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Jessica Jones – La recensione completa della serie Marvel-Netflix

Jessica Jones – La recensione completa della serie Marvel-Netflix

Di Leotruman

Articolo a cura di Andrea Suatoni

ATTENZIONE L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER

Una “stronza” con dei gravi traumi alle spalle e un lavoro che non ama ma nel quale è dannatamente brava. Usa il sesso e l’alcool come valvole di sfogo per le proprie frustrazioni personali, senza alcun rispetto per se stessa. Sboccata, volgare e neanche troppo attraente. Ah, sì, possiede anche dei superpoteri. 
E un uomo dalla pelle color porpora che l’ha spezzata mentalmente e fisicamente, violentandola a livello emotivo fino ad annichilire il suo amor proprio.
 Questo è ALIAS, il fumetto di un Brian Michael Bendis in gran forma (quando ancora sentiva di avere qualcosa da dimostrare) disegnato in un perfetto stile noir dal talentuoso Michael Gaydos, al suo primo impegno con la Marvel. Un successo quasi inaspettato, che ha portato un personaggio creato dal nulla, quello dell’investigatrice privata Jessica Jones, a diventare un personaggio fisso ed importantissimo del Marvel Universe fumettistico e addirittura alla nascita di una serie televisiva che porta il suo nome.

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AKA: JESSICA JONES

Marvel’s: Jessica Jones è la seconda serie Netflix, dopo il grandioso esordio di Daredevil, che prende le mosse dall’ambizioso progetto della Casa Delle Idee di portare sul piccolo schermo il supereroe cosiddetto urbano: Jessica non lotta per salvare il mondo, lotta invece inizialmente solo per arrivare a fine mese e pagarsi l’affitto (e il whisky). 
Ma fin da subito, addirittura attraverso gli ambigui trailer dalle sfumature porpora che sono riusciti a galvanizzare anche i fan meno convinti, tenta di spiazzare: perché Jessica Jones non è affatto una serie che parla di supereroi, per quanto le dinamiche riguardanti i superpoteri la facciano da padrone (seppure in maniera squisitamente tecnica e subliminale), bensì una serie a sfondo prettamente psicologico, che parla di riscatto, di crescita, di controllo.
La nostra Jessica è una donna dura, forte, temprata (e segnata) da esperienze terribili che pian piano verranno svelate. Come la sua controparte fumettistica, è effettivamente una stronza, tanto che è quasi difficile all’inizio affezionarsi a lei, nonostante il faccino incantevole di una bravissima Krysten Ritter fresca dei successi del suo personaggio in Breaking Bad; il cuore dello spettatore viene invece subito rapito dal cast dei comprimari, soprattutto dalla migliore amica (?) Trish, l’unico reale contatto umano che la nostra protagonista è riuscita a conservare, al tossico vicino di casa Malcolm, alla gelida avvocatessa Jeri, alla sfortunata Hope, addirittura dagli inquietanti gemelli Robyn e Ruben e sicuramente dall’agente Simpson. Forse anche dal poco incisivo Luke Cage, uno dei pochi punti deboli della serie.
 Ma è Kilgrave, l’antagonista, a catturare con i suoi giochi mentali già prima di apparire fisicamente. Gli autori riescono a rendere palpabile il carisma del personaggio prima ancora che questi venga realmente delineato; e quando finalmente “L’uomo porpora” (che qui non mantiene il suo colorito originale) compare sullo schermo non può fare a meno di incutere terrore.

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ANSIA E INQUIETUDINE. LA STORIA E LE STORIE DI JESSICA

Se si pensa che la serie è tratta da un fumetto Marvel dei più audaci, la trama principale può apparire quasi semplicistica: un vecchio “nemico” ricompare nella vita della protagonista, con l’unico intento di farla soffrire, di spezzarla di nuovo come ha già fatto in passato. E infatti non riusciamo mai a perdere il filo della narrazione, per quanto per ognuno dei vari personaggi venga portata avanti una sottotrama pressoché autonoma, a volte quasi completamente slegata da quella principale, dando all’insieme una connotazione estremamente realistica.
 Jessica sopravvive, nel senso più squallido del termine, guadagnandosi da vivere con il lavoro di investigatrice privata, che svolge egregiamente anche grazie ad una superforza di derivazione (per ora, sperando in una seconda stagione) non ben chiarita. Il suo alcoolismo e il disturbo post-traumatico da stress che la affligge affondano le radici nei mesi in cui Kilgrave l’ha stuprata, fisicamente e mentalmente, costringendola ad amarlo, prima di perdere apparentemente la vita in un incidente. Perché questo è il potere di Kilgrave, anche lui “speciale” come Jessica: riesce a convincere chiunque a fare qualsiasi cosa chieda. E le schiaccianti prove del suo ritorno , alla fine del primo episodio, catapultano lo spettatore nel pieno della vicenda e la protagonista nel panico più assoluto. Seguiremo, in un crescendo di colpi di scena ma soprattutto di ansia perversa (perché presto capiremo che ognuno dei nostri personaggi preferiti potrebbe fare una fine orribile semplicemente tramite il suono di una singola parola), le indagini di Jessica per stanare Kilgrave e capiremo come lui sia mosso da un malato ma reale amore verso di lei. Ci appassioneremo alla storia di Trish, dal suo rapporto con la madre a quello con la stessa Jessica e poi a quello con l’agente Simpson, che se ne innamorerà dopo aver tentato di ucciderla sotto controllo mentale. Tiferemo per l’ex moglie dell’avvocatessa Jeri Hogart alle prese con le pratiche di divorzio, “risolte” in una delle scene più spettacolari dell’intera serie. Scopriremo il segreto del vero legame fra Jessica e un Luke Cage che non riesce ad uscire dall’ombra degli altri personaggi, fin troppo perfetti, in parte perché probabilmente gli autori hanno voluto rimandarne una caratterizzazione più incisiva alla serie a lui dedicata, il terzo ed imminente connubio Marvel/Netflix. E infine seguiremo con un sorriso malinconico anche le peripezie di personaggi minori cui è interamente deputata la sostanza morale della serie come Malcolm e Robyn, che sempre a causa di Kilgrave hanno perso tutto e non potranno far altro che farsi forza e raccogliere i pezzi.

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UN INTERO CAST AL SERVIZIO DI UN SOLO, PAZZO, UOMO.

Ma gli snodi della trama, i continui colpi di scena, il ritmo serrato degli avvenimenti e le morti improvvise al limite del thriller e quasi di uno splatter in salsa snob (siamo ormai tutti figli di Game Of Thrones), vengono messi in secondo piano dai personaggi. 
Kilgrave, prima ancora della protagonista, ammalierebbe anche senza l’aiuto della splendida interpretazione di David Tennant. Nel momento in cui vengono rivelate le sue vere intenzioni ed emozioni si riesce addirittura ad empatizzare con il personaggio, vittima di un potere che lo rende impermeabile ad un qualsiasi tipo di rapporto personale («Non ti rendi conto, vero? Devo sempre stare attento a ogni parola. A ogni frase. Una volta ho detto a uno di fottersi, pensa»). È solo, soffre di una solitudine che solo Jessica, scopertasi immune al suo potere, potrebbe colmare. Ed è vittima di un bagaglio di esperienze che l’hanno reso incapace di distinguere il bene dal male, ma nonostante tutto capiamo che potrebbe cambiare, se solo qualcuno come Jessica credesse davvero in lui…
 Jessica Jones però non crede nelle persone. Alcoolista, attaccabrighe, vittima di disordine post-traumatico da stress (e poi, lo abbiamo già detto che è una stronza?) e maestra nell’allontanare le persone, specialmente quelle a cui tiene o a cui sente che potrebbe affezionarsi. La sua fragilità emerge fin da subito, insieme al senso di colpa per le azioni commesse sotto il controllo di Kilgrave («E se ti avesse veramente costretto il diavolo? Anche se lo dimostrassi la gente riuscirebbe a perdonarti? E tu, ti perdoneresti?»). La maggior parte delle azioni di Jessica ci farà “incazzare”, ma sempre con tacita rassegnazione: davvero sarebbe stato meglio scegliere un’altra strada? Probabilmente no. Pian piano capiremo che Jessica è una dei Buoni con la B maiuscola. Non vuole vendicarsi, non vuole riscattarsi, non vuole assicurare il suo “nemico” alla giustizia per liberarsi la coscienza. Non è un antieroe. È una vera e propria eroina, solo segnata così profondamente dalle esperienze che il suo carattere è stato costretto ad adattarsi agli eventi. E se all’inizio ci stava anche un pò antipatica (per usare un eufemismo), alla fine la ameremo incondizionatamente.
 Sarà Trish invece quella che ameremo fin da subito. Presentata come la migliore, nonché unica, amica di Jessica, fisicamente talmente simile alla Carol Danvers (Capitan Marvel) dei fumetti che è impossibile non pensare che ci sia della malizia dietro la scelta della splendida Rachel Taylor, è una conduttrice radiofonica, ex star della serie televisiva “It’s Patsy“, con un pessimo rapporto con la madre (che è anche madre adottiva di Jessica). Il rapporto tra le due è efficacemente descritto da Loeb, produttore esecutivo della serie, che evidenzia come «Queste due donne che sono quasi delle sorelle, non possano essere più diverse, e nonostante ciò credano nelle stesse cose. La domanda “cosa significa essere un eroe e quali sono le tue responsabilità quando hai dei poteri” è qualcosa che le unisce, ma al tempo stesso le divide continuamente». Trish è uno dei primi personaggi “vittima” di un gioco dei nomi che permea l’intera serie strizzando l’occhio (solo) ai Marvel fan più accaniti. Ma su questo torneremo più avanti.
 L’avvocatessa Jeri Hogart, una Carrie-Ann Moss perfetta per la parte suo malgrado (un’attrice con un novero estremamente limitato di espressioni, ma che in questa sede si rivelano esattamente quelle decisive), rimane fino alla fine il personaggio più ambiguo della serie, e quello moralmente più abietto («Kilgrave voleva una giacca di pelle, un concerto di violoncello e il sorriso ammiccante di una bella ragazza. Che grande spreco. Potrebbe risolvere tanti problemi con il suo dono»). Se è possibile riuscire a trovare una parvenza di giustificazione per le azioni di Kilgrave, non vale lo stesso per Jeri, che pur non innalzandosi mai al ruolo di antagonista, sarà il personaggio che farà precipitare la situazione… E che ne pagherà lo scotto. Lentamente, per alcuni versi indirettamente, ma inesorabilmente. Al punto che quando il momento arriverà, ci ritroveremo quasi inspiegabilmente a tremare per lei.

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Un personaggio solo parzialmente riuscito è invece quello dell’agente Will Simpson, interpretato da un Wil Traval senza infamia e senza lode, plagiato dal potere di Kilgrave per uccidere Trish e che poi, preda del rimorso, rimarrà vittima della propria sete di vendetta, nel vero senso della parola. Da agente spaesato e preda di un profondo senso di colpa, a amante della donna che aveva tentato di uccidere, a killer spietato sotto l’effetto di iperstimolanti chimici («Dammene una rossa») arrivati tramite una misteriosa organizzazione che forse ha a che fare anche con i poteri di Jessica, il passaggio (e l’impatto delle coincidenze) è davvero troppo breve. Interessante, molto, ma credibile solo a tratti. Forse portare sul piccolo schermo il Nuke dei fumetti non è stata la scelta migliore avendo a disposizione “solo” 13 episodi… Ma soprattutto avendo a disposizione migliaia di personaggi molto più funzionali al tipo di show che si è voluto delineare con Marvel’s Jessica Jones. 
In ultimo, e non a caso, Luke Cage. L’interesse amoroso di Jessica. Un pilastro della storia fumettistica Marvel, che qui manca in carisma al punto tale che i suoi momenti migliori sono quelli in cui il personaggio viene totalmente controllato da Kilgrave. Jessica ha ucciso sua moglie sotto l’influsso del criminale e in un tunnel di autocommiserazione e senso di colpa prima gli fa da stalker, poi ci finisce a letto, poi (forse) inizia ad innamorarsene. La storia fra i due non decolla per almeno un paio di meta-motivi, fra cui l’incompatibilità del loro possibile amore con l’andamento della trama e l’uscita a breve della serie personale di Luke, dove Jessica non apparirà neanche in un cameo (ma sarà poi vero…?). Perché legare in questo modo i due personaggi per poi non indagarne conseguenze e implicazioni? L’errore sembra talmente macroscopico e grossolano da indurre a pensare che una seconda serie sulla nostra Jessica Jones fosse già nei piani della Marvel, o che gran parte dei rumors e degli spoiler riguardanti Marvel’s Luke Cage siano in realtà da non considerare affatto. O forse il fatto che nel Marvel universe originale i due siano sposati e con prole ha portato ad inserire una sottotrama romantica della quale, in definitiva, non si sarebbe sentita la mancanza neanche a livello di costruzione e completezza del personaggio della stessa Jessica.

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LA RIVINCITA DEI NERD. IL (SUPER)POTERE DELLA DOPPIA LETTURA

Chi ha avuto il piacere di guardare Marvel’s Jessica Jones senza conoscere il personaggio e le sue implicazioni fumettistiche, si è trovato di fronte “soltanto” un prodotto di notevole fattura sia dal lato narrativo che da quello tecnico, dalla buonissima prova di tutto il cast principale e da gran parte di quello secondario, all’uso di una fotografia impeccabile tendente sempre più spesso al viola (quel porpora che rappresenta la paura, il male, lo smarrimento), a virtuosismi registici inusuali per un prodotto riservato al piccolo schermo (è da notare quanto i personaggi più ambigui vengano spesso riflessi da un qualche tipo di superficie).
Per chi invece conosce a fondo il fumetto ALIAS da cui è tratta la serie e l’universo Marvel classico in generale, si tratta di un’opera grandiosa. Krysten Ritter ricalca la Jessica dei comics in modo perfetto, con l’unica pecca di risultare troppo carina rispetto alla sua controparte (ma è un difetto che le riusciamo facilmente a perdonare). 
Sarebbe stato difficile portare nella serie tutto il complesso di comprimari che appaiono in ALIAS: si va da Carol Danvers, quel Capitan Marvel per la quale è previsto un film autonomo nel 2019, ad Ant-Man, che abbiamo già visto recentemente nei cinema, a Capitan America, a Spiderman, a Daredevil. Tutti nomi “troppo grandi” o già trattati per essere inseriti in una serie che in un certo senso rimane un pò di nicchia all’interno di quel Marvel Cinematic Universe (MCU) dove tutto è connesso: Daredevil e Jessica Jones non hanno le stesse pretese della serie Marvel’s Agents of shield, che ben si presta invece a fare da collante a quasi tutte le grandi produzioni Marvel (dai due film sugli Avengers, a Thor, a Capitan America: the Winter Soldier). I riferimenti sono centellinati e quasi inutili nell’economia delle due serie “urbane”, e solo la presenza dell’infermiera Claire, una inedita Rosario Dawson, fa da collante fra le due, facendoci per un attimo sobbalzare quando offre a Jessica l’aiuto di un suo “amico”(e facendoci imprecare in seguito al di lei rifiuto).
A sopperire alla eventuale mancanza di comprimari, gli autori hanno inserito altri personaggi, in un continuo e sottile gioco con lo spettatore (in realtà, solo con lo spettatore nerd) che fa acquistare alla serie una sorta di pacata epicità. Trish, come abbiamo già detto, è la perfetta controparte televisiva di Carol Danvers. Scritta in modo da ricalcarne il carattere e gli obiettivi, si rivela invece essere la Patsy Walker dei fumetti, meglio conosciuta come “Ex moglie di Satana” (si, alla Marvel non è neanche una delle cose più strane): Trish è infatti il diminutivo di Patricia, l’eroina di punta del filone romantico-adolescenziale della Timely Comics, antesignana della Marvel.
 Quando l’agente Will Simpson irrompe nella scena tentando di uccidere Trish, all’inizio nessuno penserebbe che sia destinato a tornare. Il cognome Simpson dovrebbe accendere qualche fioca lampadina, ma si tratta di un poliziotto qualsiasi, un povero sfigato… E invece, man mano che la sua caratterizzazione prende forma, scopriamo che si tratta di Nuke, altro personaggio che nei fumetti non ha nulla a che vedere con Jessica ed i suoi ambienti, un esperimento (fallito) teso a creare un nuovo Capitan America ma che ha invece dato vita ad una macchina assassina squilibrata e difficilmente controllabile. La revisione delle origini di Frank (qui Will) Simpson porta in scena un Nuke fumettistico perfetto, con tutta la sua imprevedibilità, il suo senso del dovere, le sue pillole bianche, rosse e blu. Ma evidentemente l’esperimento è destinato di nuovo a fallire, non riuscendo a far decollare nè il personaggio nè la storyline (che però pare direttamente proiettata verso una seconda stagione).
 Jeri Hogart è un avvocato che all’inizio sembra andare a colmare la vacanza del Daredevil fumettistico e del suo rapporto con Jessica. Ma anche no. Anche qui veniamo presi in giro quando la vera natura di Jeri emerge in tutta la sua completezza, delineando ben più di un personaggio di supporto. Inoltre, perché al contrario della sua controparte nei fumetti, Jeri è una donna? Non sappiamo propriamente rispondere a questa domanda e rigettiamo le teorie per le quali Jessica Jones vorrebbe da una parte sbandierare una sorta di femminismo postmoderno e dall’altra accaparrarsi l’audience delle categorie omosessuali; ciò che è certo è che la Hogarth funziona, di brutto, e le scene di cui è protagonista hanno un estremo bisogno della femminilità del personaggio per mantenerne l’ambiguità di fondo e per mostrarne infine le fragilità.

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SEASON FINALE E SERIES FINALE. QUANDO L’ANTAGONISTA RUBA (CONTROLLA?) LA SCENA

Arrivati alla fine della nostra analisi, dobbiamo parlare del finale della serie. La fine della lotta fra Jessica e Kilgrave. La fine del conflitto fra un bene e un male che nelle ultime battute hanno trovato finalmente una connotazione definitiva: non c’è più macchia negli intenti di Jessica come non c’è più alcuna speranza di redenzione per un iperpotenziato Kilgrave. Quel finale verso il quale gli eventi ci hanno accompagnato a bocca aperta, che non riusciamo ad immaginare ma che, siamo sicuri, sarà talmente denso di epicità da portarci le lacrime agli occhi. Che forse porterà alla morte di qualcuno dei personaggi principali. Che forse… Uh, che forse è talmente ingenuo da farci dubitare che sia davvero reale.
 No, non ci va giù.
 Intendiamoci, è un bel finale. Jessica sconfigge e uccide il cattivo, con l’aiuto dell’amica di sempre Trish e mettendo fine all’incubo. Ma non è un finale all’altezza della serie, non ne rispecchia la profondità, non le rende giustizia. Troppo lineare e troppo semplice, addirittura anche a livello registico e interpretativo. Il piano e il dialogo finale di Kilgrave non sono degni del personaggio, dell’uso magistrale che gli autori hanno fatto del suo potere e delle sue potenzialità (la scena del tizio che invece di uccidere il padre di Kilgrave lo infila pezzo per pezzo nel tritarifiuti perché ha ricevuto l’ordine di farlo «sparire dalla faccia della terra» merita una menzione d’onore).
E poi, guardiamo in faccia la realtà: Marvel’s Jessica Jones non può esistere senza Kilgrave. L’antagonista è stato il fulcro e il motore dell’intera vicenda, la chiave di volta su cui tutta la struttura si teneva in perfetto equilibrio; un “cattivo” esemplare che per molti pare sia riuscito a scavalcare il Joker di Heath Ledger in Batman.
La sua (seconda) morte è ormai definitiva, impossibile prevederne un ritorno: ci si chiede se Marvel e Netflix saranno talmente coraggiose da affrontare un’intera eventuale seconda stagione senza di lui. 
Quindi, sentiremo ancora parlare di Jessica sul piccolo schermo? 
Speriamo di si. 
E speriamo, anche se ci sembra quasi impossibile, agli stessi livelli.

JESSICA JONES: DETTAGLI SULLA SECONDA STAGIONE

QUI LA NOSTRA INTERVISTA a Krysten Ritter e Carrie-Anne Moss!

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