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11 maggio 2015 • 15:38 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Daredevil – La recensione della prima stagione

La prima stagione di Daredevil è come un unico film suddiviso in 13 parti, intenso, magnetico e ambiguo: tra ottime interpretazioni, virtuosismi registici e combattimenti sanguinari, una serie dove i conflitti interiori hanno la priorità sull'azione.
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Al termine dei 13 episodi che compongono la prima stagione di Daredevil, il quadro risulta finalmente più chiaro: i Marvel Studios e Netflix hanno costruito lo show supereroistico più coraggioso e innovativo del piccolo schermo, che non ha nulla da invidiare ai migliori prodotti cinematografici dello stesso genere.

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER.

La diversità dell’approccio è ravvisabile già nella struttura del racconto: laddove le altre serie fumettistiche adottano una scansione episodica, separando in modo più o meno netto le trame verticali dalla trama orizzontale, Daredevil elabora invece un unico arco narrativo che si apre e si chiude nello spazio di tredici episodi, pur seminando alcune tracce che verranno raccolte dalla seconda stagione. Ma, nel complesso, si tratta di un lungo film in tredici parti, dove anche le puntate più “autoconclusive” risultano indispensabili nella risoluzione della storia. È il caso, ad esempio, della terza puntata, quando Matt Murdock (Charlie Cox) e il suo socio Foggy Nelson (Elden Henson) accettano la difesa di un killer assoldato da Wilson Fisk (Vincent D’Onofrio): l’intreccio da legal drama non si risolve in se stesso, ma conduce alla scoperta del nome di Fisk, ovvero il latente deus ex machina dei crimini che tormentano Hell’s Kitchen, fino a quel momento avvolto nel mistero.

MARVEL'S DAREDEVIL

Questo per dire che Daredevil non reitera uno schema prestabilito (come accade di solito nelle narrazioni seriali televisive), ma cambia volto, si adatta alle circostanze, scorre in modo fluido e non ha paura di battere sentieri inesplorati, anche tradendo le basi dell’azione spettacolare. Così, il genere supereroistico si muove in direzione di un intrattenimento maturo, figlio della Bronze Age dei fumetti e delle riletture operate da Frank Miller sia nella serie regolare di Daredevil sia nella miniserie L’Uomo Senza Paura. La focalizzazione si concentra più su Matt Murdock che sul suo alter ego: ci sono interi episodi in cui l’eroe mascherato appare pochissimo, o non appare affatto, anche perché siamo di fronte a una storia di origini che costruisce progressivamente la psicologia e le motivazioni del personaggio. L’inevitabile rovescio della medaglia è rappresentato da alcune sequenze (o puntate) sin troppo verbose, ma questo dimostra l’attenzione riservata dagli autori all’approfondimento dei protagonisti: l’azione – pur presente – è subordinata alla credibilità dei personaggi, al fatto che ogni loro scelta sia accuratamente giustificata. Nessuno resta confinato in un limbo monodimensionale. Foggy è ben più che una “spalla comica”, Karen Page è ben più che un “potenziale interesse amoroso”, Fisk è ben più che un “cattivo”. Ognuno di essi affronta il suo percorso intimo e personale, ma la caratterizzazione più sorprendente è proprio quella dell’antagonista: Fisk è una figura complessa, sfaccettata e contraddittoria, paralizzata da ansie sociali che possono esplodere in improvvisi accessi d’ira, come si evince dall’interpretazione di uno straordinario Vincent D’Onofrio. Il suo volto e il suo enorme corpo appaiono sempre sottoposti a uno sforzo sovrumano, finalizzato a contenere le spinte della furia e della frustrazione prima che emergano in superficie. Affettuoso, fragile, animato da un forte senso dell’onore, ma anche spietato: Fisk è un utopista che vuole edificare un futuro migliore per la sua città, e soltanto alla fine – quando uccide Ben Urich (Vondie Curtis-Hall) e scatena un massacro contro la polizia per sfuggire all’arresto – si attira il nostro odio di spettatori; fino a quel momento, invece, era inevitabile empatizzare con lui, forse persino più che con Murdock. Magistrale l’ottavo episodio, che mette in relazione i traumi della sua infanzia – narrata attraverso dei flashback – con il presente, e con l’abbacinante solitudine che lo caratterizza. Di fatto, questa prima stagione non racconta solo il cammino di Matt per diventare Daredevil, ma anche quello di Fisk per diventare Kingpin.

MARVEL'S DAREDEVIL

Anche lo stesso Matt è tormentato da conflitti interiori che straziano la sua anima in frammenti inconciliabili, e Charlie Cox è molto bravo a tratteggiare un protagonista garbato e fascinoso, ma carico di una fisicità guizzante e talvolta rabbiosa, non priva di eleganza. In tal senso, Daredevil affronta i paradossi dell’eore senza scadere in eccessive semplificazioni: più della perizia coreografica dei combattimenti, ciò che importa è la linea sottile che separa l’uomo dal vigilante, la difesa diurna della legge (come avvocato) e la sua trasgressione notturna per farla rispettare (come giustiziere). Matt passeggia pericolosamente in bilico su questo confine, lasciando trasparire un’ambiguità che si divide tra impulsi reazionari (Daredevil confessa di provare piacere nel brutalizzare i criminali) e grandi prove di empatia: il desiderio sincero di proteggere gli innocenti passa dall’accentramento della giustizia in un solo uomo, proprio come nelle storie di Miller. Soltanto nell’ultimo episodio, quando Matt indossa il costume rosso fabbricato per lui da Melvin Potter, l’attività del vigilante si “legittima” in un simbolo iconico e in un nome riconoscibile, che per la gente di Hell’s Kitchen diverranno sinonimi di protezione e salvezza.

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Le radici milleriane sono evidenti nell’approccio hard boiled, ma anche nella ricerca della verosimiglianza: il creatore Drew Goddard e lo showrunner Steven S. DeKnight non lasciano spazio a nemici bizzarri o coloriti, e anche due supercriminali come il sopracitato Melvin Potter (il Gladiatore) e Leland Owlsley (il Gufo) sono trasfigurati in veste realistica, e amalgamati con coerenza all’interno della trama; Potter è l’armaiolo di Fisk, cui confeziona abiti antiproiettile, mentre Owlsley è il suo consulente finanziario. La morte di quest’ultimo lascia intendere che, se mai il Gufo dovesse apparire nella serie, potrebbe avere le sembianze di suo figlio, spesso citato ma mai mostrato apertamente. D’altra parte, in Daredevil non si può cercare uno show supereroistico “convenzionale”, e questo dev’essere chiaro soprattutto per i seguaci dell’Universo Cinematografico Marvel. A tratti, si fatica a credere che il mondo di Matt Murdock sia lo stesso di Iron Man e Thor, nonostante alcuni sporadici riferimenti tendano a ricordarcelo: Daredevil si muove in un contesto tenebroso, osceno e violento, dove il linguaggio è esplicito, il sangue scorre copioso e non ci sono censure “per famiglie”, al punto che prodotti come Agents of S.H.I.E.L.D., Arrow o The Flash appaiono in confronto come innocue bambinate. E non solo per il contenuto. Daredevil, infatti, fa con il genere supereroistico ciò che True Detective ha fatto con quello investigativo: lo eleva a una maggiore finezza dialogica, narrativa e formale, impiegando soluzioni di regia e fotografia dal taglio cinematografico. L’utilizzo dei piani sequenza (soprattutto quello che chiude il secondo episodio) denota un virtuosismo che ha pochi eguali sul panorama seriale, mentre le variazioni cromatiche testimoniano una ricerca visiva di matrice quasi espressionista, con le inquadrature spesso dominate da un singolo colore e da un forte contrasto tra figura e sfondo.

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Rispetto a un orizzonte cine-televisivo che corteggia la pornografia della catastrofe e il grande spettacolo degli effetti speciali (soprattutto nell’ambito dei cinecomic), Daredevil agisce in sottrazione: lascia crescere i personaggi, scava nei loro conflitti morali, si sforza perché nulla sia mai gratuito, nemmeno una singola piroetta. Il risultato è magnetico e intenso, nonché valorizzato da un’ambiguità che trascende il genere: raro caso di cinecomic che, allontanandosi dalla tradizione dell’immaginario supereroistico, ma con grande rispetto per la sua fonte originaria, cerca di valicare i confini del manicheismo. Riuscendoci, talvolta.

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La citazione: «Questo è il momento in cui la legge si scontra con la realtà.»

Ho apprezzato: la cupa solennità della serie; l’interpretazione di Charlie Cox; l’eleganza della regia e della fotografia; la qualità dei dialoghi; l’attenzione riservata ai comprimari; la caratterizzazione di Fisk; l’interpretazione di Vincent D’Onofrio; la costruzione ragionata dei conflitti, delle psicologie e dei rapporti tra i personaggi.

Non ho apprezzato: qualche passaggio un po’ troppo verboso.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Daredevil sul nostro Episode39 a questo LINK.

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Un commento a “Daredevil – La recensione della prima stagione

  1. l’unica cosa che
    NON HO APPREZZATO è stata

    SPOILER
    SPOILER
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    SPOILER
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    SPOILER
    SPOILER

    la MORTE DI BEN!!! …scusate, ma PERCHE’?
    la serie è bellissima…perche far morire un personaggio ancora oggi presente nelle storie di Devil?? …ed anche Wesley,aggiungo…

    vabbè…speriamo cmq in qualche crossover con AoS o di vedere presto Devil in qualche film del MCU…

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