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11.22.63 : la recensione del primo episodio, “The Rabbit Hole”

11.22.63 : la recensione del primo episodio, “The Rabbit Hole”

Di Andrea Suatoni

11.22.63 è la miniserie tv ora in onda su Hulu tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King e prodotta da J.J.Abrams. Ecco la recensione del primo episodio:”The Rabbit Hole”

IL LIBRO

Nel 2011 Stephen King stupiva critica e pubblico con un romanzo che rappresentava una svolta inedita nella sua produzione narrativa: 11.22.63 guardava più al genere del romanzo storico che a quelli horror e thriller che lo hanno reso famoso a livello mondiale.
La storia sullo sfondo sfocia nella fantascienza, anche se essenzialmente questa viene usata solamente come motore della vicenda: la possibilità del viaggio nel tempo esiste, è concreta, ha le sue ferree regole, ma riguardo al perché e al come questa funzioni non è data la minima spiegazione (il parallelismo con l’isola della serie Lost è evidente, e quasi ironico se si pensa che J.J.Abrams figura fra i produttori esecutivi della serie).

Il protagonista è Jake Epping, professore in una cittadina del Maine (stato federato degli USA dove King ambienta praticamente tutti i suoi romanzi) che convinto dal suo amico Al Templeton, che ha scoperto ed usato a lungo un portale a doppio senso verso il 1958, intraprende un viaggio nel tempo con una singolare missione: quella di impedire la morte del presidente John Fitzgerald Kennedy, evento che Al ritiene scatenante di tutta una serie di terribili conseguenze che avrebbero portato l’era moderna nel caos e nella miseria. Jake, costretto dalle dinamiche del portale a rimanere nel passato per 5 anni, passerà attraverso un amore inaspettato, una probabile cospirazione governativa e soprattutto si scontrerà con il tempo stesso, che agendo quasi come un’entità con una propria reale intelligenza tenterà in tutti i modi di ostacolarlo.

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LA SERIE

E’ il canale online americano Hulu che, abbracciando un progetto di J.J.Abrams, trasmette la miniserie, che si snoda in 8 lunghi episodi da 80 minuti ognuno. La trama rimane sostanzialmente invariata rispetto all’originale (anche se la data a cui riporta il portale risulta differente, spostata al 1960): Jake Epping è interpretato da James Franco, attore di altissimo livello costretto a tenere la scena interamente da solo. Lo stratagemma del viaggio temporale infatti, conosciuto solo dal protagonista (e da Al, interpretato dal premio Oscar Chris Cooper che ha però un ruolo poco più che secondario), lo isola da tutti gli altri personaggi che risultano per forza di cose “vittime” del suo singolo punto di vista, quasi impossibilitati ad avere una caratterizzazione propria. Franco riesce a fare quel che può, ma la scrittura statica della storia non aiuta lui e tantomeno lo spettatore; anche la regia sembra voler insistere totalmente sul personaggio, che a lungo andare viene appesantito da una centralità che poteva (e magari doveva) essere evitata ma che evidentemente risente del nome dell’attore che lo interpreta.

La sensazione di non capire dove si sta andando ci coglie fin dalle prime battute; le rivelazioni iniziali (riguardo le possibilità di viaggiare nel tempo) e l’accettazione delle stesse da parte di Jake sono forse troppo veloci, anche se rallentando su alcuni aspetti psicologici si sarebbe indugiato su una lentezza pressoché insostenibile; lentezza che caratterizza comunque tutto il primo episodio, ma che può essere parzialmente scusata dalla necessità di chiarire alcuni dei punti fermi della vicenda. Non assistiamo a grosse svolte nella trama: alcuni dei personaggi principali ci vengono presentati, mentre Epping segue alla lettera (ma fin troppo ingenuamente e mettendosi nei guai) le istruzioni del veterano Al, che lo portano infine a dubitare del coinvolgimento della CIA nell’omicidio di JFK.
E’ il fattore paranormale o fantascentifico quello che più riesce ad affascinare ed inquietare, anche se gestito in maniera semplicistica e quasi scontata: il tempo non vuole essere cambiato.

Il vero nemico da sconfiggere è una sorta di brutta copia di quella “morte” che abbiamo imparato a temere attraverso i film della serie Final Destination; un nemico quindi dalle potenzialità infinite e con infinite armi a propria disposizione, dalla possibile morte a causa della caduta di un lampadario alla distruzione tramite un incendio della fonte degli introiti di Jake. La fortuna della serie pare risiedere proprio nell’atmosfera insolitamente tesa attribuita alla singolare gestione del paradosso temporale: se gli episodi seguenti riusciranno a sfruttare appieno le potenzialità che l’idea di base del libro offre, adattandola ed applicandola a quei particolari meccanismi visivi della pellicola che riescono ad essere più versatili che non nella forma scritta, allora è probabile che potremmo promuovere 11.22.63 a pieni voti.

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LE PROVE DI KING

Moltissimi dei romanzi di Stephen King sono stati trasposti sia in film che in serial televisivi. Le stupende prove di Misery non deve morire o de L’ultima Eclissi però non sono neppure paragonabili alle poco brillanti o interessanti Under The Dome o La Zona Morta: il media televisivo non sembra affatto essere la strada migliore per l’autore. In effetti, i film di maggiore successo tratti da sue opere non recano la sua firma nel ruolo di sceneggiatore, diversamente da quanto accade invece negli show televisivi appena citati; King è indubbiamente un ottimo scrittore, ma è quasi palese che il raccontare per immagini non sia la sua strada. 11.22.63 non convince fin da subito, anche se lascia intravedere buone potenzialità: la scrittura delle scene rimane in ogni caso però un punto debole, così come i dialoghi o la gestione dei (pochi) colpi di scena. Le idee che hanno portato alla creazione della storia sono interessanti e a tratti geniali, mentre la descrizione degli anni ’60 che caratterizza l’intero romanzo è superlativa: si passa dalla critica delle ipocrisie morali o delle visioni razziste dell’epoca alla disamina delle mentalità o delle tecnologie in un affresco squisitamente amarcord che è in effetti efficacemente traslato nella produzione televisiva; ma le carenze della sceneggiatura sono date proprio da una tecnica che televisiva non è e che non riesce ad inquadrarsi in un media per il quale il racconto originale non era stato pensato.

È comunque ancora presto per decretare il possibile successo o insuccesso della serie, pur se il primo episodio non è riuscito ad appassionare adeguatamente: come già detto, lo show è ricco di elementi latenti che potrebbero esplodere all’improvviso sullo schermo, e il pilot è sembrato solamente un episodio esplicativo ed introduttivo; il cuore della serie è ancora pulsante e non rimane che stare a guardare in che modo questa si evolverà.

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