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Agent Carter, la recensione del season finale: Hollywood Ending

Agent Carter, la recensione del season finale: Hollywood Ending

Di Lorenzo Pedrazzi

Agent Carter si è conclusa sulla ABC con Hollywood Ending, episodio nettamente inferiore rispetto alla stagione che lo ha preceduto. Ma ci sarà un seguito?

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER.

Peggy Carter (Hayley Atwell), Daniel Sousa (Enver Gjokaj) e Jack Thompson (Chad Michael Murray) recuperano Jason Wilkes (Reggie Austin) dalla fabbrica in cui ha espulso la Sostanza Zero. Whitney Frost (Wynn Everett) l’ha assorbita tutta, e costringe gli agenti alla fuga, ma Edwin Jarvis (James D’Arcy) e Howard Stark (Dominic Cooper) riescono a rallentarla.
Whitney si chiude nella casa di Joseph Manfredi (Ken Marino) e lavora ossessivamente a una macchina per riaprire il varco che collega il nostro mondo alla Sostanza Zero. Joseph la ama ed è preoccupato per lei. Convinto che quell’energia oscura la stia consumando, chiede aiuto al suo amico Howard Stark: attirerà Whitney fuori dalla sua stanza con una scusa, permettendo quindi a Peggy e Daniel di scoprire a cosa sta lavorando. I due agenti scattano una serie di fotografie alle formule scritte sui muri della stanza e riescono a uscire prima che Whitney – a cui Joseph aveva chiesto aiuto per interrogare uno dei suoi uomini – rientri.
A partire da quelle formule, Howard, Jason e il Dr. Samberly (Matt Braunger) costruiscono la macchina e la piazzano negli studios di Howard, dove la attivano e aprono il varco, attirando lì Whitney. Non appena si presenta sul posto, la colpiscono con il cannone a raggi gamma, che separa il suo corpo dalla Sostanza Zero e la restituisce al varco. A questo punto, però, è necessario spegnere la macchina per chiuderlo, e Daniel ci riesce con l’aiuto di Peggy e degli altri, nonostante per poco non venga risucchiato.
Alla fine, Jason viene assunto da Howard, mentre Peggy decide di restare a Los Angeles: lei e Daniel si scambiano un bacio appassionato nella sede dell’S.S.R.. Whitney, rinchiusa in un ospdale psichiatrico, si ferisce il viso con tutto ciò che trova nella vana speranza di far riemergere la Sostanza Zero. Jack si appresta a tornare a New York, ma qualcuno bussa alla sua camera d’albergo: è un uomo misterioso che gli spara con la pistola silenziata, e poi ruba un fascicolo riguardante le azioni di Peggy durante la Seconda Guerra Mondiale.

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Lieto fine?
Anche quest’anno Agent Carter si chiude con l’enigma del suo rinnovo, e il cliffhanger finale suggerisce che le showrunner Tara Butters e Michele Fazekas sarebbero ben liete di continuare. D’altra parte, la seconda stagione ha rappresentato un netto passo avanti rispetto alla prima: narrazione più coesa, obiettivi e antagonista molto più chiari, spunti fantascientifici più evidenti e maggior concentrazione sulla trama orizzontale, senza mai scadere in digressioni o tempi morti, nonostante il maggior numero di episodi. È quindi un peccato che sia proprio Hollywood Ending a concludere la stagione (se non l’intera serie), poiché si tratta della puntata più debole dell’anno, che cade rovinosamente a pochi passi dalla meta.

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Uno dei punti di forza della seconda stagione è stata la presenza di Whitney Frost come vera e propria supervillain, molto diversa dalla sua controparte fumettistica (tant’è che non indossa nemmeno la maschera di Madame Masque), ma ben caratterizzata in termini psicologici, nonché dotata di superpoteri. Il conflitto tra l’immagine pubblica e quella privata, tra lo sfavillante aspetto esteriore e le sue altrettanto luminose capacità intellettive, ha dato luogo a un personaggio ambiguo e contrastato, bisognoso di affetto (i suoi sentimenti nei confronti del marito e dell’amante sono sinceri) ma anche bramoso di un’affermazione individuale che riconosca i suoi meriti scientifici, non solo il “bel faccino” dell’attrice holywoodiana. Se la prima stagione aveva riversato il peso della discriminazione sessuale sulle spalle di Peggy, la seconda invece lo concentra su Whitney, self-made woman costretta a sfruttare il suo aspetto fisico – e non il suo genio – per farsi una carriera e un’immagine pubblica. In un certo senso abbiamo assistito alla sua storia di origini: se mai dovesse tornare, Whitney sarà ricoperta di cicatrici autoinflitte, e si nasconderà dietro a una maschera. Purtroppo, le autrici risolvono lo scontro finale in modo troppo sbrigativo, senza costruire un climax adeguato che renda giustizia all’antagonista e ai suoi avversari. Immiserito da un’ambientazione scialba e da effetti digitali posticci, l’epilogo non ha mai pathos, né un vero senso di pericolo generato dalla presenza di Whitney o dalla Sostanza Zero (che poi sarebbe la Darkforce), e giunge al culmine di un episodio poverissimo d’azione.

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Anche lo snodo centrale della trama risulta alquanto goffo: Joseph Manfredi attira Whitney fuori dalla sua stanza con una scusa ridicola, mentre Peggy e Sousa devono solo scattare qualche fotografia alle formule sul muro perché Howard Stark e gli altri comprendano la natura della macchina, che peraltro riescono a costruire senza difficoltà. Il lato comico funziona certamente meglio (Agent Carter non ha mai nascosto le sue sfumature da commedia), e il ritorno di Dominic Cooper garantisce una buona dose di battutine e scambi simpatici con Jarvis. Il punto, però, è che Hollywood Ending dissipa tutta la tensione accumulata dai due episodi precedenti, dove i conflitti tra i personaggi si erano fatti più radicali e le condizioni di Jason Wilkes sembravano adombrare un’apocalisse imminente. L’epilogo, invece, normalizza la situazione sin dall’avvio, anestetizzando la suspense con un brusco ritorno allo status quo (la casa di Stark, le piccole gag…) e svolte narrative semplicistiche.

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Non male il bacio conclusivo tra Peggy e Sousa (quello sì, un vero Hollywood Ending), e intrigante il cliffhanger con l’apparente omicidio di Jack Thompson per mano di un killer misterioso che ruba il fascicolo della protagonista. Se mai Agent Carter proseguirà le sue avventure, dovrà sicuramente ripartire da qui.

LA CITAZIONE: «Signore, ci troviamo di fronte a un incomprensibile strappo nel tessuto del nostro mondo. Usi un ferro 7.»

HO APPREZZATO: L’interpretazione di Hayley Atwell; l’umorismo dell’episodio; il bacio finale tra Peggy e Sousa; il cliffhanger.

NON HO APPREZZATO: L’assenza di pathos e di tensione; le svolte narrative semlicistiche; lo scontro finale troppo sbrigativo.


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