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Cannes, Carol, la recensione: non bastano i baci di Rooney Mara e Cate Blanchett a salvare dalla noia

Cannes, Carol, la recensione: non bastano i baci di Rooney Mara e Cate Blanchett a salvare dalla noia

Di Andrea D'Addio

Carol Cate Blanchett

Rivelò una volta Patricia Highsmith di aver scritto Carol dopo l’incontro con una misteriosa donna che incontrò nel negozio in cui lavorava come commessa. Iniziò a scrivere la storia la sera stessa, senza però più incontrarla. Il libro fu pubblicato nel 1952, fu il primo a raccontare una storia d’amore lesbica dalla parte delle donne e non a caso divenne un caso letterario. Le due protagoniste, la giovane e timida Therese Belivet e la più matura Carol Aird, ricca divorziata dell’alta società che rinuncia al matrimonio per seguire il suo cuore in un’epoca in cui l’omosessualità era un tabù ancora più forte di quella femminile, rappresentarono una possibilità di scelta troppo a lungo osteggiata dal comune pensiero.

Ora, se pensiamo un attimo a Lontano dal Paradiso (2002), non possiamo che trovare normale la scelta di Todd Haynes di dirigere una storia come questa. Anni ‘50, perfezioni di facciata, omosessualità, pregiudizi, e, sopra a tutto quanto, donne che cercano di affermare la propria indipendenza da una società che la vorrebbe asservita alle convenzioni di una vita familiare che non per forza la rende felice. Haynes racconta tutto questo con la sua solita eleganza visiva, si trova perfettamente a suo agio quando si tratta di melodramma, tutto è “bello”, costumi, colori, scenografie, location, corpi e volti delle attrici (Rooney Mara e Cate Blanchett), ma gli ultimi, emozionanti, venti minuti, non possono riscattare completamente una storia a tratti soporiferi, incapace di apportare qualcosa di nuovo ad una questione di cui il cinema e la letteratura si sono ampiamente già occupati.

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Manca il contesto, quello stesso che rese il libro della Highsmith un cult che, per quanto la sua eccezionale prosa, non avrebbe senso riproporre oggi. Haynes realizza un film vecchio in partenza, sia per tematiche che per suo, personale, stile.  L’intesa con Cate Blanchett è evidente, ma ormai ci vuole poco per esaltare la bravura dell’attrice australiana. Dove è finito invece il coraggio di un cineasta capace di rompere diversi schemi visivi e narrativi con film come Poison, Velvet Goldmine e Io non sono qui? A Cannes, dove il film è stato presentato in competizione, l’applauso della stampa è stato breve, ma convinto. Noi da Haynes però ci aspettiamo molto di più.


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