“Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” dice una celebre frase di David Foster Wallace, e Laurie Anderson insegue gli spettri del suo cuore in un film meraviglioso e dolente, secondo lungometraggio della musicista americana dopo il film-concerto Home of the Brave (1986).
La scomparsa del marito Lou Reed ha indubbiamento esercitato un’influenza decisiva su Heart of a Dog, come se il cinema fosse l’unica forma d’arte in grado di dare corpo alle pulsioni che si agitavano nel suo petto, stimolandola nella realizzazione di un saggio visivo che si nutre di autobiografismo, ma lo trascende per diventare universale. Laurie Anderson adotta una narrazione liquida, ricca di suggestioni e meditazioni, dove la cagnolina Lolabelle assume una centralità simbolica: è il ricordo delle sue imprese ad accendere il pensiero della regista, che imbastisce un’opera sfuggente, fatta di materiali compositi (animazione, filmini privati, artifizi grafici, sovrapposizioni…) immersi nel flusso di coscienza del suo mondo interiore.
Ben presto, nella storia di Lolabelle si sviluppa una riflessione sulla morte, poiché Heart of a Dog cela un valore catartico: Anderson parte dalle sue memorie più intime, le culla con la dolcezza della sua voce, e infine approda all’elaborazione del lutto attraverso l’esplorazione poetica del “bardo”, il periodo di 49 giorni che – secondo la filosofia buddista – prepara la coscienza a entrare in una nuova forma di vita. È davvero uno stream of consciousness quello che si dipana davanti ai nostri occhi, affastellato di teorie sul linguaggio, sull’origine dei sogni e sui tranelli del racconto, intrecciate a ricordi autobiografici (la madre, i fratelli, il periodo trascorso in ospedale dopo un incidente in piscina) e fantasie infantili. È tutto concatenato, ogni singolo elemento fa parte di un orizzonte mutevole che la regista dipinge con tratto delicatissimo, spesso guidato dalle stesse leggi che governano i sogni: i contorni sfumano, le atmosfere si fanno lisergiche, il discorso procede per associazioni.
Laurie Anderson si chiede se questo nostro delirio emotivo sia “un pellegrinaggio”, ma se così fosse, quale sarebbe la destinazione? Il film non offre risposte, ma soltanto alcune possibili interpretazioni dell’enigma, riecheggiando dentro tutti noi come un richiamo ancestrale. Gli spettri, ormai, sono troppo lontani, e di certo non possono tornare indietro: Heart of a Dog sarà pure una storia di fantasmi, ma è anche un’immensa, allucinata, toccante storia d’amore.
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