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X-Files: Recensione della decima stagione

X-Files: Recensione della decima stagione

Di Andrea Suatoni

A distanza di 14 anni dalla chiusura (con un cliffangher) della serie, la FOX ha richiesto al creatore di X-Files, Chris Carter, una miniserie che si pone come vera e propria decima stagione del glorioso telefilm cult e iconico degli anni ’90. Fra ingenui tentativi di modernizzazione e una più o meno necessaria demolizione dela cosmologia canonica, ecco la nostra recensione.

TENTATIVI DI SVECCHIAMENTO
X-Files all’epoca fu uno dei telefilm (era ancora questo il termine in voga, è dopo gli anni 2000 che si è passato alle definizioni di serie o serial televisivo) che fecero la storia della televisione. I parametri stilistici e narrativi che venivano utilizzati erano sia coraggiosi che allo stesso tempo innovativi, e andarono a porsi come pietra angolare del genere thriller-horror, praticamente appena nato sul piccolo schermo. Una piccola rivoluzione che non passò affatto inosservata e che garantì allo show un successo di pubblico e critica assolutamente grandioso, portandolo fino ad una nona serie che non procedette oltre solamente a causa degli impegni degli attori principali David Duchovny e Gillian Anderson, sempre più defilati sulla scena e via via parzialmente sostituiti da personaggi meno incisivi che non tardarono a determinare un calo di pubblico e di qualità.

Riportare nel 2016 una serie nata nel 1993 doveva essere un’impresa estremamente difficile, ma Chris Carter ed il canale FOX hanno accettato la sfida: una rilettura in chiave moderna di X-Files, con gli stessi temi di fondo, lo stesso team creativo ma soprattutto gli stessi personaggi ed attori originali sembrava possibile, pur con la consapevolezza che i canoni qualitativi e quantitativi nel frattempo avevano raggiunto vette difficili da raggiungere. E il tentativo, che quindi non si può esimere dal paragone con gli altri innumerevoli prodotti dominanti l’attuale scena televisiva, è stato fatto. Con risultati discutibili.

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X-FILES: STAGIONE DIECI
Fin dai primi episodi la serie non chiarisce nel particolare le trame lasciate aperte 14 anni prima: insiste invece sui punti oscuri del lasso temporale per ispirare nel pubblico la curiosità di sapere cosa sia avvenuto nel frattempo. Una trovata non originale ma assolutamente lodevole: il tempo è passato, gli attori sono invecchiati e la tecnologia ha fatto dei notevoli balzi in avanti (e questo aspetto insiste sia esternamente, sulle tecniche di ripresa o l’uso della computer grafica, sia internamente, sulle dinamiche investigative degli agenti dell’FBI che sul loro approccio con un mondo mediaticamente differente).

Ciò che tenta di fare la prima puntata è creare un pretesto per la riapertura della sezione X-Files dell’FBI, dando giustificazione al contesto in cui i personaggi si muovono; peccato che questo venga fatto prendendo come base lo scardinamento dell’apparato tradizionale di tutte le storyline. Quello che ne risulta è un quadro completamente nuovo, nel quale quello che i vecchi fan erano arrivati faticosamente a scoprire nel corso di 9 stagioni si rivela tutto incontrovertibilmente (e contro ogni logica) falso, in virtù di un ennesimo fantomatico complotto molto meno alieno di quanto si credesse. La sottotrama (tutta interiore e psicologica) del figlio di Mulder e Scully dato in adozione durante la nona stagione è l’unica vera nota intonata del primo episodio, che va poi a riversarsi nel secondo ponendosi completamente al centro della scena: l’onnipresente ed opprimente senso di colpa di Scully rappresenta una buonissima evoluzione del personaggio, ma la scrittura dello stesso fatica a darne forma. I drammi interiori dei due protagonisti non riescono ad essere efficacemente resi nella pratica, e quando gli autori usano la la fallace tecnica del sogno per tentare di comunicare qualcosa allo spettatore (magari riuscendoci, ma a che prezzo?) tradiscono una notevole carenza di stile, scadendo quasi nel pressappochismo.

Ma è dalla terza puntata che le cose cominciano davvero ad andare a rotoli. Il sottotesto comico che ne caratterizza tutta la scrittura da una parte è fuori luogo, mentre dal’altra… Non è per nulla divertente. Non solo si è voluto inserire in X-Files delle meccaniche che non gli sono proprie (per quanto in qualche rarissima puntata delle serie precedenti ne abbiamo visto degli accenni… Ricordiamoci però che Carter purtoppo non è Whedon), ma si è andato ad insistere ancor più su quel processo di smembramento e annichilimento della mitologia X-Files che i fan di vecchia data non riescono a digerire, mentre i nuovi potenziali interessati non riescono a comprendere.
Agli occhi del neofita, X-files risulta quasi una barzelletta, una brutta copia di Grimm o Supernatural. Come pensavano gli autori di catturare le nuove generazioni? Il cambiamento più evidente è stato il passaggio dall’inquietudine off-panel, che è sempre stato il punto forte dello show, allo sbandieramento vero e proprio del soprannaturale, che esplode in faccia allo spettatore con una tale faccia tosta da risultare ridicolo. Nel terzo come nel quarto episodio, che rappresenta forse il migliore anello di congiunzione fra l’X-Files tradizionale e quello moderno: un episodio che nel 1993 avremmo apprezzato, ma che nel 2016 risulta troppo attempato, troppo pesantemente ancorato agli antichi canoni di una sospensione dell’incredulità che negli anni ’90 erano completamente diversi da quelli (molto più rigidi) attuali.

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Il quinto episodio insiste di nuovo sull’elemento comico, introducendo inoltre una dinamica che a tratti potrebbe sembrare interessante: vengono presentati due nuovi personaggi, due giovani agenti dell’FBI che rileggono in chiave moderna il ruolo di Mulder e Scully, così come erano all’inizio. Un gioco dei contrasti che in effetti funziona ma che ha un forte sapore di già visto pur mostrando delle potenzialità a lungo termine: le premesse per traslare l’attenzione (e il ruolo di protagonisti) sui due nuovi arrivi ci sono e potrebbero essere meno maliziose (e più mirate) di quanto ci si aspetterebbe.

Infine, il sesto episodio si ricollega di nuovo alla mitologia principale: rivediamo alcuni dei principali comprimari, come la Monica Reyes interpretata da Annabeth Gish (in una veste che non le avremmo mai visto addosso, ma non in realtà fuori personaggio) o l’inquietante Uomo Che Fuma, muoversi in un contesto completamente nuovo per la serie: l’apocalisse globale. Con il season finale, Chris Carter si gioca tutto: le carte sono scoperte, il complotto ha colpito il mondo intero e le armi per il contrattacco sono tutte in mano ai nostri eroi, vecchi e nuovi insieme. Ma il finale è di nuovo un cliffangher, che lascia tutto completamente aperto e pone le basi per quello che potrà (e se una undicesima serie verrà sviluppata, dovrà) essere X-Files, insistendo (e non poteva essere altrimenti) sul più grande mistero della serie: William, il figlio di Mulder e Skully.

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VECCHIO E NUOVO
Il tentativo è chiaro: cancellare il vecchio in favore del nuovo, andando ad insistere su una nuova categoria di fan che non sono tenuti ad avere conoscenza delle vecchie trame. Ma l’errore è subito evidente: a rivolere a gran voce la serie sono stati i fan di vecchia data, e a loro sarebbe dovuto essere accordato un po’ più di rispetto. Soprattutto perchè il “nuovo” X-Files è di qualità e fattura scadente, troppo ancorato a quel passato che ha voluto insistentemente cancellare (senza evidentemente riuscirci) per le nuove generazioni, abituate a ben altre produzioni.

Il processo di svecchiamento è passato attraverso l’alterazione delle trame lasciando quasi immutato il lato tecnico della serie, che pur rifacendosi ovviamente all’uso degli ultimi artifici della tecnologia in fondo non riesce mai ad uscire completamente dai vecchi schemi. L’impianto “mostro della settimana” non funziona più, soprattutto se i misteri da risolvere scadono di volta in volta nell’approssimazione e mancano di credibilità; le uniche puntate che funzionano davvero (e neanche totalmente) sono quelle che portano avanti la storyline di fondo, che è troppo complicata per lo spettatore medio attuale, soprattutto se si nota che il target a cui i nuovi toni dello show si rivolgono è una generazione che al tempo in cui le vecchie trame (su cui si basano le nuove) andavano in onda non era ancora nata.

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In definitiva, di una decima serie di X-Files non si sentiva un estremo bisogno. La curiosità intorno all’iniziativa è stata enorme, ma la fattura finale non è stata all’altezza delle (forse troppo alte) aspettative; il riscontro (numerico) di pubblico è stato positivo, ma le critiche non sono affatto mancate. Una undicesima stagione è oramai in realtà fortemente auspicabile, proprio per come furbescamente l’ultima stagione si è chiusa; ma i dubbi della critica e quella degli attori (Duchovny ha affermato di non poter reggere un ritmo superiore alle 6 puntate a stagione) mettono tutto in discussione. E ci sentiamo di dire che l’opportunità della visione della stagione appena terminata di X-Files, dando per scontata la visione amarcord dei fan storici, è tutta subordinata al rinnovo: se questo non verrà approvato, X-Files dieci rimarrà purtroppo un esperimento (tendenzialmente fallito) incompiuto.

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