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X-Files, la recensione del primo episodio: My Struggle

X-Files, la recensione del primo episodio: My Struggle

Di Lorenzo Pedrazzi

Una delle serie tv più iconiche degli anni Novanta ritorna sulla Fox per una nuova miniserie da sei episodi: la premiere di X-Files, intitolata My Struggle, azzera la mitologia dello show per ricordarci che la verità è ancora là fuori, ma non è quella che crediamo…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Dana Scully (Gillian Anderson) lavora presso un ospedale, dove assiste le operazioni di chirurgia che ricostruiscono le orecchie di bambini nati con una rara malattia genetica. Viene contattata da Walter Skinner (Mitch Pileggi), il quale cerca Fox Mulder (David Duchovny) per conto di Tad O’Malley (Joel McHale), un anchorman conservatore che vuole parlare con l’FBI di alcune teorie complottiste. Mulder accetta di incontrarlo, ma O’Malley a prima vista sembra soltanto un ricco paranoico che blatera di cospirazioni governative e tecnologie aliene. La sua opinione cambia quando O’Malley porta lui e Scully a parlare con Sveta (Annet Mahendru), una giovane donna che è stata ripetutamente rapita e ingravidata dagli alieni, i quali le hanno poi sottratto i feti ibridi prima ancora che nascessero. Sveta sostiene di avere del DNA alieno, e Scully la sottopone ad alcune analisi per dimostrarlo. Intanto, Mulder viene condotto da O’Malley in un hangar segerto dove alcuni scienziati lavorano a un velivolo derivato dalla tecnologia aliena, in grado di volare senza carburante: funziona grazie all’energia toroidale, o “energia di punto zero”, generata da un campo elettromagnetico. È l’energia dell’universo, quindi gratuita e inesauribile. Il governo americano la conosce sin dagli anni Quaranta, ma non l’ha mai resa pubblica per favorire le speculazioni e le guerre sul petrolio. A questo punto Mulder scopre la verità: non c’è mai stata nessuna cospirazione aliena, poiché il complotto è ristretto soltanto agli umani. Gli alieni cominciarono a visitare la Terra nel secondo dopoguerra – attratti dall’energia delle bombe H – per mettere in guardia l’umanità dal pericolo dell’auto-estinzione, ma furono accolti con violenza. Gli americani entrarono in possesso di tecnologia extraterrestre grazie all’incidente di Roswell, e i governi mondiali cominciarono a studiare sia quella tecnologia sia la biochimica dei visitatori, conducendo vari test su soggetti umani che venivano prelevati inscenando falsi rapimenti alieni. Lo scopo era – ed è tuttora – il dominio globale, da ottenere al termine di un processo che sfrutta molti fattori diversi: il condizionamento artificiale del clima, l’innesco di guerre ingiustificate, la costruzione di falsi nemici per distrarre o provocare l’opinione pubblica, la limitazione delle libertà individuali in nome della sicurezza, la militarizzazione delle forze di polizia, il controllo della produzione di cibo e medicinali, l’addomesticamento della popolazione attraverso l’obesità, le malattie e il sedativo del consumismo. Mulder e O’Malley lo spiegano a Scully, che però non ci crede, e lo giudica solo l’ennesimo attacco di “paranoia tecnologica isolazionista”. Ma Scully è costretta a ricredersi quando, il giorno dopo, O’Malley rivela questa cospirazione nel suo programma su internet, e il sito viene chiuso poco dopo. Semplicemente sparisce dalla rete. I militari entrano nell’hangar segreto e fanno esplodere la navicella, uccidendo tutti gli scienziati. Sveta, invece, dichiara pubblicamente di essere stata costretta a mentire da O’Malley, e nega tutta la storia dei rapimenti alieni: i cospiratori sono già arrivati da lei. La notte seguente, nonostante questa smentita, la ragazza viene attaccata da un velivolo che blocca la sua auto e poi la incenerisce con un raggio.
Di conseguenza, Skinner riapre gli X-Files e Mulder e Scully vengono reintegrati nell’FBI per lavorarci, determinati a smascherare la cospirazione; Scully, intanto, scopre di possedere a sua volta del DNA alieno, come Sveta. Altrove, l’Uomo Che Fuma (William B. Davies) – sfigurato e costretto a fumare attraverso un buco nella trachea – viene informato di questi sviluppi, e commenta che «Abbiamo un piccolo problema»…

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Oltre il velo di Maya
Il ritorno di X-Files è compreso in una più vasta operazione di recupero che coinvolge tutto l’immaginario degli anni Novanta, epoca che ha recentemente preso il posto degli anni Ottanta nelle fantasie nostalgiche dei trentenni odierni (o meglio, dei nuovi trentenni). Il panorama televisivo è ovviamente cambiato, così come le modalità narrative del mistery (soprattutto dopo Lost), ma un prodotto come X-Files può fare appello alla sua vasta mitologia e al suo radicamento nella memoria collettiva, forzando un modello vetusto all’interno di un contesto nuovo. Il risultato può spiazzare i fan di vecchia data, ma tutto sommato le scelte di Chris Carter sono comprensibili, a partire dall’enfasi rappresentativa che caratterizza questa premiere.

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Una delle prime scene di My Struggle è infatti ambientata alla luce del giorno, e ci mostra un disco volante che si schianta al suolo. Nessuna ambiguità, nessuna interpretazione contrastante, nessun enigma: è proprio un’astronave aliena, e quello che ne esce – arrancando faticosamente sull’erba – è proprio un extraterrestre. Lo vediamo chiaramente, quando viene ucciso dai proiettili dei militari, e nei suoi ultimi istanti di vita sembra quasi implorare pietà. Da qui parte la costruzione del nemico, e anche l’azzeramento della mitologia di X-Files secondo le logiche dei reboot. L’agnello sacrificale di tale processo è quel senso di inquietudine – sfuggente e indefinibile come un’ombra – che fece la fortuna della serie originale, e che qui non si riscontra mai, sostituito dal desiderio di compiacere (anche) un pubblico nuovo. L’impulso a mostrare esplicitamente ciò che un tempo restava nascosto nasce dall’esigenza di adattarsi a una generazione più rapida, abituata a ottenere tutto e subito grazie alle risorse della rete e dei dispositivi multimediali, ma al contempo simboleggia la distruzione del velo di Maya, la scoperta della verità che si celava dietro alle menzogne. Quindi si ricomincia da capo, attraverso un’opera di retro-continuity che sembra cancellare il senso di tutte le nove stagioni precedenti. Il male (con la sua banalità) non è più da ricercarsi in una metafora fantascientifica e quasi sovrasensibile, bensì nelle azioni di un’umanità avida e manipolatrice, come suggeriscono gli scenari geopolitici odierni e gli smottamenti finanziari del sistema capitalista. Neoliberismo, globalizzazione selvaggia, repressione sociale: X-Files ha quantomeno il merito di non cercare il nemico nel “diverso”, in uno straniero culturalmente lontano e quindi odiabile, ma in seno al potere stesso, alle istituzioni economico-governative che comandano il gioco. Insomma, siamo di fronte a un vero e proprio delirio paranoide, ma con una componente di razionalità che nasce dall’osservazione critica del mondo contemporaneo: un complottismo forse anacronistico (almeno a livello narrativo, più che politico o sociale), eppure modellato sulle istanze dell’attualità.

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Lo stesso Mulder si lascia risucchiare facilmente da questo gorgo di teorie cospiratorie, e anche Scully non impiega molto tempo a credere nella loro veridicità. Certo, Dana si conferma una voce razionalizzante che cerca soluzioni concrete (non a caso, lavora per curare i suoi piccoli pazienti da una rara malattia genetica), ma persino lei deve piegarsi alle regole di X-Files, dove la follia paranoide centra sempre l’obiettivo, e non è prerogativa dei pazzi ma dei profeti. La chiusura del programma di O’Malley e la ritrattazione di Sveta sono le prove di cui Scully aveva bisogno per unirsi alla battaglia, e tanto basta a Skinner per riaprire gli X-Files e dare un grattacapo al redivivo Uomo Che Fuma (sopravvissuto al cancro e a un attacco missilistico: e poi ci stupiamo che la più grande minaccia non sia rappresentata dagli alieni!).

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My Struggle è un episodio un po’ straniante per chiunque conosca la serie, e difficilmente piacerà ai “puristi”. È diversa la fotografia (che non ha più la consistenza sfumata e oleosa delle vecchie puntate) ed è diversa soprattutto la struttura, poiché Chris Carter è stato costretto a ripartire da uno status quo completamente stravolto, per poi azzerarlo e ricominciare da capo. In un certo senso, la prima puntata costituisce l’antefatto della “vera” miniserie, dove i monsters-of-the-week dovrebbero garantire le soddisfazioni maggiori per i nostalgici di Mulder e Scully. La loro fama è legata a un approccio demistificante, finalizzato a riportare l’ordine in una situazione caotica che esula dalla “norma”, talvolta fallendo. Ma sono sempre loro due, soli, contro il Sistema, a qualunque livello, e l’epilogo della premiere ci riporta proprio a quel punto: la palingenesi di X-Files passa inevitabilmente dalla ricostituzione del suo modello originario.

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LA CITAZIONE: «No, è solo che io voglio credere. È stato stranamente difficile trovare delle prove concrete.»

HO APPREZZATO: La palingenesi finale attraverso il ritorno alle origini; l’audacia di azzerare la mitologia; il complottismo anacronistico ma attento alla contemporaneità.

NON HO APPREZZATO: L’assenza dell’inquietudine che caratterizzava la serie; la mancanza di tensione.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di X-Files sul nostro Episode39 a questo LINK.

Cinema chiusi fino al 5 marzo, QUI gli ultimi aggiornamenti.


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