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Il live-action de L’attacco dei giganti: la nostra recensione

Di Redazione SW

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ScreenWeek dal Giappone

Uno dei lungometraggi giapponesi più attesi della stagione, la versione live-action de L’attacco dei giganti sta dominando il botteghino del Sol Levante da oramai una settimana. Come gli appassionati sanno, si tratta della prima parte di un dittico – forma recentemente molto usata quando si tratta di trasporre sul grande schermo un manga, vedi ad esempio Parasyte – il cui secondo capitolo uscirà nelle sale dell’arcipelago ai primi di settembre.
Come avevamo scritto, il film ha avuto la premiere mondiale a Hollywood, proiezione che aveva generato varie reazioni, sia in positivo che negativo, tanto per la fedeltà o meno rispetto all’opera originale, tanto per la resa dei Giganti con una tecnica che mescola CG e tokusatsu giapponese più tradizionale.
Per quei pochi che non lo sapessero la storia è quella di un’umanità costretta a vivere in conclave protette da enormi mura, difese contro i Giganti, esseri umanoidi e quasi leggendari che in passato, 100 anni prima, attaccarono la razza umana per cibarsene. Il film, come il manga e l’anime, si apre con accenni quasi bucolici, l’umanità è “regredita” ad uno stadio medioevale con prati verdi, carri e bestiame ben presto però appare quasi dal nulla un gigante circondato da fiamme e fumo, uno di grandezza sproporzionata che apre una breccia nelle mura dalla quale ne entrano tanti altri, alcuni bambini, alcuni mostruosi o semplicemente grotteschi. Il film si sviluppa seguendo le vicende di Eren, la sorella adottiva Mikasa Armin e dei loro compagni arruolati, due anni dopo la distruzione di parte delle mura da parte del Gigante, nell’Armata Ricognitiva, gruppo militare che si avventura al di là delle mura per combattere e scoprire di più sul conto dei Giganti e provare ad ucciderli.

 
I due lungometraggi differiscono molto dal punto di vista narrativo sia dal manga che dall’anime e questo per scelta dichiarata del regista Higuchi Shinji e dei suoi collaboratori, con il beneplacito anche di Isayama Hajime, il manga-ka autore del fumetto originale. Una scelta che mi pare necessaria, non è possibile infatti condensare tutti i volumi del manga in due film ed in parte è un problema già venuto a galla con le due riduzioni animate per il grande schermo (montate a partire dalla serie TV) che peccavano proprio per la sensazione che mancasse qualcosa, lo sviluppo dei personaggi in primis ma anche certi passaggi del plot. Allora ben venga l’idea di ri-immaginare il tutto, scelta coraggiosa ma che andava fatta, quindi qui non mi interessa vedere quali elementi del manga non ci sono e quali sono le differenze con la storia originale, ma più ragionare sulla qualità del lungometraggio come opera a sé stante e naturalmente prima parte di un dittico.

  
Purtroppo L’attacco dei Giganti non è un film pienamente riuscito, sto edulcorando molto, la recitazione o almeno il modo in cui è stata diretta, le voci (in giapponese) che evidentemente sono state aggiunte dopo ed in generale il sound design sono a tratti davvero imbarazzanti, specialmente nella prima ora, parleremo più in la degli ultimi 30 minuti. In certi momenti mi sembrava di stare davanti ad un film di serie B anni 70 malamente doppiato, magari la versione inglese e quella italiana doppiata sono o saranno migliori e ripareranno questo difetto, ma è solo una speranza. Anche gli attori, tralasciando come detto paragoni con manga e anime, risultano assai piatti e privi di spessore, davvero poco caratterizzati a parte forse qualche comprimario come Kunimura Jun nella parte di Kubal che è forse il personaggio con più carisma. A questo proposito ficcante è la definizione di Mark Schilling che a proposito dei giovani attori nota come la loro recitazione sembri quella di un high school movie e non quella di un film ambientato in un paesaggio post apocalittico. E gli effetti speciali e l’elemento visivo, forse le parti che più erano attese al vaglio?

  
Al contrario di quanto scritto da molta critica, specialmente giapponese tanto che lo stesso regista si è sentito offeso ed ha ribattuto, la parte migliore del film è proprio la resa dei Giganti, Higuchi nasce come esperto di effetti speciali ed ha qui optato per una scelta intelligente, una tecnica ibrida, CG più tokusatsu vecchio stile, persone vere, uso di fantocci e così via. Il risultato paga, il tono del film, durante l’attacco degli enormi esseri, è in questo modo molto più grottesco e orrorifico di quello del manga/anime ed a tratti è quasi pantagruelico. La maggior parte di queste scene, così come la gran parte della pellicola è immersa in un tono bluastro, senza dubbio un espediente per rendere al meglio gli effetti speciali, ma alla lunga una tonalità che un po’ stanca. Le scene d’azione, quando la pattuglia degli umani combatte coi Giganti “volando” fra palazzo e palazzo sono abbastanza ben realizzate, ma la narrazione ed il suo sviluppo non riescono ad essere un’esperienza immersiva, come detto vuoi per la recitazione, vuoi per l’orribile sound design, l’eccezione sono gli ultimi 20/30 minuti dove accade una svolta narrativa importante, chi ha letto il manga o visto l’anime sa di che si tratta, con alcune scelte di fotografia azzeccate, il sangue che buca “la quarta parete” e macchia la camera ad esempio ed in generale un ritmo ed una tensione che sale e rende il tutto più interessante.
In conclusione si può dire, un po’ a malincuore, che questo primo capitolo de L’attacco dei giganti delude, come lavoro nella sua interezza filmica s’intende, se poi le aspettative sono quelle di divertirsi a vedere come sono stati realizzati i Giganti e come questi si muovono per le città divorando gli umani, allora potrebbe essere anche un’esperienza positiva.

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