Daredevil – La recensione dei primi quattro episodi della stagione 2

Daredevil – La recensione dei primi quattro episodi della stagione 2

Di Lorenzo Pedrazzi

La seconda stagione di Daredevil è ormai disponibile su Netflix, e i primi quattro episodi formano un arco narrativo completo che mette a confronto l’Uomo Senza Paura e il Punitore, gettando le basi per la trama orizzontale…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER.

Matt Murdock (Charlie Cox) continua a pattugliare Hell’s Kitchen con la maschera di Daredevil, ma nel frattempo c’è un altro vigilante in città: le forze dell’ordine lo conoscono come Punitore (Jon Bernthal), ed è noto per non farsi alcuno scrupolo. Uccide i criminali senza pietà, lasciandosi alle spalle una lunga scia di morti. Le sue ultime vittime appartengono alla mala irlandese, ma uno della banda, Grotto, sopravvive all’assalto e va in cerca di Matt e del suo socio Foggy Nelson (Elden Henson) per farsi rappresentare da loro e ottenere la protezione della polizia. Matt e Foggy accettano, ma Grotto è ferito e quindi Karen Page (Deborah Ann Woll) lo porta in ospedale. Sul posto giunge proprio il Punitore, che vuole finire il lavoro: Karen e Grotto sono costretti a fuggire. Il giustiziere si apposta sulla cima del palazzo per sparare al criminale con un fucile di precisione, ma interviene Daredevil e i due cominciano a lottare. Il Punitore gli spara alla testa da distanza ravvicinata (il colpo è volutamente di striscio), facendolo cadere sul tetto sottostante, svenuto.
La mattina dopo, Foggy visita gli ospedali per cercare Matt, e aiuta l’infermiera Claire Temple (Rosario Dawson) con due criminali che stavano per ammazzarsi nel pronto soccorso. Claire, impressionata dalla sua capacità di gestire la situazione, gli dà una mano nella ricerca, ma Matt non risulta in nessun ospedale. Alla fine, però, Foggy riesce a intuire dove si trovi il suo amico, così lo salva e lo porta a casa. L’eroe è costretto a riposarsi per guarire dalle ferite.

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Intanto, Foggy e Karen trattano con il procuratore distrettuale Samantha Reyes (Michelle Hurd) per garantire a Grotto l’accesso alla protezione testimoni, ma Samantha lo coinvolge a loro insaputa in un piano per incastrare il Punitore. Il piano non funziona, Grotto scappa, e il Punitore lotta ancora una volta con Daredevil, che nel frattempo si è ripreso… ma non fino in fondo, poiché soffre saltuariamente di perdita d’udito. Il Punitore approfitta di uno di questi momenti per stordire l’eroe e legarlo a un comignolo sul tetto di un palazzo, dove lo accusa di essere un codardo per la sua scelta di non uccidere i criminali. Dopo aver acciuffato Grotto mentre cercava di lasciare la città, il Punitore lo trascina in cima all’edificio e attacca una pistola alla mano di Daredevil, costringendolo a fare una scelta: se non vuole che uccida Grotto, dovrà sparargli. L’Uomo Senza Paura trova un punto di cedimento nella catena e lo centra con un proiettile, poi si lancia sul Punitore, che però riesce a sparare a Grotto. Daredevil mette al tappeto il giustiziere, ma intanto Grotto muore. Dopo un estenuante combattimento contro una banda di motociclisti (attirati sul posto dal Punitore, che aveva fatto esplodere le loro moto), l’eroe scopre che il giustiziere è fuggito.
Karen, dal canto suo, comincia a indagare su di lui: si chiama Frank Castle, ed è un reduce dell’Afghanistan e dell’Iraq a cui hanno ucciso la moglie e la figlia. Lui stesso si è ritrovato con un proiettile in testa – Karen osserva la radiografia del suo cranio – ma è riuscito a sopravvivere, e il governo continua a inseguirlo per ragioni misteriose. Anche la malavita irlandese, però, vuole mettere le mani su di lui, e riesce a trovarlo dopo una serie di brutali interrogatori. Frank viene torturato per scoprire dove ha nascosto il denaro che ha sottratto agli irlandesi, e cede solo quando minacciano di fare lo stesso al suo cane. Nel furgone dove ha nascosto i soldi, però, c’è anche un congegno esplosivo che viene attivato non appena due uomini controllano la valigetta col denaro. Il Punitore riesce a liberarsi grazie a una lametta che aveva nascosto sotto una fasciatura. La situazione sembra disperata, ma interviene Daredevil, che è riuscito a rintracciarlo. I due combattono fianco a fianco e riescono a uscire. Si fermano in un cimitero, dove Frank ricorda la sua felicità nel rivedere sua figlia dopo la guerra, e la successiva disperazione quando la bambina morì tra le sue braccia. Arriva la polizia, e Daredevil dice al Sergente Brett Mahoney di prendersi il merito dell’arresto, in modo che la gente recuperi fiducia nei confronti delle istituzioni, scoraggiando così l’attività dei vigilanti.
Matt, Foggy e Karen festeggiano da Josie, poi Foggy va a casa, e Matt resta da solo con Karen. Passeggiano sotto la pioggia, e finalmente danno sfogo alla tensione romantica che scorreva tra loro: si baciano, e Matt la invita a centa per la sera dopo. Quando sale nel suo appartamento, però, Matt trova una vecchia conoscenza: una donna di nome Elektra (Elodie Yung)…

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Sympathy for the (Dare)Devil
Per un prodotto seriale non è mai facile cambiare passo, ma Daredevil ci riesce pienamente, almeno a giudicare dall’arco narrativo dei primi quattro episodi. I nuovi showrunner Douglas Petrie e Marco Ramirez impostano la seconda stagione in modo completamente diverso, sfruttando la puntata iniziale come espediente introduttivo per giustificare la collisione tra Daredevil e il Punitore, caratterizzato in assenza per la maggior parte dell’episodio. Il combattimento tra i due vigilanti, nell’epilogo, imposta lo scontro su premesse alquanto brutali, da cui nasce un’aspra dialettica morale che trova compimento nella terza puntata, con la lunga scena sul tetto che cita palesemente Garth Ennis e mette a confronto i modus operandi dei due personaggi. Gli autori riescono a delineare Frank Castle attraverso i suoi silenzi, le sue parole fugaci e il volto da pugile dell’ottimo Jon Bernthal, i cui lineamenti grezzi sembrano aver somatizzato infiniti anni di orrori e battaglie.

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Daredevil, insomma, non si sottrae all’ambiguità ideologica insita nel concetto stesso di “vigilante”, ma ne alimenta le problematiche in un contesto dove l’ordine e la sicurezza sfuggono sempre di più dalle mani della polizia o di altre istituzioni, un po’ come succede – a livello più globale – nei film dei Marvel Studios e nelle avventure dei Vendicatori, ambientate nel medesimo universo narrativo. Non è un caso che le voci del dissenso appartengano a due persone “normali” come Karen Page e il sergente Brett Mahoney, convinti che la giustizia non possa essere dispensata da uomini isolati e violenti. Nel finale del quarto episodio, in tal senso, si riverberano gli echi de Il Cavaliere Oscuro: l’eroe sacrifica la sua popolarità (e l’amore dei cittadini) in favore di un ideale più grande, la Legge, che garantisca una rinnovata fiducia nelle istituzioni e restituisca equilibrio a un corpus sociale martoriato. La superiorità morale di Daredevil rispetto al Punitore emerge proprio da questa scelta, che però non basta a spazzare via le contraddizioni del suo operato, peraltro implicitamente avallato da Padre Lantom: in cerca di assoluzione, Matt la trova proprio in quella sede che dovrebbe condannare simili comportamenti, riaffermando il legame conflittuale del protagonista con la sua fede religiosa.

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Come nella prima stagione, anche stavolta la serie riconosce la giusta dignità ai comprimari, in particolare Karen e Foggy. I due personaggi sono impegnati in missioni collaterali che approfondiscono i rispettivi ruoli nella storia, senza degradarli alle funzioni superficiali di “interesse romantico” e “spalla comica”, ma rappresentandoli come figure a tutto tondo che perseguono i propri obiettivi e danno prova dei rispettivi talenti: lo spirito investigativo di Karen scava a fondo nel passato di Castle, mentre l’arguzia e la parlantina di Foggy risolvono situazioni potenzialmente critiche, come ha modo di constatare la sempre deliziosa Claire Temple di Rosario Dawson.

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Pur marciando a un ritmo più accelerato (il primo scontro fra Daredevil e il Punitore avviene già nell’episodio iniziale), questa seconda stagione sa come dosare il ritmo, rallentando o acquisendo velocità a seconda delle circostanze. L’esteso e toccante monologo con cui Castle ricorda la figlia scomparsa, al termine della quarta puntata, stabilisce un rapporto speculare con l’epilogo della terza, dove invece assistiamo a un’altrettanto lunga scena d’azione in finto piano sequenza, miracolo di coreografia e stuntmen:

Non è difficile cogliere i passaggi in cui sono stati effettuati i tagli di montaggio, ma questo non pregiudica la fluidità del combattimento, e dimostra la volontà di radicalizzare un approccio che già nella prima stagione – con la celebre scazzottata del corridoio – aveva impressionato notevolmente le platee televisive (soprattutto quelle abituate alla “leggerezza” coreografica della concorrenza, Arrow in primis, dove i personaggi non sembrano mai colpirsi per davvero). Daredevil, al contrario, punta sulla fisicità materica degli scontri, carne contro carne, e le sfide tra il supereroe e il Punitore sono caratterizzate da una spiccata solidità corporea.

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Il quarto episodio si chiude con l’arresto di Castle e il debutto di Elektra, che apre una nuova fase della stagione, proiettata verso un maggiore approfondimento della mitologia del personaggio, tramite il coinvolgimento della Mano e della famigerata ninja greca. Ma anche il Punitore, nel frattempo, abbraccerà il suo ruolo iconico e avrà il suo caratteristico teschio sul petto, in un progressivo avvicinamento al retaggio dei fumetti.

La citazione:
«Se mi prendo una nottata libera, la gente si fa male.»

Ho apprezzato:
– La focalizzazione sulle ambiguità morali
– La cura fotografica e coreografica
– Le interpretazioni di Charlie Cox e Jon Bernthal
– L’attenzione riservata ai comprimari
– Il combattimento che chiude il terzo episodio
– Il monologo del Punitore nel quarto episodio

Non ho apprezzato:
– Nulla di rilevante

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