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Jurassic Park – Un ricordo del primo film a 22 anni dall’uscita americana

Di Lorenzo Pedrazzi

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Ricordo benissimo quando mia madre mi disse che Steven Spielberg avrebbe diretto un film con i dinosauri.
La mia generazione – sono del 1984 – è stata forse la prima ad accogliere gli animali preistorici nel proprio immaginario infantile, nutrito dal successo di svariati cartoon cinetelevisivi come Alla ricerca della Valle Incantata, Dino Riders o Dinosaucers, ma anche dalla vasta diffusione di giocattoli che riproducevano i dinosauri nelle foggie più disparate, come T-Rex gonfiabili, modellini di plastica e scheletri in compensato da montare. D’altra parte, conoscevo già Spielberg come fautore di Meraviglie (E.T., Indiana Jones), ma i miei genitori mi avevano introdotto anche al versante più inquieto della sua personalità, quello che aveva partorito il terrore de Lo squalo e soprattutto Duel, capolavoro mai abbastanza ricordato: con queste premesse, l’idea di vederlo “giocare” con i dinosauri mi apparve esaltante. Non bisogna dimenticare, inoltre, che le creature preistoriche erano ancora legate al cinema dei vecchi monster movie (quelle produzioni goffe ma deliziose che allietavano le mie domeniche mattina), e nessuno aveva mai tentato di riportarli in vita sullo schermo con la tecnologia moderna o con le conoscenze scientifiche degli anni Novanta. Insomma, Jurassic Park si preannunciava come il film definitivo sui dinosauri, un punto di svolta per tutto l’immaginario mostruoso.

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Uscì nelle sale italiane il 15 settembre del 1993, a circa un mese di distanza dal mio nono compleanno: fu mio padre ad accompagnarmi al cinema, e credo che questo sancisca l’eccezionalità dell’evento. Insieme a noi c’erano anche un mio amico d’infanzia e suo fratello. Il nostro stupore può facilmente riassumersi nella famosa scena del brachiosauro, vera e propria sintesi del sense of wonder spielberghiano, dove il pubblico e i personaggi si ritrovano a condividere la medesima condizione spettatoriale:

Più che il contenuto narrativo, a indurre meraviglia era l’autenticità dei dinosauri, la loro fisicità “materica” sullo schermo: la verosimiglianza delle creature favoriva l’interazone con i personaggi umani, segnando al contempo una nuova tappa in quel processo di rielaborazione del reale che, attraverso la CGI, ha trasformato il cinema mainstream in un linguaggio ibrido e composito, fatto di carne viva e animazione digitale. Ricordo che mio padre non sfuggì al consueto disincanto che accomuna tutti i padri, e sottolineò come l’occhio del T-Rex, nell’inquadratura qui sotto, sembrasse finto. «Lì si vede che è finto» disse quando tornammo a casa, e da allora, di fronte a quella scena, aguzzo lo sguardo per cogliere l’artificio. La sua critica potrebbe essere giusta, ma la visione di Jurassic Park richiede il filtro della sospensione d’incredulità, anche quando la rigidezza dell’animatronica svela l’inganno, come il palesarsi dei fili in un teatro di burattini. Travolti dalla suspense e conquistati dallo spettacolo, nessuno di noi fanciulli poteva notare il trucco; al contrario, ci lasciavamo risucchiare nei pericoli della scena, domandandoci a voce troppo alta – tanto che mio padre ci zittì – se i piccoli Tim e Lex ce l’avrebbero fatta a salvarsi dal mostro. Jurassic Park è un film in cui, almeno da bambini, si urla e si fa il tifo, ci si spaventa e ci si diverte, invece di porsi domande. Si tratta pur sempre di uno degli ultimi esempi di horror per famiglie, sottogenere che ci ha regalato grandi soddisfazioni negli anni Ottanta grazie a film come Gremlins o Ghostbusters, ma che poi è scomparso quasi definitivamente.

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Con il tempo, e soprattutto con le successive fruizioni in home video, ho imparato ad apprezzarne anche i dettagli meno rumorosi: in particolare l’adorabile Ian Malcolm di Jeff Goldblum, il personaggio più citabile del film, scheggia impazzita che recita un delirante monologo sulla teoria del caos solo per rimorchiare Ellie Sattler. La sua voce disillusa e sarcastica fa da contrappunto alla fiducia di John Hammond («Quanto odio quest’uomo…»), il cui entusiasmo era molto più simile alla nostra felicità di giovani spettatori. Il crollo del suo sogno, in un certo senso, ci risveglia dal beato torpore in cui eravamo sprofondati durante l’avventura, e non serve a niente scrutare l’anello d’ambra di nostra madre nella speranza che ci sia una zanzara intrappolata all’interno. Altrimenti, avremmo già il nostro dinosauro domestico che ci scorrazza per casa.

Più di recente, ho ritrovato Jurassic Park nello straordinario reportage di David Foster Wallace sulla crociera extralusso 7NC, noto con il titolo Una cosa divertente che non farò mai più. Wallace racconta che il canale privato della nave trasmetteva quotidianamente il film di Spielberg, e lui ogni volta correva nella sua cabina perché non voleva perdersi la scena coi velociraptor, la sua preferita. La visione reiterata sembrava non stancarlo mai, come il giro sull’ottovolante o nella casa degli orrori, al termine di una giornata al luna park. Certo, Wallace lamentava anche l’assenza di una storia (nel senso che Jurassic Park non ha un vero e proprio intreccio, e si risolve in una fuga continua dai dinosauri), ma il suo potere d’intrattenimento non ne viene scalfito, anzi, la concatenazione delle sequenze genera numerosissimi momenti cult, tuttora pieni di stupore e perizia tecnica… roba da consumare il nastro del vhs, come sa bene ogni bambino degli anni Novanta.
In fondo, a un buon cinema delle attrazioni non si richiede niente di più.

Ne approfitto per ricordarvi che Jurassic World è nelle sale a partire da oggi: cliccando sulla nostra scheda e sul pulsante “segui” potrete riceverne tutti gli aggiornamenti.

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