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Mad Max: Fury Road – La recensione del film di George Miller

Di Leotruman

madmax-poster-copertina

I veri maestri cinematografici hanno saputo distinguersi ed imporsi in generi cinematografici molto diversi tra loro. George Miller ha vinto l’Oscar con un film d’animazione, realizzato acclamati drammi e film per famiglie, ma allo stesso tempo sarà sempre ricordato grazie alle sue prime pellicole e al modo in cui ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80.

A trent’anni esatti dall’ultimo capitolo torna la saga di Mad Max, e solo un genio come Miller poteva riportare in vita il franchise in un modo fresco e innovativo, che non si può definire né sequel, prequel o reboot. Mad Max: Fury Road è a tutti gli effetti un film di Mad Max, ambientato nello stesso mondo, dove nuovi protagonisti, personaggi e scenari, affiancano quelli resi noti dalla trilogia post-apocalittica con protagonista Mel Gibson, e dove il sapore delle sue prime pellicole rimane intatto e allo stesso tempo viene completamente modernizzato adattandolo al cinema del giorno d’oggi.

La storia è molto semplice, essenziale e potentissima. Max (Tom Hardy) e Furiosa (Charlize Theron) si ritrovano senza volerlo alleati in una rocambolesca fuga nel deserto: stanno scappando da Immortan Joe, un dittatore al comando di uno dei pochi villaggi rimasti ancora in vita, insieme alle sue mogli, le sue pure riproduttrici in grado di garantirgli il perfetto erede che ancora non è riuscito a creare. Siamo un futuro apocalittico, e come sempre per i privilegi di pochi un intero popolo deve patire l’inferno, ma salvare tutti non è lo scopo dei nostri eroi per caso. L’Imperatrice senza un avambraccio e lo schiavo utilizzato come donatore di sangue universale cercando rispettivamente redenzione e libertà, almeno inizialmente.

Mad Max Fury Road

Le aspettative sono perfettamente rispettate, e il genio visivo e creativo di Miller ci propone un lunghissimo inseguimento di quasi due ore, con pochissimi momenti di pausa (ogni trenta minuti circa, sequenze intense quanto poetiche). CG praticamente nulla, oltre cento folli veicoli corazzati creati realmente dal team produttivo del regista, riprese realizzate tra Australia, deserto della Namibia e Sudafrica in mesi e mesi di duro lavoro (tra il 2012 e il 2013).

Miller ha 71 anni e dimostra la freschezza registica di un ragazzino unita alla saggezza di un vero maestro, quella di un regista di serie A come pochi ce ne sono e li riconosci guardando anche solo pochi secondi di una loro opera. Le scene d’azione sono folli, inedite e divertentissime, capaci di emozionare anche un pubblico esigente che in questo ambito sembra ormai aver già visto tutto (ripeto, con CG praticamente ridotta a zero). Ritmo incalzante, montaggio veloce e pulitissimo, guardare Mad Max: Fury Road asciuga letteralmente la salivazione e ti tiene incollato allo schermo fino all’ultimo istante.

Si può essere il più commerciale dei blockbuster e allo stesso tempo una preziosa opera autoriale? George Miller, nell’epoca delle minestre riscaldate e dei prodotti artificiali e artificiosi in ogni componente (dal casting alla colonna sonora), non solo dimostra come sia possibile realizzare un nuovo capitolo di una saga senza farlo sembrare una mera operazione commerciale, ma anche come si possa realizzare un kolossal hollywoodiano inedito che si scontra proprio con le regole e i principi di un mondo ormai sempre più condizionato da rating, contratti degli attori e merchandising.

È R-Rated, ma non vi sono violenze o crudeltà esagerate (ce ne sono di più in una puntata di Daredevil per intenderci), e altri avrebbero smorzato i toni e spinto per un PG13, completamente inutile anche se più “vicino” del previsto. Ringraziamo della scelta e dell’intatta libertà artistica di Miller, che si è perfettamente trasferita su pellicola proprio come i tratti di un pittore su una tela. Ogni scena è una vera e propria opera d’arte, dai colori e le luci utilizzate, alle adrenaliniche sequenze d’azione montate sulle note della stupefacente soundtrack di Junkie XL (superba).

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Non è Furiosa ad essere realmente “il nuovo Max” come teorizzavano alcuni fan negli scorsi mesi, ma in effetti è il personaggio di Charlize Theron (bravissima, uno dei suoi migliori ruoli) la vera protagonista del film. Una donna, non un uomo, e l’universo femminile è la vera chiave di volta: il futuro dell’umanità sarà su genesi matriarcale, e Miller non rischierà di trovarsi l’account twitter assalito da femministe come nel caso di Joss Whedon. Il rispetto del maestro nei confronti della purezza del genere femminile, vero e proprio seme dalla quale il mondo può rinascere, ma anche omaggio al suo coraggio estremo e della forza che le donne sanno tirar fuori nei momenti più oscuri, lancia un bel messaggio e fornisce non troppo velatamente una risposta alla domanda urlata durante il film: “Chi ha ucciso il mondo?“.

Lasciatevi trasportare da quest’opera grandiosa, e partite per un viaggio che non deve essere compreso (la sceneggiatura non è parole, ma sguardi, scenari e attimi) ma solo vissuto. Nell’epoca dello spiegone e del contesto urlato più che svelato, George Miller se ne frega di posizionare in modo esplicito questo quarto episodio all’interno della sua saga (I film sono vagamente connessi. Ognuno è stato fatto seguendo un impulso diverso” ha dichiarato), e ricorda a tutti che anche il cinema d’intrattenimento può andare controcorrente, prendere una propria direzione, e dimostrare un po’ di sana follia che gli permette di distinguersi e intrattenere in modo inedito, mantenendo intatto il senso di sorpresa, che è ciò del quale si sente sempre più carenza negli ultimi anni in sala.

Voto: 9

Sperare è sbagliato, e tentare di aggiustare tutto rende pazzi.

A DOMANI PER LA SECONDA RECENSIONE CON L’ANALISI DEGLI ELEMENTI DEL FILM IN RELAZIONE ALLA SAGA

Mad Max: Fury Road fa oggi il suo ingresso nelle sale italiane. Per maggiori informazioni potete consultare la scheda del film sul sito Warner Bros. QUI trovate la pagina facebook italiana del film.

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