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Suburra – La recensione di Roberto Recchioni

Suburra – La recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

Prima di parlare direttamente di Suburra, è meglio che chiarisca alcuni punti:

PUNTO NUMERO UNO: SONO UN FAN DI SOLLIMA

No, non è corretto. Stefano Sollima è il mio eroe.

È il mio eroe perché rappresenta esattamente il tipo di narratore di cui il cinema il cinema italiano ha bisogno. Prima di tutto perché fa film e serie televisive di genere, cosa che in Italia si è smesso di fare dai primi anni ’80. Secondo poi perché racconta storie di genere, calate nel tessuto italiano, ambientate a casa nostra, per le nostre strade, non come i vari Sorrentino e Muccino che appena hanno potuto si sono messi a fare film con protagonisti e vicende americane. Il terzo motivo è che queste storie di genere e calate nel tessuto italiano, Sollima le intreccia con la cronaca del nostro paese, senza per questo sentirsi obbligato a rispettarla ma, piuttosto, piegandola alle ragioni della narrativa. In pratica, quello che gli americani fanno con la loro storia fin dalla nascita del cinema. Infine, perché pur facendo film di genere, calati nel tessuto italiano e intrecciati con la cronaca, Sollima non fa film che hanno finalità di denuncia o impegnati. Semplicemente, cerca di raccontare delle belle storie.

PUNTO NUMERO DUE: SONO UN APPASSIONATO DI NARRATIVA HARD BOILED E CRIME

Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Spillane, Jim Thompson, James Ellroy, James Crumley, Giancarlo De Cataldo, Howard Hawk, Don Siegel, Francis Ford Coppola, Michael Cimino, Martin Scorsese, William Friedkin, Michael Mann, John Woo, David Chase, David Simon, Frank Miller, sono solo alcuni dei miei santi preferiti.

PUNTO NUMERO TRE: SONO UN ROMANO INNAMORATO DELLA SUA CITTA’ E A TUTTO QUELLO CHE LA RACCONTA

Che siano storie d’amore e de coltello, poesie del Trilussa, stornelli cantati da Gabriella Ferri (o dagli Ardecore), romanzi di Pasolini o di De Cataldo, io prendo tutto. Quando si parla della Capitale, l’unica cosa a cui sono davvero allergico sono le storie che nascono da Roma Nord e scritte per quelli di Roma Nord e i romanzi di “quelli del Pigneto”.

PUNTO NUMERO QUATTRO: AMO MOLTISSIMO ANCHE IL GENERE WESTERN.

E se vi state chiedendo cosa c’entri questo con un film che parla di politica e criminalità romana, vuol dire che non siete di Roma.

PUNTO NUMERO CINQUE: ho vissuto per anni in quartieri come Torpignattara, Tuscolana e Ostia Lido (e questo forse spiega la mia avversione per Roma Nord).

PUNTO NUMERO SEI: ci sono tanti attori italiani che mi piacciono molto e che vorrei vedere in parti più interessanti di quelle che gli offrono normalmente.

Detto questo parliamo del film.

Che per me è, quasi, bellissimo.

suburra-copertina
Il “quasi” ve lo spiego dopo, che non è così importante. Partiamo dalle moltissime cose buone.

La regia. Se Sollima ha un difetto, è che il suo sguardo è un poco troppo chiuso, troppo televisivo. Il suo occhio non va mai più in la di quelli che sono i confini del tubo catodico. Questa debolezza è stata già in parte mitigata in Gomorra e con Suburra si fa un ulteriore passo in avanti. Campi lunghi, totali, momenti in cui il film respira e ti racconta un mondo. La frontiera sconfinata di Sentieri Selvaggi di John Ford è lontanissima sia chiaro, e anche la Los Angeles di Michael Mann, nonostante tutto l’asfalto bagnato e le luci al neon, appare ancora irraggiungibile. Però la Roma raccontata da Suburra è ben diversa dalle due inquadrature strette, strette sulla facciata di un baretto della serie televisiva di Romanzo Criminale.

Quella che non è mai stata una debolezza di Sollima, invece, è la sua solidità di narratore e il suo senso del ritmo. In poche parole, lui una storia riesce a farla funzionare anche quando lo script ha delle debolezze. E dato che la sceneggiatura di Suburra di debolezze non ne ha molte, le cose filano che è una meraviglia. In più, Sollima sa lavorare con gli attori, tirando fuori interpretazioni straordinarie da quelli bravi, e più che decenti da quelli cani. E la sua Roma, questa volta, è popolata solo di attori bravissimi, Elio Germano, al sempre più notevole Alessandro Borghi (che qui sembra quasi un giovane Giancarlo Giannini) a Greta Scarano (davvero impressionante la sua crescita attoriale da Romanzo Criminale a Suburra), passando per Pierfrancesco Favino, Giulia Elettra Gorietti, Adamo Dionisi, il giovane (e bravissimo) Giacomo Ferrara, arrivando fino ad un maestoso Claudio Amendola, mai così bravo, mai così in parte, mai così misurato (con buona pace dell’avvocato di Massimo Carminati che lo ha definito come “troppo becero” per interpretare un personaggio ispirato a quel gentiluomo di cui è il difensore).

Sul fronte immagini è doveroso sottolineare l’ottimo lavoro di luci e fotografia ad opera, rispettivamente, di Paolo Carnera e Patrizio Marone.

Ottimo anche il montaggio e il lavoro di color correction. Certo nelle scene notturne, ogni tanto si ha quasi l’impressione di essere tornati a Scampia e che da un momento all’altro da dietro un angolo debba spuntare Ciro L’immortale di Gomorra, ma quando il sole è alto e il cielo di Roma si riflette sul mare di Ostia, il film acquista un personalità propria che è quella che poi lo spettatore si porterà a casa, una volta conclusa la visione. Valida anche la colonna sonora. Qualche volta suona un pelo troppo simile a quella che Vangelis compose per Blade Runner, ma va bene anche per questo.

Ultima nota positiva per il lavoro fatto dal reparto costumi: eccezionale e caratterizzante per ogni personaggio ma che raggiunge l’apice nell’impermeabile da scooter indossato dal Samurai (il personaggio interpretato da Amendola), che diventa quasi lo spolverino di uno spietato pistolero del Far West e che iconizza il personaggio sin dalla sua prima apparizione a schermo.

Ma allora, se tutto è così bello, perché quel “quasi”?

Piccole sbavature.

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Nella sceneggiatura, per esempio, che si dipana per quasi due ore, descrivendoci uno scenario ampissimo, ma che non decolla mai fino in fondo. È vero che tutto è giocato sull’anticlimax per non trasformare mai le figure degli criminali che De Cataldo e Sollima hanno deciso di raccontare in eroi romantici (errore che era stato invece commesso nella seconda stagione di Romanzo Criminale)… però, forse l’opera di smitizzazione è sin troppo insistita. Tutte le morti, gli ammazzamenti, le sparatorie e le esecuzioni presenti nella pellicola sono raccontate in maniera asciutta e per nulla compiaciuta. E per quanto questo sia piuttosto stimabile, alla fine del film manca (forse) quella catarsi drammatica che avrebbe chiuso il cerchio e appagato tutti.

E questa mancanza di afflato drammatico, forse l’ha avvertita anche lo stesso Sollima che in un paio di scene carica tutto il peso emotivo sulle spalle di un commento musicale un pelo troppo invasivo e didascalico, specie perché le immagini sullo schermo sembrano quasi andare in direzione opposta. Altra debolezza (in questo caso congenita a causa della natura produttiva ibrida) della pellicola è che per quanto Suburra sia cinema migliore di tutto il resto dell’italica produzione, ha qualcosa di televisivo in sé. Avete presente quando si dice che “ormai le serie televisive americane sembrano film di quelli che vanno in sala”? Ecco, Suburra sembra il lungo l’episodio pilota di una serie televisiva americana che sembra un film di quelli che vanno in sala. E in effetti, se da noi la pellicola viene distribuita nel circuito cinematografico, in USA è già uscita direttamente su Netflix, lasciando in attesa il pubblico della serie tv che effettivamente la seguirà (e che io non vedo l’ora di vedere).

Ma sia chiaro, questa è roba di poco conto, sfumature opinabili e del tutto soggettive che non inficiano in nessuna maniera un quadro complessivo di valore assoluto.

Suburra è un bel film e merita che voi lo sosteniate pagando il biglietto. Anche un paio di volte.

suburra roberto recchioni screenweek
QUI SOPRA LA VIGNETTA ESCLUSIVA DI ROBERTO RECCHIONI PER SCREENWEEK.IT

Suburra è ora nelle sale italiane. Cliccate sulla scheda sottostante per scoprire il trailer, tutte le curiosità sul film, e per VOTARLO.

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