per le leggi della giungla, e sa brandire il terribile “fiore rosso” che consuma tutto ciò che tocca. L’ingegno e la fabbricazione di strumenti estraniano l’uomo dalla natura, spingendolo a piegarla alle proprie esigenze, e non viceversa: per la famelica tigre, Mowgli è un pericolo che rischia di sbilanciare lo status quo della giungla, collocando l’uomo – creatura fisicamente debole e traditrice – in cima alla catena alimentare.

Il Libro della Giungla foto dal film 2

Questo contrasto assume un ruolo centrale ne Il Libro della Giungla, e guida la sceneggiatura grazie a un’efficace metonimia che apre e poi risolve la vicenda. In mezzo c’è un vero e proprio percorso formativo dove Mowgli deve ricavare il meglio dalle sue anime in conflitto (quella ferina e quella umana) per trovare un posto nella società degli animali, compiacendo la sensibilità del pubblico odierno verso la retorica del “buon selvaggio” e l’armonia del lieto fine: in tal senso, questa versione è molto diversa rispetto al cartoon del ’67, perché baratta la dura realtà del vivere civile – ovvero l’obbligo della crescita, con tutti i suoi affanni – in cambio di un utopistico ritorno alla natura. L’avventura concede poco spazio alla distensione comica (tutta concentrata nel simpatico edonismo di Baloo), e incupisce le atmosfere per aumentare la minaccia di Shere-Khan, imperioso e brutale in ogni sua apparizione. A sorprendere è però la trasformazione di King Louie, diventato un colossale gigantopiteco che si erge dal buio del suo tempio come un mostro mitologico, in una sequenza fascinosa e venata d’inquietudine: anche per questo, sentirlo intonare Voglio essere come te risulta straniante e fuori luogo, poiché stride con un’atmosfera che di gioviale non ha proprio nulla. Al contrario, Lo stretto indispensabile è come un raggio luminoso che si apre un varco tra gli alberi della giungla, e riflette la felice spensieratezza di Mowgli e Baloo nello stato di natura.

Il Libro della Giungla Neel Sethi Foto Dal Film 02

Tutto questo è possibile anche grazie a un miracolo tecnologico che sfiora il fotorealismo, integrando magistralmente le creature in CGI agli elementi reali. La naturalezza delle animazioni si rafforza nell’approccio serio e meditato al concetto di personality animation, che non esaspera le espressioni delle bestie, ma si affida ai dettagli più essenziali – le orecchie, gli occhi, i muscoli frontali – per definirne la personalità o lo stato emotivo. Il Libro della Giungla estremizza così un discorso già condotto da altri blockbuster, dove la contaminazione dei linguaggi rende sempre più sfumata la differenza tra live-action e animazione, sfatando i vetusti preconcetti che ancora circondano quest’ultima. Certo, Favreau non forza i limiti del linguaggio cinematografico come hanno fatto Spielberg e Zemeckis nei loro esperimenti con il digitale, ma dimostra comunque di saper gestire un film che nasce per lo più in post-produzione, con tutte le difficoltà creative e logistiche del caso: l’effetto non è mai grottesco, né artificioso, bensì epico e “materico”, nonostante l’abbondanza di CGI.

Il Libro della Giungla Neel Sethi foto dal film 9

Toccante senza essere mai ricattatorio (esemplare il salvataggio dell’elefantino, girato quasi tutto in campo totale per evitare ogni enfasi melodrammatica), Il Libro della Giungla è una rilettura alternativa del classico Disney, arricchita da alcune idee originali e da varie suggestioni prese in prestito da Kipling. Un piacevolissimo spettacolo visivo che mette in scena il dualismo tra uomo e natura senza eccedere in stucchevoli edulcorazioni, ma restando con gli artigli ben piantati nella madre terra.

Il Libro della Giungla Foto Dal FIlm 01

Il libro della Giungla uscirà nelle sale il prossimo 14 aprile. Troverete maggiori informazioni sulla pagina facebook del film.

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