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Beasts of No Nation – La recensione del film di Cary Fukunaga #Venezia72

Beasts of No Nation – La recensione del film di Cary Fukunaga #Venezia72

Di Lorenzo Pedrazzi

In una nazione imprecisata dell’Africa occidentale (emblema di ogni nazione africana martoriata dalla guerra), il piccolo Agu vive una vita relativamente tranquilla e serena, circondato dall’amore della famiglia e dalla compagnia degli amici. Le sue giornate sono ricche di giochi, scherzi e innocui espedienti per guadagnare qualche soldo, ma un giorno la guerra si riversa anche sul suo villaggio: separato dalla madre, il bambino assiste alla morte del padre e del fratello per mano dei soldati, e vaga nella boscaglia finché non viene intercettato dalla fazione militare del carismatico Comandante, un uomo che promette grandi ricchezze dopo la vittoria del conflitto. Agu, costretto ad arruolarsi, vede la sua infanzia cadere in pezzi, sostituita da un orrore fragoroso e raggelante…

L’incipit di Beasts of No Nation sfiora la commedia di matrice “etnica” con pennellate d’ironia fanciullesca, e si mostra luminoso e allegro come l’infanzia di Agu, toccando persino il clima sospeso della fiaba. Ma Cary Fukunaga lo mette subito in chiaro: è solo un’illusione. Il film segue i mutamenti psicologici ed emotivi del giovane protagonista, sfociando in un dramma bellico di proporzioni titaniche, intimo ed epico al tempo stesso. D’altra parte, non è affatto semplice restituire la condizione dei bambini-soldato agli occhi del pubblico occidentale, e Fukunaga lo sa bene: la rappresentazione iperrealistica della violenza – oltre a squarciare il quadro semi-idilliaco del prologo – genera uno shock istantaneo, brutale, unico mezzo per stimolare consapevolezza. Assistiamo così al racconto di una formazione deviata, un invecchiamento repentino attraverso la guerra: la parabola di Agu comincia dall’infanzia e lo condice all’età adulta, ma solo nel giro di pochi mesi. Lo straordinario Abraham Attah (rivelazione di Venezia 72 dopo un solo giorno di festival) somatizza il cambiamento nella durezza della sua mimica facciale, assorbendo l’orrore in profondità.

beastsofnonation

Impossibile non pensare a Meridiano di sangue di McCarthy, altro viaggio formativo nelle più spaventose declinazioni della natura umana, ma Beasts of No Nation ci mostra una realtà contemporanea, è qualcosa che sta succedendo anche adesso, in questo preciso istante. E Fukunaga trova la sua chiave narrativa nel ribaltamento del punto di vista: Agu diventa proprio ciò da cui stava fuggendo, si trasforma in una di quelle “bestie” che hanno ucciso suo padre e suo fratello. Il bambino è vittima di un processo manipolatorio che elimina l’identità individuale e sovverte la realtà sia con tecniche da neolingua orwelliana («Combattete e uccidete tutti coloro che distruggono la pace!») sia con riti iniziatici di origine tribale, favorendo l’identificazione completa nel proprio battaglione, oltre alla fedeltà incondizionata nel Comandante. L’ottimo Idris Elba – attore dal mirabile talento eclettico – incarna un leader ambiguo e straripante, padre, padrone, alleato e carnefice allo stesso tempo: eppure, anche lui è soltanto una pedina disperata in un gioco politico più grande, e le sue ambizioni alla Kurtz sono destinate a fallire.

Fukunaga sfoggia quel talento visivo che gli è stato globalmente riconosciuto dopo True Detective, e anche stavolta dimostra una spiccata tendenza a diluire i personaggi nel contesto ambientale, valorizzando la natura tetra e rigogliosa con suggestivi campi lunghi, talmente ricchi da sfiorare l’horror vacui. Quando mette in scena il delirio della guerra, con i giovani soldati immersi nel liquido amniotico della droga brown brown, l’immagine si fa rarefatta, e le ottime musiche di Dan Romer crescono d’intensità fino a diventare quasi insostenibili.

Questa Crociata dei bambini non è senza speranza, ma i suoi effetti sono duraturi, forse infiniti. Lo leggiamo sul volto di Agu – in un’inquadratura splendida per la sua semplicità comunicativa – quando scopriamo che nelle sue parole c’è il disincanto di un giovane-vecchio, maturato e forse appassito troppo presto.

Un film di notevole intelligenza registica, raffinato e potente.


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