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Daredevil – La recensione della seconda stagione

Daredevil – La recensione della seconda stagione

Di Lorenzo Pedrazzi

Il ritorno di Daredevil su Netflix espande i confini della serie, pur conservando una certa eleganza di fondo: si moltiplicano i personaggi e aumentano gli archi narrativi, mentre la trama principale suscita nuove domande.

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER.

Se la prima stagione era caratterizzata da una solida linearità narrativa e da un preciso big bad (nella tradizione consolidata da Buffy, per intenderci), la seconda opta invece per due binari paralleli dove ogni personaggio combatte la propria battaglia, peraltro con un notevole equilibrio di forze: Matt Murdock (Charlie Cox) ed Elektra (Elodie Yung) sono implicati negli oscuri progetti della Mano, mentre il Punitore (Jon Bernthal) e Karen Page (Deborah Ann Woll) inseguono il signore della droga noto come Blacksmith (Clancy Brown). Queste trame rispecchiano le due “anime” dell’Uomo Senza Paura, personaggio storicamente diviso tra impulsi fantastici (basti pensare alle gestioni di Stan Lee e Ann Nocenti) e atmosfere hard-boiled (con Frank Miller e Brian Michael Bendis), dove la cruda realtà di Hell’s Kitchen si scontra con una mitologia dalle origini sovrannaturali: in tal senso, i nuovi episodi si allontanano dall’approccio pseudo-realistico della prima stagione, quindi Daredevil acquisisce un ruolo sempre più dinamico e sempre più vicino ai fumetti Marvel. Tale progressione verso il supereroe cartaceo risulta evidente nell’ultima puntata, quando Matt comincia a usare un manganello dotato di cavo e arpione per volteggiare tra i palazzi.

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La trama che coinvolge la Mano attinge direttamente dall’immaginario dei fumetti, e le sue diramazioni si estendono ben oltre questa stagione: lo dimostrano sia il cliffhanger finale (che anticipa la resurrezione di Elektra) sia gli enigmi ancora irrisolti, fra cui il gigantesco buco scavato dal clan a New York, di cui non viene fornita alcuna spiegazione. Comunque, la presenza dei ninja alza il tasso spettacolare della serie, ma senza tradirne lo spirito: gli showrunner Douglas Petrie e Marco Ramirez hanno infatti il merito di lavorare per sottrazione, lasciando che gli elementi fantastici restino sottintesi, “suggerendoli” più che mostrandoli in modo esplicito. Il senso radar di Daredevil emerge solo dai minuziosi dettagli che lo attivano dal mondo esterno (il battito di un cuore, il fendente di una spada, il respiro di un nemico), mentre i ninja della Mano paiono ombre silenti che scivolano sul terreno, simili a spettri che hanno rinunciato alla propria identità individuale. Le coreografie dei combattimenti sono molto plastiche, elaborate ma anche brutali, nonché lontanissime dall’innocua “leggerezza” della concorrenza, dove gli avversari non sembrano mai colpirsi per davvero. Peccato per l’assenza di un antagonista ben definito: con Wilson Fisk (Vincent D’Onofrio) ridotto a comprimario di lusso, il redivivo Nobu (Peter Shinkoda) assume la funzione di nemico primario, ma la sua caratterizzazione non oltrepassa il minimo indispensabile, limitandosi a garantire una degna sfida di carattere fisico per Daredevil ed Elektra.

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Quest’ultima rappresenta l’anello debole della stagione, pur all’interno di un contesto dove la qualità media è davvero alta. Se Frank Miller sapeva delinearne le ambiguità morali con una certa naturalezza, lasciando spazio anche per la sua fragilità emotiva, il lavoro di Petrie e Ramirez appare invece più meccanico e artificioso, forse gravato dal ruolo che l’antieroina svolge nella serie: fare di lei l’arma segreta della Mano è utile per motivarne la successiva resurrezione, ma fatica a trovare altre giustificazioni nello sviluppo della storia, nemmeno quando l’infanzia di Elektra viene raccontata per flashback (d’accordo, la ragazza ha un lato oscuro che la spinge a uccidere, ma perché?). Tutt’altro discorso per il Punitore, trasposto degnamente in live-action dopo tre lungometraggi fallimentari. I lineamenti grezzi di Jon Bernthal sembrano aver somatizzato lunghi anni di orrori e battaglie, ma i meriti sono anche degli sceneggiatori, capaci di approfondire la psicologia contorta di Frank Castle e di trovare persino una spiegazione clinica al suo incessante desiderio di vendetta. Non è semplice rabbia, ma un dolore perenne a guidare le azioni del vigilante, costretto a rivisitare costantemente il suo dramma per poi esorcizzarlo nel sangue, come una ciclica terapia di elaborazione del lutto dove si torna sempre al punto di partenza. La seconda stagione di Daredevil è la storia delle sue origini, come personaggio iconico e come giustiziere: gli autori costruiscono accuratamente la sua genesi fino alla “rinascita” dell’ultimo episodio, quando Frank indossa il suo caratteristico teschio sul petto e corre in aiuto del protagonista, sancendo una tregua fra due personaggi che marciano su strade diverse per giungere alla stessa destinazione (e che – almeno in questo show – nutrono una sorta di rispetto reciproco, nonostante le differenze di modus operandi).

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Le capacità empatiche di Karen sono un lenitivo per la sua sofferenza, e permettono all’audace segretaria d’intraprendere un suo personale sentiero formativo, sia come investigatrice sia come giornalista (quest’ultimo un po’ improbabile). Anche il buon Foggy Nelson (Elden Henson) e la deliziosa Claire Temple (Rosario Dawson) si ritagliano il proprio spazio nel racconto, soprattutto perché incarnano il lato più umano della vicenda: sono loro a sobbarcarsi le conseguenze delle avventure di Daredevil, affrontandone gli effetti collaterali sia in tribunale sia al pronto soccorso, spesso fornendo un contraltare critico all’eroe – di cui conoscono l’identità segreta – per rammentargli le sue responsabilità nel “mondo reale”. Il senso di colpa che Matt prova nei loro confronti non inibisce le sue azioni, ma ottiene il risultato di allontanarli entrambi, spingendoli su percorsi autonomi: Foggy, nello specifico, viene assunto nel prestigioso studio legale di Jeryn Hogarth (Carrie Anne Moss), protagonista di un cameo che rafforza i legami con Jessica Jones. Non è l’unico easter egg. La stessa Jessica viene nominata esplicitamente in un dialogo, mentre Claire cita Luke Cage quando parla dei suoi guai con l’ospedale; i Dogs of Hell, banda di motociclisti presa di mira dal Punitore, sono invece già apparsi in un episodio di Agents of S.H.I.E.L.D., quando l’asgardiana Lorelei ne prese il controllo per scatenarli contro Coulson e compagni. Molto più di un cameo è il ritorno dell’eccellente Vincent D’Onofrio nel ruolo di Wilson Fisk, che peraltro si guadagna l’appellativo di Kingpin grazie alle sue strategie luciferine in carcere: possiamo star certi che ne uscirà ancora più forte, rinvigorito dal suo odio per Matt Murdock e Daredevil.

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Inutile dire che i valori produttivi sono sempre di altissimo livello, come si può notare degli effetti digitali “invisibili” e dalla raffinata fotografia di taglio cinematografico, spesso filtrata da un colore dominante che corrisponde a una precisa funzione drammatica. In tal senso, Daredevil si conferma una serie più matura e ambiziosa rispetto alla concorrenza dei canali broadcast, e questo si evince dalla delicatezza con cui tratta i risvolti più intimisti: il corteggiamento tra Matt e Karen sotto la pioggia, l’amicizia tradita di Foggy e il monologo del Punitore sulla figlia scomparsa (uno dei vertici emotivi della stagione) valgono più tutti i melodrammini da soap opera che attraversano le puntate di Arrow, e alzano il prestigio di un “genere” che non ha mai avuto grande credibilità sul piccolo schermo. Ma con Daredevil siamo su livelli ben diversi.

daredevil-hand-season-2-copertina

La citazione:
«Sei a una brutta giornata di distanza dal diventare me.»

Ho apprezzato:
– L’equilibrio fra le due trame parallele
– La cura fotografica e coreografica
– Le interpretazioni di Charlie Cox, Jon Bernthal e Vincent D’Onofrio
– Lo spazio riservato ai comprimari, ognuno con la sua funzione
– Gli effetti digitali “invisibili”
– La trasformazione di Wilson Fisk in Kingpin
– L’approfondimento della mitologia di Daredevil e del suo ruolo iconico
– La delicatezza dei risvolti intimisti

Non ho apprezzato:
– L’assenza di un antagonista principale dalla caratterizzazione forte
– Il ruolo di Elektra nel quadro generale della trama

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