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Black Mass – La recensione del film con Johnny Depp #Venezia72

Black Mass – La recensione del film con Johnny Depp #Venezia72

Di Lorenzo Pedrazzi

Non c’è dubbio che Scott Cooper stia ancora cercando la propria poetica (Crazy Heart e Out of the Furnace sono film alquanto diversi tra loro), ma Black Mass – L’ultimo gangster lo proietta verso una maturazione registica che si avvicina ai campioni del cinema “classico”, seppure contaminato da alcune suggestioni della New Hollywood.

La storia di James “Whitey” Bulger, il boss di South Boston che ha dominato la città fra gli anni Settanta e gli Ottanta, permette a Cooper di trovare non solo una maggiore solidità narrativa, ma anche una più spiccata limpidezza tematica: la sceneggiatura di Mark Mallouk e Jez Butterworth (basata sul libro di Dick Lehr e Gerard O’Neill) ritrae Bulger come un prodotto del “sistema”, legittimato in via ufficiosa dal consenso dell’FBI, che aveva bisogno del suo aiuto per sradicare la mafia italiana e gli permise tacitamente di prenderne il posto nella gestione dei traffici illeciti. In tal senso, l’ambiguità delle istituzioni è ben rappresentata dal John Connolly di Joel Edgerton, emblema di quella tendenza al compromesso che digrada lentamente nella corruzione.

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Cooper cerca le sfumature, le contraddizioni, i lampi luminosi che tagliano l’ombra: l’umanità di Bulger non è mai messa in discussione, ed emerge dall’affetto con cui si prende cura del vicinato, del figlio o della madre, fedele all’antico retaggio della malavita più territoriale (nonché affezionata alle proprie origini: l’orgoglio irlandese di Whitey lo conduce a supportare i piani dell’IRA). L’influenza di Scorsese è piuttosto evidente, mentre l’attenzione per i primissimi piani e la scelta del campo-controcampo con lo sguardo in macchina – onnipresente nelle scene degli interrogatori – reca i segni di un altro grande cineasta americano, Jonathan Demme, con i personaggi che paiono confessare i propri crimini direttamente allo spettatore. I volti, incisi dal tempo e dalla violenza, hanno una notevole forza espressiva.

Lo stesso Johnny Depp, nonostante un trucco che a prima vista sembra imbalsamarlo un po’ troppo, è bravo a lasciar trasparire i conflitti che straziano il personaggio: la sua interpretazione vanta un’intensità mimetica che si riverbera nella modulazione della voce, nella prossemica e nella postura, ricavate dai filmati di repertorio in cui compare Bulger (visibili durante i titoli di coda). Da segnalare anche Benedict Cumberbatch nel ruolo del fratello di Whitey, il senatore Bill Bulger, con un credibile accento bostoniano che gli conferisce una parlata “alla Kennedy”.

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Gli unici frangenti in cui Cooper rischia di perdere il filo sono quelli che riguardano la vita privata di Whitey, in particolare il rapporto fantasmatico con la compagna Lindsey Cyr, piuttosto fragile sul piano narrativo poiché privo di un background adeguato: non a caso, il personaggio interpretato da Dakota Johnson scompare senza lasciare traccia. Poco male, comunque: Black Mass resta un validissimo gangster movie che dipinge un quadro d’epoca dai toni lividi, dove il racconto si avvale di una progressione drammatica, greve, impostata sull’affascinante colonna sonora dell’olandese Tom Holkenborg (lo stesso di Mad Max: Fury Road).

Finora, il miglior film di Scott Cooper.

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Black Mass – L’ultimo gangster è stato presentato fuori concorso alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e uscirà nelle italiane il prossimo 8 ottobre. Per maggiori informazioni potete consultare la scheda del film sul sito Warner Bros.

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