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Il viaggio di Arlo – La recensione del nuovo film Pixar

Il viaggio di Arlo – La recensione del nuovo film Pixar

Di Lorenzo Pedrazzi

C’è un curioso parallelismo che lega Il viaggio di Arlo a un punto nodale della storia del cinema d’animazione: era il 1914 quando Winsor McCay – con un sforzo immane, poiché lui e i suoi collaboratori dovettero disegnare a mano ogni singolo fotogramma – realizzò il seminale Gertie the Dinosaur, cortometraggio a tecnica mista che segnò la nascita della personality animation. Gertie, l’apatosaura eponima, si presentava al pubblico con tutta la sua giocosa esuberanza, facendo dispetti agli altri animali, divorando rocce e alberi interi, bevendosi tutta l’acqua di un lago e ballando al ritmo della musica: in parole povere, Gertie aveva una personalità e un carattere ben riconoscibili, era un vero e proprio personaggio. Settantadue anni dopo, la Pixar lanciò Luxo Jr. (1986), e introdusse la personality animation anche nell’animazione digitale, spianando la strada al suo futuro successo.

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È quindi significativo – per quanto, forse, involontario – che la Pixar abbia prodotto un film con un apatosauro nel ruolo di protagonista, chiudendo un cerchio tra il passato e il presente di quest’arte mutevole. Il viaggio di Arlo è forse la sua opera più palesemente rivolta all’infanzia, poiché del cinema fanciullesco replica tòpoi e sviluppi narrativi: il primo lungometraggio di Peter Sohn, già regista del corto Parzialmente nuvoloso, reinterpreta il viaggio come un percorso di crescita ed esorcizzazione, dove Arlo impara a superare le proprie paure e rendersi indipendente, nella tradizione dei racconti formativi che inducono il giovane pubblico a identificarsi col protagonista. Il dinosauro si ritrova lontano da casa, senza punti di riferimento né figure genitoriali che lo proteggano dalle sue fobie, e deve affrontare un lungo cammino per tornare alla fattoria della sua famiglia prima che l’inverno distrugga il raccolto. Per fortuna, al suo fianco c’è Spot, un cucciolo di umano che lo segue come un cagnolino: in questa incursione della Pixar nella storia alternativa, non solo i dinosauri non si sono estinti, ma sono persino più “evoluti” dell’uomo in termini di organizzazione sociale. Mentre gli umani praticano ancora il nomadismo, i dinosauri hanno una vita stanziale e vivono di agricoltura (come la famiglia di Arlo) oppure allevano il bestiame e lo spostano verso sud durante la stagione fredda (come i tirannosauri-mandriani che, abbandonate le loro attitudini predatorie in luogo di un’esistenza più civile, aiutano il protagonista nella sua avventura).

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L’idea più innovativa e spiazzante de Il viaggio di Arlo è proprio questa: Peter Sohn rilegge i dinosauri come i pionieri del vecchio West, inserendo i codici rappresentativi del genere western in un contesto completamente diverso. Tale rimediazione dei cliché cinematografici – tipica della Pixar – dà luogo ad alcune tra le sequenze più suggestive del film (soprattutto la “cavalcata” al tramonto con il bestiame) e caratterizza i personaggi alla stregua di grandi esploratori della frontiera, alienati dalla solitudine, rinvigoriti dal pericolo o resi folli dalle inclemenze della natura, come lo psicopatico villain che sostiene di aver “guardato la tempesta negli occhi”. Per il resto, si tratta di un’opera più convenzionale rispetto agli standard della Pixar (tant’è che celebra la famiglia tradizionale, non quella disfunzionale o allargata) e lascia trasparire gli influssi di alcuni classici dell’animazione contemporanea: da Alla ricerca della Valle Incantata a L’era glaciale, passando per Il Re Leone, i temi del viaggio, della crescita, dell’elaborazione del lutto e della solidarietà fra “diversi” confluiscono direttamente nel film di Sohn, replicando meccanismi già noti ma ancora efficaci, sia sul piano emotivo sia su quello pedagogico.

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In questa predilezione per l’infanzia, anche l’umorismo risponde alle medesime esigenze. Le gag sono buffe, tenere, basate sulla comicità fisica più che verbale, con ben poche allusioni indirizzate al pubblico adulto. Le sporadiche concessioni al cinismo e ai deliri allucinatori (come nella scena in cui Spot e Arlo mangiano frutti andati a male) sono una piacevole deviazione dai percorsi prestabiliti, e rivelano una costruzione creativa multiforme ed eterogenea, figlia di una lavorazione un po’ travagliata che ha coinvolto molti autori diversi. Ciononostante, il risultato finale brilla per la delicatezza di certi passaggi narrativi e per la bizzarria delle sue creature animalesche o antropomorfe, peraltro accompagnate con eleganza dalle musiche di Mychael e Jeff Danna. Sotto questo punto di vista, l’idea di coniugare personaggi stilizzati e ambienti fotorealistici si rivela vincente: la semplicità del character design è un po’ straniante di primo acchito, ma si amalgama perfettamente all’incredibile qualità della CGI (l’acqua, il terreno, le piante… tutto appare concreto e verosimile), pur stabilendo una distanza tra i personaggi e una natura misteriosa, spesso minacciosa, che incarna il vero antagonista del film. Solo attraversando le sue manifestazioni apocalittiche, Arlo potrà diventare adulto e tornare a casa, con un nuova consapevolezza di se stesso come individuo e come parte integrante di un nucleo sociale.

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Il viaggio di Arlo è uscito nelle sale italiane il 25 novembre. A questo link trovate la pagina Facebook del film. #IlViaggioDiArlo

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