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Vinyl, la recensione del pilot di Martin Scorsese

Vinyl, la recensione del pilot di Martin Scorsese

Di Lorenzo Pedrazzi

Su HBO ha debuttato Vinyl, la nuova serie creata da Martin Scorsese, Terence Winter, Mick Jagger e Rich Cohen, il cui primo episodio – di ben due ore – è stato diretto dallo stesso Scorsese. Senza esagerare, siamo di fronte a uno dei pilot migliori di sempre…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

New York, 1973. Richie Finestra (Bobby Cannavale) è un famoso produttore discografico. Lo incontriamo in un vicolo, dove compra della cocaina. È ubriaco, si rigira fra le mani il biglietto da visita di un detective della polizia. All’improvviso un gruppo di giovani passa sopra la sua auto per correre al Mercer Arts Center, dal quale proviene una musica accattivante. Richie li segue, e la sua fama gli permette di entrare senza biglietto. Nella sala principale si stanno esibendo i New York Dolls, e Richie si fa conquistare dalla loro canzone – Personality Crisis – insieme al resto del pubblico, tutti in estasi.
Saltiamo a cinque giorni prima. Richie e i suoi soci stanno trattando la vendita della sua casa discografica (la American Century Records) alla Polygram, ma la multinazionale vuole prima accertarsi che nell’accordo siano compresi i Led Zeppelin. Richie ha un assoluto bisogno di cedere la società, perché la American Century è sull’orlo della bancarotta e le vendite dei suoi dischi sono state gonfiate per mascherare gli insuccessi. I Led Zeppelin, però, hanno scoperto che voleva abbassare la loro percentuale sui singoli dischi, e quindi non sono più disposti a firmare con lui. Urge trovare volti nuovi, ma l’unica che s’impegna a farlo è Jamie Vine (Juno Temple), un’impiegata dell’American Century che sogna di diventare agente. Jamie ha conosciuto Kip Stevens (James Jagger), il cantante di un gruppo proto-punk chiamato Nasty Bits, e li propone a Charlie perché ritiene che abbiano un talento grezzo e battagliero.
Intanto, i guai per la casa discografica si fanno ancora più seri, perché Frank “Buck” Rogers (Andrew Dice Clay), proprietario di una catena di radio, si rifiuta di suonare i dischi dell’American Century dopo aver subìto un insulto da Donny Osmond, un loro cliente. Richie e Joe Corso (Bo Deitl), responsabile delle promozioni per la AC, cercano di riparare il danno, ma l’incontro con Buck in un sex club non sortisce alcun effetto. Due giorni dopo, durante la festa che sua moglie Devon (Olivia Wilde) ha organizzato per il suo compleanno, Richie viene chiamato da Joe, che gli chiede di raggiungerlo a casa di Buck: ha trascorso con lui le ultime 48 ore, e ha bisogno del suo aiuto per risolvere la faccenda. Richie lo raggiunge, ma la situazione degenera perché Buck è completamente su di giri: ne nasce una zuffa durante la quale Joe colpisce ripetutamente Buck alla testa con una statuetta, uccidendolo. Richie, intimorito dal velato ricatto di Joe, si fa convincere a scaricare il cadavere sulla strada, per fare in modo che la polizia scambi la sua morte per un omicidio legato alla droga.
Parallelamente, scopriamo che Richie cominciò la sua carriera come manager di un talentuoso cantante blues, Lester Grimes (Ato Essandoh), a cui procurò un contratto presso una casa discografica per cantare pezzi ballabili sotto falso nome. Richie fu assunto da quella stessa società, e poi vendette le sue quote a un creditore per mettersi in proprio; chiese a quest’ultimo se poteva prendere Lester con sé, ma il creditore rifiutò perché le canzoni di Lester piacevano a sua figlia. Lester, però, non voleva cantare più quei pezzi commerciali, voleva seguire Richie e fare blues, quindi il creditore andò con i suoi uomini a minacciarlo e picchiarlo. Lester reagì, e fu ferito alla trachea.
Dopo la morte di Buck, Richie comincia a perdersi, e ricade nella tentazione dell’alcol, facendo infuriare Devon. Nemmeno l’insperato accordo con la Polygram – che firma l’acquisto nonostante l’assenza dei Led Zeppelin – riesce a tirarlo su. Lo ritroviamo quindi al Mercer Arts Center, il cui edificio comincia a sgretolarsi durante il concerto dei Dolls, per poi crollare del tutto sulla testa di Richie e degli altri spettatori. Richie, però, ne esce illeso e si allontana nella notte, con le sirene dei soccorsi in sottofondo…

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The Wolf of Music Industry
Se ne esce frastornati, satolli e forse un po’ allucinati, ma pienamente soddisfatti. Il pilot di Vinyl è uno di quei rari prodotti televisivi in cui la fruizione passiva diventa un’esperienza viscerale, trascinante come l’esibizione dei New York Dolls con la loro Personality Crisis, che scuote le pareti del Mercer Arts Center fino a distruggerle come un terremoto. Il crollo del palazzo avvenne realmente nel 1973, ma i Dolls non si stavano ancora esibendo, e l’edificio fu evacuato dopo le prime avvisaglie del disastro. In tal senso, Vinyl lavora sul confine tra Storia e invenzione, sfruttando il contesto storico-sociale degli anni Settanta per costruire una parabola fittizia ma emblematica: quella del produttore Richie Finestra (Bobby Cannavale), burattinaio dell’industria del rock che assiste al declino della sua etichetta, la American Century Records, di fronte all’ascesa della disco e alle pressioni delle multinazionali, senza dimenticare le vendite gonfiate e altre truffe endemiche al “sistema”. Impossibile non pensare a un Jordan Belfort ante litteram, ma dotato di una passione infuocata e genuina per l’arte che commercia, seppur rovinato da eccessi alcolici e lisergici.

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Mick Jagger e Martin Scorsese garantiscono una credibilissima ricostruzione d’epoca, loro che hanno vissuto quei tempi e quella New York nel momento più esaltante, agli albori (Scorsese) o all’apice (Jagger) delle rispettive carriere. Risuonano gli echi di Taxi Driver nei viaggi notturni di Richie fra le arterie della metropoli, popolata da vagabondi, drogati, prostitute e semplici festaioli che s’intravedono dal finestrino della sua auto, come il fruscio di fondo nella riproduzione di un vinile. L’efficace struttura narrativa è però merito di Terence Winter e George Mastras, gli autori del copione, che impostano l’episodio come un lungo flashback: si comincia in medias res, con Richie in cerca di cocaina e poi attirato al Mercer Arts Center dalla musica dei Dolls, ma il pilot riavvolge improvvisamente il tempo per raccontarci le premesse della sua attuale condizione, aggiungendo altri tasselli della sua storia grazie a ulteriori flashback che mostrano i suoi esordi come manager e produttore. Dalla ghettizzazione del blues alla corruzione delle radio, dal successo dei Led Zeppelin al debutto sconcertante (in termini musicali e commerciali) degli Abba, Vinyl ritrae un periodo scalpitante e avventuroso, dove le logiche del profitto e la ricerca del “personaggio” soverchiano la purezza dell’atto cretivo, e il futuro della contestazione è affidato alle mani – forse più anarchiche e disilluse – del punk.

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Scorsese fa valere ogni singolo minuto di questo lungo pilot, e adotta un ritmo febbricitante che procede per accumulo: Richie, dopo aver venduto l’anima al demone del mercato, precipita in una spirale di degenerazione che culmina nell’assurdo omicidio di Buck Rogers, scena brutale e grottesca che molti hanno già paragonato a Goodfellas. La durata e la struttura circolare rendono questo episodio molto più simile a un vero e proprio film, anche perché la parabola di Richie trova parziale compimento proprio nel crollo del Center, da cui esce miracolosamente illeso e, per certi aspetti, persino “rinato”, come se più a fondo di così non potesse andare.

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Al di là del fascino poderoso e furente di questo pilot, le premesse di Vinyl sono ottime, e lo show ha tutte le carte in regola per conservare una qualità altissima. Le variegate scelte musicali sono già sufficienti a rendere la serie un appuntamento imperdibile, soprattutto se consideriamo che solo nel primo episodio sono concentrati nomi eterogenei come Black Sabbath, Otis Redding, James Brown, The Temptations, Chuck Berry e molti altri. Senza dimenticare, ovviamente, la bravura del cast, guidato da un ottimo Bobby Cannavale che trova in Scorsese il suo regista ideale. Insomma, un inizio davvero esplosivo.

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LA CITAZIONE: «Sapete come chiamano questa etichetta là fuori? American Cemetery: dove gli artisti vanno a morire.»

HO APPREZZATO: La narrazione furiosa e febbricitante; la struttura narrativa a flashback; la ricostruzione storica; la varietà delle scelte musicali; l’interpretazione di Bobby Cannavale.

NON HO APPREZZATO: Scherziamo?

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Vinyl a questo link.

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