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Lo chiamavano Jeeg Robot, ma è un supereroe tutto italiano!

Lo chiamavano Jeeg Robot, ma è un supereroe tutto italiano!

Di Andrea Suatoni

L’eroe. La prima cosa che serve è l’eroe. All’inizio dovrebbe essere un signor nessuno, magari con una storia tormentata alle spalle che ne definisce un po’ l’ambiguità morale.

Poi, i superpoteri. Serve uno stratagemma narrativo (di solito, un incidente radioattivo o un qualche tipo di innesto tecnologico, fino ad arrivare al deus ex machina dell’occulto) che porti l’eroe al livello successivo, quello di supereroe.

Serve la storia. La sceneggiatura è gran parte del lavoro (ma non è tutto…), perché di cinecomic ne sono stati fatti tantissimi e spesso, soprattutto quando si parla di un personaggio emergente (e il film deve essere quindi una origin story), tendono ad essere tutti simili a sé stessi.

Buone ambientazioni. Al di là di quello che può ricostruirsi nei set o al computer, la magia della scena girata in loco è difficile da riprodurre. E la scelta di cosa mettere sullo sfondo spesso fa la differenza. In un film di supereroi poi, equivale a decidere che cosa potrà rischiare di andare distrutto.

Servono dei bravi attori. È un’altra di quelle cose assolutamente essenziali; se i protagonisti non riescono a portare adeguatamente la storia sullo schermo, questa non decolla.

E poi, l’ingrediente finale: per fare un cinecomic come si deve, è necessario un budget hollywoodiano. Effetti speciali, computer grafica, scenografie (nonchè i suddetti bravi attori), tutto presenta costi talmente elevati che il genere sembra essere appannaggio elitario solo di determinate iperproduzioni oltreoceano.

OPPURE CI STIAMO SBAGLIANDO?

Gabriele Mainetti ci dimostra proprio il contrario con un film che rappresenta la genesi di un supereroe italiano (romano, per la precisione) che sarebbe stato impensabile fino a poco tempo fa, anche dopo la timida e purtroppo deludente prova di Salvatores con Il ragazzo invisibile, che era però rivolto ad un target abbastanza giovanile. È per questo che la curiosità e l’attesa dei fan a ridosso dell’uscita de Lo chiamavano Jeeg Robot, prevista per il 25 febbraio, sta diventando quasi morbosa.

Il budget faraonico, quella è l’unica cosa che è mancata a Mainetti; ma siamo davvero sicuri che un film scritto bene, girato bene e recitato ancora meglio ne abbia un assoluto bisogno? E se gli altri elementi elencati per costruire un cinecomic come si deve fossero elevati ad un livello talmente alto da poter sopperire al resto?

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L’EROE

L’eroe (o antieroe) della nostra storia è un ladruncolo (ecco già l’ambiguità morale iniziale). Enzo Ceccotti di Tor Bella Monaca si guadagna da vivere con piccoli furti, è un tipo chiuso ed egoista senza troppi affetti nella sua vita. Un romano de Roma che viene dalla periferia e che degli aspetti peggiori della periferia romana ha fatto proprio il modo d’essere, fra alienazione, cinismo, disfunzioni comunicative e mancanza di senso civico. Quando non compie atti criminali di quart’ordine passa il tempo chiuso in casa a consumarsi di pornografia.

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IL SUPEREROE

Ad un certo punto, il nostro Enzo è costretto a gettarsi nel Tevere per scappare dalla polizia dopo l’ennesimo colpo. E in realtà conoscendo l’antico Tiberis non ci è difficile accettare l’idea che possa essere avvelenato da rifiuti tossici o magari addirittura radioattivi. Ed ecco che l’eroe acquista i superpoteri, riemergendo dal fiume dotato di forza e resistenza sovraumane e di capacità di rigenerazione di Wolveriniana memoria. E quando ti ritrovi con dei superpoteri nel bel mezzo di Roma Capitale, dove i supercattivi in effetti scarseggiano, cosa te ne fai?

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LA STORIA

All’inizio Enzo fa quello che farebbe qualsiasi italiano medio: prova ad usare i suoi superpoteri per fare soldi. Ammettiamolo, lo avremmo fatto tutti. Sono gli eventi che trasformano davvero un tizio o un caio con dei superpoteri in un vero e proprio supereroe, e nel nostro caso gli eventi arrivano in forma di nostrana camorra ed attentati terroristici, ma soprattutto di Alessia, la fanciulla in pericolo. Una ragazza/bambina da salvare in tutti i sensi. L’amore è in agguato, e seppure si presenti in maniera tremendamente anomala e tragica, riuscirà a trasformare il protagonista. Da Enzo Ceccotti ad un illusorio Jeeg Robot il passo è intenso ma breve, lungo esattamente quanto i danni psicologici di un reiterato trauma infantile.

Il cattivo di turno, lo Zingaro, si muove sullo sfondo e fa l’errore di incappare proprio in Alessia.

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L’AMBIENTAZIONE

Gli ambienti più decadenti e sfittici della periferia romana, considerati sotto il lato più duro e urbano, non sono solamente quelli all’interno dei quali i vari personaggi si muovono, ma anche quelli che li definiscono psicologicamente. Tor Bella Monaca la fa da padrona, e crea la base sulla quale il film si costruisce. E infatti il film è tutto italiano, dai fondali alle caratterizzazioni personali dei personaggi: che sono nati e cresciuti respirando quel clima di estraniazione che spesso permea i contesti periferici più degradati. Caratterizzazioni scenografiche reali in una trama che gioca con un mix di irrealtà surreale (che a tratti sembra voler porre una critica politica, ma a ben guardare vuole solo descrivere, attraverso gli eccessi, un dramma sociale reale e presente) tipico dei film in salsa supereroistica. La sospensione dell’incredulità opera non solo sugli aspetti fantastici della vicenda, ma anche su quelli psicologici, trovando un equilibrio perfetto.

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GLI ATTORI

Claudio Santamaria non ha bisogno di presentazioni. È lui Enzo Ceccotti, perché così aveva deciso. Una volta letta la sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti, ha capito subito che il film avrebbe raggiunto il successo, e si è adoperato per avere la parte accettando un cachet minimo, credendo appieno nel progetto. Già nel trailer, comunque intriso di ironia più che di azione, Santamaria risulta credibile, in parte perché come sappiamo è un ottimo attore ed in parte perchè il personaggio risulta in ogni caso realistico. Il casting del protagonista sembra perfetto.
Il villain, Fabio Cannizzaro, è interpretato da Luca Marinelli, 31enne romano con un curriculum ricco di personaggi problematici. Si va dal Mattia di La solitudine dei numeri primi, primo lungometraggio di Marinelli, allo psicotico Andrea de La grande bellezza, all’eccessivo Cesare di Non essere cattivo. Interpretazioni magistrali che l’hanno messo in lizza per la parte dello Zingaro, il capo di una banda di delinquenti di Tor Bella Monaca in cerca più di una narcisistica notorietà che del guadagno.

In ultimo, la protagonista femminile della vicenda, un personaggio difficilissimo incastrato a rivivere l’infanzia pur entrato nell’età adulta, quello della già citata Alessia: affidato ad un’attrice che in realtà attrice non è, la Ilenia Pastorelli che i cultori dei reality conoscono (solo) come ex concorrente del Grande Fratello. Una scelta più che azzardata, che nell’economia del film sembra completamente fuori contesto. Ma Ilenia riesce a dare vita ad un personaggio credibilissimo, complici i suoi natali (la Pastorelli è nata proprio a Tor Bella Monaca) e in realtà proprio la natura un po’ schizofrenica del suo personaggio, che permette alcune (in realtà per questo quasi impercettibili) sbavature senza che queste diventino sensibili.

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TRE FILM IN UNO SOLO

La ricetta del cinecomic sembra quindi in fin dei conti essere arrivata in Italia; pur non potendo contare sui milioni di dollari delle produzioni da cui Lo chiamavono Jeeg Robot prende spunto ma alle quali spesso fa il verso in modo ironico. Ma il film in questione trascende il genere supereroistico per sconfinare nel pulp e nella love story: come se ad ognuno dei tre personaggi principali corrispondesse una diversa linea stilistica narrativa, la pellicola si muove agilmente fra le scene d’azione con i superpoteri di Ceccotti, quelle thriller pulp dove la follia dello Zingaro regna sovrana e quelle da film romantico dove l’innocenza e la drammaticità di Alessia riescono ogni volta a farci dimenticare gli altri contesti.

Pur essendo alla sua prima prova in un lungometraggio (ma stiamo comunque parlando di un artista nominato agli Oscar con un suo corto), Gabriele Mainetti sorprende con la sapienza con la quale mette in gioco trovate stilistiche e prove di montaggio fresche e innovative. A fronte del fatto che il film trasudi “italianità” da tutti i pori, se si guarda al comparto tecnico e stilistico si fa quasi fatica a credere che la produzione sia italiana (non ce ne vogliano i fin troppo tradizionali registi italici).

Un esperimento che non aspetta altro che di riuscire, con delle premesse che ne fanno intuire l’estremo potenziale; l’Italia è pronta per il grande passo? Per aprire la strada ad un genere nuovo e ad uno stile nuovissimo? Noi siamo sicuri di si. E se non ci riuscirà Lo chiamavano Jeeg Robot, allora la vediamo dura per chiunque altro.

GUARDA LE NOSTRE INTERVISTE AL CAST DEL FILM.

Lo Chiamavano Jeeg Robot farà il suo ingresso nelle sale italiane il 25 febbraio 2016. Cliccate “SEGUI” sulla scheda sottostante per non perdervi tutte le novità e gli aggiornamenti sul film!

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