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Creed – Nato per Combattere, la recensione di Roberto Recchioni

Creed – Nato per Combattere, la recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

One Punch. One Step. One Round.
Un pugno. Un passo. Un round.
Fai le cose semplici. Fai le cose bene. Fai le cose con ordine.
Un passo alla volta. Un pugno alla volta. Un round alla volta. Fino alla fine dell’incontro.

Diciamolo chiaro e tondo: Creed – Nato per Combattere, poteva essere un disastro. Il settimo capitolo di una saga che doveva ricoprire anche il ruolo di un reboot/remake e dell’inizio di una nuova storia, scritto e girato da un regista afroamericano di soli trent’anni, alle prese per la prima volta con un film di una certa importanza. Ma Ryan Coogler (autore della storia, co-sceneggiatore e regista del film) e Aaron Covington (sceneggiatore, al suo esordio) non si sono fatti prendere dal panico e hanno seguito un principio semplice: One punch. One step. One Round.

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Tutto si basa sulla sceneggiatura originale del primo Rocky, scritta da Stallone stesso e che gli è valsa non solo la candidatura agli Oscar nel 1977, ma anche la definizione di “script perfetto” nelle più importanti scuole di scrittura creativa al mondo. È un testo che come la declini la declini, non lo puoi sbagliare più di tanto (basti pensare a pellicole come Karate Kid o Whiplash per rendersene conto) e quindi i due sceneggiatori di Creed sono partiti da quello, isolandone tutti gli elementi fondamentali per poi riproporli, uguali e diversi al tempo stesso. Un pugile underdog, tagliato fuori dal giro che conta (ma per ragioni opposte a quelle di Balboa), la sua voglia di rivalsa e di affermazione, i bassifondi di una città grigia ma con un grande cuore, una storia d’amore con una donna imperfetta, l’umanità, l’umorismo, il duro lavoro, l’allenamento. E poi, ovviamente, l’incontro. Ma Coogler e Covington non si sono limitati a riproporre solamente questi elementi perché, nell’ordito concepito da Stallone, hanno tessuto anche altri temi. Il confronto con chi ci ha preceduto, la necessità di creare una propria eredità per trovare un cammino personale, il confronto con la vecchiaia, la malattia e la morte. È come se i due sceneggiatori avessero voluto dire (in termini di metalinguaggio): “questo era Rocky e noi lo amiamo, lo rispettiamo, gli rendiamo omaggio e ne continuiamo la tradizione, ma abbiamo anche bisogno di costruire il nostro mito, per uscire dall’ombra del suo”. E con questa idea in testa, Stallone poteva diventare un grosso impiccio.

Ma qual è la regola? One punch. One step. One round.

Un passo alla volta: inutile preoccuparsi dei problemi prima che questi si presentino. E così il film entra in produzione.

All’inizio delle riprese, lo script prevede una parte importante ma non centrale per Balboa nella storia. Stallone arriva sul set del primo film legato a Rocky Balboa in cui non è direttamente coinvolto come autore e si mette al servizio del regista. Recita le sue battute, suggerisce qualche aggiustamento ai suoi dialoghi, racconta barzellette buffe nelle pause di lavorazione. E quando glielo chiedono, amministra dei consigli e fornisce qualche idea.

Cosa che inizia a succedere spesso durante i giorni di lavoro. Così spesso che, a poco a poco, il film cambia e diventa la storia non di un solo pugile ma di due, il racconto non di un solo combattimento, ma di due epiche, eppure dolentemente umane, battaglie per la vita e per la morte. A poco a poco, le scene che prevedono la presenza di Sly si moltiplicano, lui si mette a scrivere i dialoghi di tutti i personaggi e, nuovamente, come era già successo per tutti i precedenti film dedicati al pugili italo-americano, i confini tra quello che racconta il film in scena, e quello che c’è dietro la macchina da presa, si confondono.

Warner Bros. Italia Creed Nato per combattere Due Nuovi Poster Italiani

E se sullo schermo Rocky Balboa allena un giovane afroamericano per preparalo a un combattimento che è tanto contro un avversario in carne e ossa quanto come un avversario metaforico (l’eredità di papà Apollo), così alla stregua Sly assiste a un giovane afroamericano, per prepararlo ad affrontare al meglio il pubblico e sconfiggere il suo mito che lui stesso ha creato. E tutto diventa chiaro. Ad ogni passo segue un pugno, ad ogni pugno segue un round. A battuta del copione segue un’inquadratura, a ogni inquadratura segue una scena.

One step. One Punch. One Round. Fino alla fine dell’incontro. Fino alla conclusione del film.

Creed è una storia semplice raccontata con un linguaggio sofisticato che però non prevarica mai le necessità della narrazione. Un film senza velleità di sostanza che di sostanza ne ha da vendere.

Si apre con un piano sequenza di gran classe e prosegue subito dopo con una sequenza in cui il giovane Creed boxa contro le immagini video-proiettate del padre. Sono due momenti di cinema altissimo su cui registi più innamorati più del loro stile che di quello che hanno da dire, avrebbero costruito l’intero senso del film. Coogler invece ce la regala all’inizio della pellicola, consapevole che il meglio deve ancora venire e che quel “meglio” è fatto di sentimenti, grandi interpretazione e magnifica onestà.

E quando tu spettatore smaliziato ti ritrovi a saltare come un pazzo sul poltrona del cinema quando suona QUELLA campana e parte QUEL tema che stavi aspettando da tutto il film, vuol dire che l’incontro è stato vinto e che siamo di nuovo sulla cima di quella scalinata, saltellando come degli scemi, con le braccia alzate verso il cielo.

La vignetta esclusiva di Roberto Recchioni per ScreenWeek.it
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LEGGI ANCHE: 10 cose che (forse) non sapete sulla saga di Rocky

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