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Deadpool: la delusione di un flop morale

Deadpool: la delusione di un flop morale

Di Andrea Suatoni

Dal 18 febbraio al cinema nelle sale italiane, Deadpool ha ricevuto critiche sommariamente molto positive; ma anche se in minoranza, i pareri negativi hanno le loro buonissime motivazioni. Magari da ricercare in un forte attaccamento nerd al personaggio e alla tendenza ad uno stile cinematografico se non proprio raffinato, almeno dotato di un minimo di classe. Ecco la mia (controcorrente) recensione del film.

VACANZE DI NATALE CON DEADPOOL

La sensazione primaria appena uscito dal cinema è stata quella di aver visto un film natalizio di Carlo Vanzina o di Neri Parenti. Con un budget più elevato e con dei contenuti supereroistici, ma sostanzialmente con le medesime dinamiche comiche: provando a chiudere gli occhi, le continue battute sul sesso e sulle flatulenze sembravano messe in bocca al Boldi o al De Sica di turno. Non che ciò debba essere essenzialmente un male, dato che in Italia i cinepanettoni natalizi riescono ad incassare costantemente denaro sonante facendo ridere milioni di spettatori; ma da Deadpool in molti non si aspettavano questo.

A livello di scrittura generale esistono diversi modi di far ridere la platea, ma in fin dei conti ci si riduce a considerarli tutti sotto due grandi onnicomprensive categorie: la comicità che scaturisce dall’intelligenza, da battute brillanti o situazioni paradossalmente identificative e la comicità data dalla volgarità, dall’esagerazione del parossismo o dall’irruenza della spregiudicatezza. E purtroppo la pellicola di Tim Miller si rifà quasi totalmente a quest’ultima, in un continuo e quasi spasmodico tentativo di osare sempre di più che in effetti è riuscito a fare breccia nella maggioranza dei casi ma che tradisce una mancanza di stile che non si riesce a non far pesare.

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IL LATO EPICO E TRAGICO DI DEADPOOL

E’ chiaro che recandosi al cinema a vedere un cinecomic come quello che è stato pubblicizzato con la campagna marketing di Deadpool non si poteva pretendere del cinema d’autore di alto livello. I continui rimandi alla volgarità e al sesso fanno parte della storia del personaggio, della continuity del suo umorismo intrinseco e creano un sottotesto su cui l’intera cosmologia e la totalità dei comprimari delle testate con protagonista Wade Wilson si muovono a loro agio. Una critica negativa quindi potrebbe risultare in fondo solamente un voler sciorinare un pò di snobismo verso un’opera che si presenta priva di qualsiasi pretesa e che risulta anzi più che cosciente di quel che rappresenta, muovendosi su dei binari che volontariamente, coraggiosamente (e ammettiamolo, anche in maniera discretamente efficace) vanno controcorrente rispetto alla comicità classica e addirittura anche al classico modo di fare cinema (in ambiente supereroistico).

Quello che in realtà i detrattori più convinti non riescono ad accettare è la rappresentazione che del personaggio di Deadpool è stata data nel film. Dietro il concept del mercenario chiacchierone, dietro allo splatter edulcorato e alla onnipresente volgarità il fumetto di Wade era (anche) molto di più: potevamo rinvenire satira politica (pur se presentata con assoluta goliardia) ma anche tragedia romantica, primi fra tutti gli esempi densi di epicità della tremenda psicosi dietro il rapporto fra Deadpool e quella Vanessa che (interpretata nel film dalla Morena Baccarin di Firefly e Homeland) incarnava la vera essenza della follia o quello con Siryn, vera e propria eroina (dalla folta schiera degli X-men) dotata di quella particolare sensibilità capace di penetrare la dura corazza attorno al cuore dell’antieroe per eccellenza. Ancora, la narrazione sullo sfondo di Deadpool si risolveva in una continua e drammatica ricerca di una propria identità (poi esacerbata e svuotata di senso da alcuni pessimi autori degli ultimi anni), continuamente ostacolata dalla mentalità pazzoide e schizofrenica del personaggio.

Di tutto ciò, nel film non vi è alcuna traccia. Il lato divertente, irriverente e scanzonato del personaggio è stato reso a tratti in maniera perfetta, traslando sul grande schermo la stessa atmosfera superficiale che si respira leggendo le pagine a fumetti; ma non riesce (e peggio ancora, non vuole) andare oltre quella superficialità, non tenta neanche di inquadrare davvero il personaggio, rendendolo e rappresentandolo come la becera macchietta comica che non era e che non è ma che forse d’ora in poi, visto il successo del film e la tendenza negli ultimi anni a piegare il fumetto agli schemi cinematografici, sarà costretto a diventare.

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LA PERCEZIONE DELL’INTRATTENIMENTO

Preso come il film che deve essere, Deadpool diverte, strappa più o meno risate a seconda della vena comica personale dello spettatore, intrattiene il pubblico senza alcuna pretesa. In pratica adempie perfettamente al suo compito: intrattenere. I difetti sono innegabili ma non insormontabili: dai buchi di trama all’abuso della rottura della quarta parete, dalla ingenua (inesistente?) caratterizzazione psicologica degli antagonisti e dei coprotagonisti all’incoerenza di alcune delle scelte di questi (volto rigato di lacrime quando gli X-men accettano tacitamente un assassinio privato), tutto è sanato dal tono scanzonato e lassista del film: a volte anche in modo assolutamente geniale ed autoreferenziale (“La produzione non poteva pagare altre comparsate di altri X-Men?”).

Deadpool poteva essere di più e forse doveva esserlo. Il pressappochismo con cui è stato curato l’aspetto psicologico è ribaltato da alcuni particolari che tradiscono la studiata fattura del film, contrariamente a quanto quel che è stato scritto finora potrebbe far sembrare. Come la straordinaria cura con cui le scene d’azione sono costruite ad esempio. O la cura di alcuni dettagli, dagli irriverenti titoli iniziali e finali all’analisi al rallentatore delle sequenze nelle battaglie, alla presenza di quasi tutti i comprimari più importanti delle testate fumettistiche (Weasel, Bob, Blind Al), anche se solo per brevi camei.

L’intera produzione sottintende un notevole e lodevole impegno, che si esplicita in effetti in un film che in fin dei conti risulta abbastanza godibile; ma che non si è assolutamente mosso (probabilmente perché osare, stavolta, sarebbe stato troppo rischioso) verso la reale anima del personaggio, pugnalando al cuore una fetta di fan appassionati che come me dopo aver atteso per anni una trasposizione cinematografica del loro supereroe preferito, si aspettavano sicuramente tutt’altro.

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Ora nelle sale italiane, la regia di Deadpool è affidata all’esordiente Tim Miller (Silicon Valley), sulla sceneggiatura di Rhett Reese e Paul Wernick (Benvenuti a Zombieland e G.I.Joe – La vendetta). Il protagonista Wade Wilson è interpretato da Ryan Reynolds, mentre la sua innamorata Vanessa ha il volto di Morena Baccarin (Gotham, Firefly e Homeland). Nel cast, anche Ed Skrein (il “primo” Daario Naharis di Game of Thrones) nel ruolo del cattivo Ajax, T.J.Miller nel ruolo di Weasel, migliore amico di Wade, Brianna Hildebrand nel ruolo di Testata Mutante Negasonica, Stefan Kapicic nel ruolo dell’X-men Colosso e Gina Carano in veste di Angel Dust.

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