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Nato in Virginia nel 1970, Scott Cooper si è avvicinato al mondo del cinema come attore, studiando al prestigioso Lee Strasberg Institute di New York. La svolta della sua carriera è arrivata però nel 2009, quando il suo esordio alla regia, Crazy Heart, ha raccolto un grande successo di critica, guadagnando tre nominaton agli Oscar e vincendone due (Miglior Attore Protagonista a Jeff Bridges e Miglior Canzone Originale a The Weary Kind). Il suo film successivo, Out of the Furnace, ha partecipato al Festival di Roma nel 2013, dove ha conquistato il Premio Taodue Camera d’oro per la Migliore Opera Prima/Seconda, mentre la sua terza regia è Black Mass – L’ultimo gangster, biopic sul famigerato boss del crimine James “Whitey” Bulger, che la Warner Bros. distribuirà nelle sale italiane dal prossimo 8 ottobre.
Black Mass è stato presentato Fuori Concorso alla 72ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, e noi di ScreenWeek abbiamo incontrato Scott Cooper per parlare del film, della performance di Johnny Depp, delle sue influenze cinematografiche e altro ancora.
La tua filmografia sembra in costante evoluzione, poiché i tuoi film sono piuttosto diversi l’uno dall’altro: per quale ragione hai scelto di raccontare la storia di Whitey Bulger? Quali elementi hanno suscitato il tuo interesse?
Beh, Whitey Bulger è stato arrestato a un paio di miglia da dove vivo a Los Angeles, ma anche quando vivevo a New York, molti anni fa, sentivo parlare di lui, del fatto che agiva impunemente nella città di Boston. Il fatto che lui fosse il criminale più potente di Boston, e suo fratello il politico più potente di Boston, e il suo amico d’infanzia un agente dell’FBI, tutti di South Boston, nel Massachusets… questi elementi consentivano di trarne una meravigliosa esperienza cinematografica. Ho pensato che mi avrebbe permesso di esplorare il sottobosco criminale di Boston da una prospettiva molto umana.
In effetti è un personaggio con cui, a tratti, ci si può quasi identificare: si prende cura del vicinato, ama sua madre e suo figlio… si può dire quindi che renderlo “umano” fosse uno dei tuoi obiettivi?
Esatto. Non volevo che Whitey Bulger apparisse come un cattivo monodimensionale, è una cosa che abbiamo visto già molte volte in altri film, e abbiamo le prove che non fosse vero. Molte persone che vivevano a South Boston mi hanno detto che per loro era una specie di Robin Hood, e pare che fosse molto affezionato a suo figlio, lo amava teneramente. Si trattava di trovare quei momenti di umanità, perché alla fine sappiamo che era diabolico e che ha causato molte sofferenze a tante persone, quindi era importante per me trovare un approccio umanista al film, perché il gangster movie è un genere fondamentale in America. Alcuni dei migliori film americani di sempre sono film di gangster, quindi l’asticella è molto alta, ed è difficile pareggiarla. E non ci ho nemmeno provato, volevo solo fare uno sforzo umanista per penetrare nella mente di uno psicopatico.
A questo proposito, c’è qualche film del passato che hai preso come modello?
Beh, ovviamente sono stato molto influenzato dai primi due capitoli de Il padrino, ma uno dei miei film preferiti, tra quelli recenti, è Gomorra di Matteo Garrone, che adoro; oppure Il profeta di Jacques Audiard. Ho tratto ispirazione da molte fonti diverse, anche da La conversazione di Coppola e Tutti gli uomini del presidente di Pakula, quest’ultimo per le sequenze dell’FBI. Quindi tutte queste cose mi hanno influenzato, ma subisco soprattutto l’influenza della musica e dell’arte, ad esempio l’opera di Caravaggio, la sua luce molto drammatica e le sue ombre profonde, che ho cercato di evocare nella fotografia.
Ho notato che usi molti primissimi piani sui volti dei personaggi, che ci permettono di vedere tutti i segni del tempo sulla loro pelle, e i risultati sono molto espressivi. Come hai lavorato su questo aspetto?
Per me era importante che il pubblico sentisse il film attraverso i personaggi, che lo vivesse attraverso di loro come se ne facesse parte, e ho pensato che più avessi avvicinato la macchina da presa, più l’effetto sarebbe stato soffocante. Claustrofobico. Ti fa sentire come se fossi lì con loro, ma al contempo restituisce anche l’impressione di una sorveglianza continua. Per immergermi nella loro anima – che fosse oscura come quella di Whitey Bulger, tenera come quella di un bambino, o umana come quella di una madre – ho sentito il bisogno di avvicinarmi il più possibile.
Ho apprezzato il fatto che a volte i personaggi guardino direttamente in camera: mi ha ricordato un espediente usato spesso da Jonathan Demme nei suoi film.
Sì, la prima inquadratura un primissimo piano su Jesse Plemons, che ha un volto fantastico.
Quell’inquadratura è molto potente, in effetti. Poi ovviamente c’è la splendida performance di Johnny Depp, molto intensa, anche per il modo in cui parla e cammina: come hai costruito il personaggio insieme a lui?
Beh, io e Johnny abbiamo avuto accesso ai filmati e alle foto di Whitey Bulger, e Johnny ha studiato il suo modo di muoversi, la sua gestualità, il suo modo di parlare e il suo aspetto fisico. Si può vedere sui titoli di coda del film, quello è il vero Whitey Bulger. Johnny gli somiglia molto, talmente tanto che l’avvocato storico di Whitey, quando è venuto sul set, ha detto che è stato agghiacciante vedere quanto Johnny gli somiglia: è uguale a lui, ha un accento perfetto, si muove come lui. Mi ha detto “Scotty, è incredibile, non posso crederci”.
Uno degli aspetti più interessanti del film è il fatto che Whitey Bulger viene ritratto come un prodotto del “sistema”: quindi è così che lo vedi, come un errore delle istituzioni federali?
Proprio così. È stato in prigione, e sappiamo bene che le condizioni in carcere sono deplorevoli. È stato sottoposto a esperimenti con l’LSD. Viene da chiedersi: com’è possibile che un uomo passi dalle prigioni più famigerate d’America, mentre suo fratello vive una vita molto rispettabile e diventa un politico molto potente al servizio della comunità? Il DNA è lo stesso, cos’è andato storto? E forse la colpa è proprio delle istituzioni.
Il personaggio di Dakota Johnson, invece, a un certo punto sparisce: anche questo aspetto è basato sulla realtà?
Sì, si sono lasciati dopo la morte del figlio. Quello è stato il momento in cui Whitey ha comunciato a cambiare. Lei si è allontanata da lui, un po’ come fa Julianne Nicholson quando il rapporto con Whitey Bulger tende a infettare suo marito. Queste donne sono la coscienza morale del film. Non ci sono eroi, ed è un mondo di uomini molto complessi e complicati. Queste donne aiutano a proiettare una luce su di loro: volevo che soprattutto il personaggio di Dakota Johnson mostrasse un lato molto diverso di Whitey Bulger, un lato tenero, e lo stesso vale per Julianne Nicholson con John Connolly.
Anche Joel Edgerton cambia il suo modo di parlare e camminare quando il suo rapporto con Whitey diventa più profondo.
Esatto. Credo che la performance di Joel sia notevole in questo film, perché deve indossare molte facce diverse: una con sua moglie, una con Kevin Bacon, una con Whitey Bulger. È un’interprtazione molto ambiguo, forte ed emotiva. Credo sia una delle sue performance migliori, se non la migliore.
In effetti, tutti gli attori sono molto bravi, anche nei ruoli più piccoli. Benedict Cumberbatch, ad esempio, che recita con l’accento americano…
Oh, lui sembra proprio Billy Bulger, che ha un accento molto diverso dal fratello. È simile a quello di Kennedy. Ma, d’altra parte, Billy Bulger era un attore perché era un politico, e i politici sono proprio così.
Anche la musica è molto potente, aiuta la progressione drammatica del film: in alcune scene, quando la colonna sonora diventa più forte, si sente molto la tensione drammatica.
Sì, il mio compositore è olandese, Tom Holkenborg, e il suo nickname è Junkie XL, potresti aver sentito le sue musiche anche in Mad Max. Sapevo che sarebbe stato in grado di catturare il ventre della storia e del mondo criminale di Boston. Le sue musiche hanno un’escalation drammatica, fanno sentire la tensione, ma non sono mai soverchianti. Puoi sentirne gli effetti, consciamente o inconsciamente.
Chiudo con una domanda un po’ fuori contesto, ma sono curioso: saresti interessato a dirigere un grande blockbuster, se ne avessi l’opportunità?
Beh, ne ho avuto la possibilità in molte occasioni. Ho scelto di non farlo perché voglio raccontare storie molto umane, ma ammiro quei registi che raccontano quelle storie. È solo che preferisco giocare nel mio angolino e reggere uno specchio che riflette l’umanità.
Nei grandi blockbuster spesso non possono farlo.
No, però servono comunque uno scopo, hanno una funzione di intrattenimento. Ma per lo più non sono interessato.
Black Mass – L’ultimo gangster è stato presentato fuori concorso alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e uscirà nelle italiane il prossimo 8 ottobre. Il cast comprende Johnny Depp, Joel Edgerton, Benedict Cumberbatch e Dakota Johnson. Per maggiori informazioni potete consultare la scheda del film sul sito Warner Bros.
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